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Alex Zanardi
Tre vite nessuna morte, parafrasando il titolo di una pellicola di tanti anni fa, perché Alex Zanardi non morirà mai, troppo forte, troppo intenso quello che ha vissuto e rappresentato. Alex Zanardi è rimasto Alex Zanardi anche dopo l'ultimo incidente, quello sciagurato del 19 giugno 2020 in handbike, che lo aveva consegnato allo stretto riserbo e al cordone di amore discreto della sua famiglia che lo ha protetto con tatto e intelligenza dalla curiosità morbosa: per rispetto di sé e di lui, per non darlo in pasto al pubblico, per non esporre il suo tempo fermo, perché Alex Zanardi, scomparso la sera del primo maggio 2026, era come il mare, esisteva solo in moto perpetuo e così, solo così, va ricordato.
Un ricordo personale diretto dal vivo, emblematico ancorché secondario, alla Cerimonia dei collari d'oro nel salone d'onore del Coni, nel 2016: Alex che esce in abito scuro, camicia bianca e cravatta, impeccabile, sul bastone, (camminava con due), regolarmente impugnato nella mano sinistra, innesta a "t" l'altro che si è tolto dalla mano destra per lasciarla libera e usarla per afferrare il corrimano a spirale dello scalone e percorrerlo da cima a fondo con una spettacolare agilità, balzelloni, in discesa: un movimento armonico, atletico, elegante, ininterrotto.
In quella discesa c'era tutto Zanardi: ti dicono che con due protesi alle gambe appena sotto l'inguine non farai mai più le scale ed è l'innesco per dimostrare a te stesso e al mondo che puoi.
Così Alex Zanardi ha reagito sempre, con l'orizzonte dei pionieri, con lo spirito degli esploratori agli accidenti, tanti, troppi che la vita gli ha messo di traverso, trasformando il rosario di "non puoi " che sarebbe potuta diventare la sua esistenza, dopo l'incidente in Formula 1 nel 2001, in una esplorazione continua delle proprie nuove possibilità: corsa su strada, handbike, una sequenza infinita di successi paralimpici, e l'ironmen, alla lettera uomo di ferro, un Triatlon estremo, che a Zanardi stava stretto come definizione, perché il ferro si arrugginisce Zanardi invece luccica, perché ha dato al mondo il grimaldello della speranza con l'esempio.
Un simbolo proprio malgrado
Quando gli chiedemmo in quel momento che cosa significasse l'ingombro di essere simboli rispose: «Non è un ingombro, perché non avverto il dovere di rappresentare qualcosa per qualcuno. Non me ne sento il diritto. Poi so che le cose che faccio mi rendono un riferimento per altri, perché le faccio dopo ciò che mi è accaduto. Ma io non vado all’ironman per dimostrare qualcosa a qualcuno».
Neanche a sé stesso? «No, vorrebbe dire andarci con il dubbio di non arrivare in fondo. Io invece mi sono posto un traguardo realistico, in cui non vedevo nulla di magico. Fare l’ironman senza gambe secondo me è una semplificazione non una complicazione, solo che quando lo dico non lo scrivono volentieri: rovina un po’ il romanticismo del racconto di Zanardi eroe, che mi lusinga, sia chiaro, anche se mi sembra meno realistico di come lo vedo io».
Per poi aggiungere: «Davanti al film Nato il 4 luglio in cui Tom Cruise restava su una sedia a rotelle mi son detto: “Se capitasse a me mi ammazzerei”. Credo di aver fatto un ragionamento superficiale nella convinzione che a me non sarebbe accaduto. Poi quando l’uno su un milione sei tu, te ne freghi della statistica e ti fai su le maniche. E quando ci sei dentro ti scopri più dotato di quanto credessi. L’idea del suicidio dopo non mi è mai passata per la testa, mai».
Davanti a Zanardi si aveva la sensazione di stare di fronte a un uomo risolto che sapeva osservarsi con autoironia e lucidità, che quando gli si chiese della paura e di quell'incidente in Formula 1 che diede vita alla sua seconda vita, rispose: «Un incidente come quello in quelle circostanze anche in uno sport a rischio come la Formula1 succede a uno su un milione, ma quell'uno ero io: sono normale, credetemi, ho solo preso una castagna mostruosa. Ragazzi scusate il latinismo, il punto è che la sfiga esiste».
Raccontava in una intervista a Famiglia Cristiana nel 2019, a firma di Fulvia Degl'Innocenti, dell'importanza della famiglia: «in particolare mia moglie, Daniela, è stata un po’ la regista, con alcune scelte che ha fatto e che sono state tutte migliori di quelle che avrei preso io. Quando sono tornato a casa dopo la mia degenza a Berlino di 40 giorni, nel garage c’era già un’auto con i comandi al volante. La mia famiglia mi si è stretta attorno permettendomi di rimanere concentrato su me stesso. Avevo voglia di ritornare il più rapidamente possibile a essere il miglior padre per mio figlio Niccolò».
