ATM, l’azienda di trasporti milanese, ha sospeso dal servizio e dalla retribuzione, i dipendenti della chat in cui comparivano immagini di donne accompagnate da battute sessiste e frasi oscene. Come reagisce Differenza Donna, la rete nazionale che da anni si batte per i diritti delle donne e nella lotta contro la violenza di genere? Ne parliamo con Michela Cacciapuoti del Direttivo e Psicologa dell’Associazione. «Premesso che abbiamo fiducia che ATM Milano saprà affrontare questa brutta vicenda con grande determinazione e senso di responsabilità, è un segnale importante perché afferma che determinati comportamenti non possono essere archiviati come semplice goliardia. Quando si condividono immagini di donne senza il loro consenso e le si accompagnano a commenti sessisti, offensivi o sessualmente espliciti, si viola la dignità delle persone e si alimenta una cultura che considera il corpo femminile come qualcosa di disponibile allo sguardo, al giudizio e al consumo maschile. La questione non riguarda soltanto il contenuto delle battute, ma anche il tema fondamentale del consenso: nessuna immagine di una persona dovrebbe diventare oggetto di derisione, valutazione sessuale o circolazione incontrollata senza il suo consenso».

Le sanzioni disciplinari sono sufficienti o servono anche percorsi di formazione e consapevolezza?

«Le sanzioni sono un segnale di responsabilità istituzionale, ma devono essere accompagnate da una riflessione più ampia sulle radici culturali di questi fenomeni. Sono necessarie perché stabiliscono un limite chiaro, ma da sole non modificano la cultura che rende possibili questi comportamenti. È fondamentale affiancare percorsi di formazione sul consenso, sul rispetto delle differenze, sulla violenza di genere, sulla comunicazione digitale e sugli stereotipi sessisti. Occorre comprendere che la diffusione o la condivisione di immagini senza consenso non è un gesto neutro: è una forma di sopraffazione che può avere conseguenze profonde sulla vita delle persone coinvolte. La prevenzione passa attraverso la consapevolezza, non solo attraverso la punizione».

Cosa spinge un uomo qualsiasi "perbene" a infilarsi in un gioco così deplorevole e discriminatorio?
«Spesso non si tratta di uomini che si percepiscono come misogini o violenti. Entrano in queste dinamiche per conformismo, desiderio di appartenenza al gruppo o ricerca di approvazione. Ma questo è possibile perché esiste un contesto culturale che continua a trasmettere l'idea che il corpo delle donne sia disponibile al giudizio pubblico e che l'umiliazione femminile possa essere fonte di divertimento e complicità maschile. Inoltre, oggi non si può ignorare l'influenza della cosiddetta manosfera: un insieme di comunità online che diffondono narrazioni misogine, antifemministe e ostili all'autodeterminazione delle donne. Anche quando questi contenuti non vengono abbracciati esplicitamente, contribuiscono a normalizzare linguaggi e atteggiamenti che svalutano le donne e mettono in discussione il concetto stesso di consenso».
Perché è giusto continuare a ripetere che nessun commento o atteggiamento va lasciato passare?
«Perché la violenza di genere non nasce all'improvviso. Esiste un continuum che va dalle battute sessiste, dagli sguardi invasivi, dalle allusioni e dalle molestie verbali fino alle forme più gravi di violenza. Ogni volta che un comportamento viene minimizzato si rafforza l'idea che sia accettabile. Richiamare l'attenzione su questi episodi significa che il rispetto si costruisce proprio nei gesti quotidiani. Difendere il consenso significa anche difendere il diritto di ogni persona a non essere trasformata in oggetto di commento, scherno o valutazione sessuale».

Che ruolo hanno il silenzio, le risate di complicità o il "non è niente" nel mantenere viva una cultura discriminatoria?
«Hanno un ruolo decisivo. Le discriminazioni prosperano quando chi assiste sceglie di non vedere o di minimizzare. Le risate, il silenzio o frasi come "era solo una battuta" comunicano che quel comportamento è tollerato. È proprio così che si costruisce la normalizzazione della violenza simbolica. Una cultura del rispetto richiede invece la capacità di riconoscere il problema e di prendere posizione. Non si tratta di censurare, ma di assumersi la responsabilità delle conseguenze che parole e comportamenti producono sugli altri».
Da dove si riparte per costruire una cultura davvero rispettosa e paritaria?
«Si riparte dal riconoscimento che il rispetto, il consenso e la parità non sono temi settoriali ma principi fondamentali della convivenza democratica. Serve un lavoro diffuso nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nei media e negli spazi digitali. Occorre insegnare che il consenso riguarda non solo la sfera sessuale, ma ogni forma di relazione e di esposizione pubblica delle donne, comprese le immagini e i contenuti condivisi online. È necessario inoltre contrastare attivamente le narrazioni misogine che circolano sul web e promuovere modelli di maschilità fondati sull'empatia, sulla reciprocità e sulla responsabilità».

Essì che, però, il DDL Valditara un po’ mette il bastone tra le ruote all’educazione all’affettività chiedendo il consenso alle famiglie…
«L'educazione affettiva e relazionale è uno strumento di prevenzione essenziale. Parlare di consenso, rispetto dei confini personali, gestione delle emozioni, uso responsabile dei social e contrasto agli stereotipi di genere significa fornire ai ragazzi e alle ragazze strumenti concreti per costruire relazioni sane. Il coinvolgimento delle famiglie è importante e può rappresentare un'occasione di dialogo, ma non dovrebbe tradursi nella rinuncia a contenuti educativi fondamentali per la prevenzione della violenza e delle discriminazioni. La tutela dei diritti e del benessere dei minori richiede una responsabilità condivisa tra scuola, famiglie e istituzioni».
Come possiamo misurare concretamente i progressi verso una cultura più rispettosa e paritaria?
«I progressi si misurano attraverso dati e cambiamenti osservabili: diminuzione delle molestie e delle discriminazioni nei luoghi di studio e di lavoro; maggiore capacità di riconoscere e segnalare comportamenti che ledono la dignità e la libertà delle donne; aumento della consapevolezza sul tema del consenso; riduzione della diffusione non consensuale di immagini e contenuti intimi; maggiore presenza delle donne nei luoghi decisionali; riduzione dei divari economici e professionali; diffusione di programmi educativi efficaci. Ma esiste anche un indicatore culturale: quando episodi che un tempo venivano liquidati come "scherzi" suscitano invece indignazione e assunzione di responsabilità collettiva, significa che la società sta iniziando a cambiare».