Zanardi aveva letto quell'auto in garage come una indicazione dell'atteggiamento da tenere, l'idea che non si trattasse di fermarsi a leccarsi le ferite, ma di ricominciare a vivere con altri mezzi.
La seconda vita
Dal 2007 ha corso maratone con la handbike, compresa quella di New York (quarto con soli 20 giorni d’allenamento). Due ori e un argento ai Giochi paralimpici di Londra 2012, e tre ori ai mondiali di Baie-Comeau 2013. Da ultimo, l’11 ottobre 2014, ha partecipato all’Ironman. È anche tornato a correre in auto, nella Blancpain GT Series. Ai Mondiali di Nottwill 2015, in Svizzera, oro in tutte le gare cui si era iscritto, nella crono, nella prova in linea e nella staffetta.
Nel 2016, poco prima di compiere cinquant'anni, di nuovo protagonista alle Paralimpiadi. A Rio de Janeiro un oro nella handbike, prova a cronometro categoria H5. Il giorno seguente argento nella prova in linea della handbike. Poi, di nuovo oro con la squadra azzurra, nella hand bike prova su strada staffetta mista.
Ha fatto di tutto: il tutor, l’atleta, il motivatore, il frontman: «Sembra retorica, ma è la verità», disse una volta, «ci ho infilato dentro un sacco di cose in questi cinquantatré anni. Il giorno in cui ho perso le gambe non mi è sembrato che la vita mi stesse offrendo una grande opportunità, però lo è diventata, forse la migliore della mia vita. Tutte le cose che faccio oggi sono conseguenza della mia nuova condizione».
L’ultimo progetto, quello in cui ha trovato l’ultimo incidente, si chiamava Obiettivo Tricolore ed era dedicato agli atleti paralimpici come lui che avevano grande forza e capacità, ma magari meno mezzi per poter arrivare alle Paralimpiadi. Per questo Zanardi aveva cominciato a collaborare con Rio Mare facendosi finanziare alcune borse di studio per gli atleti più meritevoli. La staffetta in giro per l’Italia a giugno voleva essere un segno concreto anche per il Paese che dopo la tragedia della pandemia ci si poteva rialzare. Come aveva fatto lui, come avevano fatto tanti atleti paralimpici che avevano scelto di girare il Paese sull’handbike. Il destino ha deciso in altro modo. La sua handbike era finita contro un camion, Il 19 giugno 2020, lungo la strada provinciale 146 vicino a Pienza: una tragica fatalità, un incidente, per il quale il camionista, ammiratore e disperato per non essere riuscito a evitare il campione nonostante la manovra d'emergenza, è stato poi definitivamente scagionato con una archiviazione. Di lì Zanardi è stato circondato dalla privacy, la stessa per cui oggi la famiglia chiede rispetto in attesa di comunicare le circostanze delle esequie.
La Tv, le sfide
Nella sua seconda vita, in abiti eleganti, Zanardi ha anche condotto su RaiTre, con le sue due protesi e i suoi due bastoni, tra il 2012 e il 2016 la splendida trasmissione sportiva Sfide, ideata da Simona Ercolani, aprendo la strada tuttora molto impervia alla disabilità in Tv. «Le sfide», ci disse «si vincono solo se hai voglia di fare quello che serve prima di tentarle. Non ci sarebbe stato Maradona senza il bambino che scavalcava la rete del campetto per andare a giocare da solo. La mia fortuna è poter fare le cose che mi piacciono, il fatto che mi abbiano portato a vivere qualche pomeriggio di gloria è un piacevolissimo valore aggiunto. Poi, certo, per narcisismo, tra due sfide egualmente appassionanti, scegliamo tutti quella con in fondo il pubblico che applaude».
Un uomo risolto
Non aveva mai nascosto l'ammirazione per gli altri, gli dispiaceva di non avere fatto in tempo a raccontare a suo padre Dino, idraulico, mancato poco prima dei due mondiali vinti da Zanardi in Formula Cart del 1997 e 1998, di aver incontrato una sera del 2016 finalmente Dino Zoff, uomo ammiratissimo, l'eroe di gioventù del padre che fino alla fine aveva chiamato Alex il "cit", il bambino.
Ricorderemo i suoi occhi chiari come il mare, capaci solo di sognare come nella versione italiana di Le méteque, il capolavoro di George Moustaki: Alex che straniero nella vita, invece, non è stato mai neanche nei momenti di più difficili, perché ha seminato ovunque relazioni importanti.
Anche con gli sconosciuti cui ha trasmesso, senza volere, vivendo, il messaggio che c'è sempre una seconda possibilità.
(Ha collaborato Antonio Sanfrancesco)







