Quando la raggiungiamo ci dice che sarà la sua ultima intervista. «Ho bisogno di tornare alla normalità». Da quel sabato 16 maggio alle 16.30 quando, a Modena, un’auto è piombata a tutta velocità sui passanti in centro, ferendo sette persone e amputando le gambe a una turista tedesca, Viktorya – infermiera ucraina che lavora al Policlinico - ancora non si è fermata.

«Ero in centro con mia figlia per fare acquisti e ho sentito un boato. Poi, il silenzio. Un silenzio irreale e degli spari che non ho sentito nominare altrove. Nonostante la paura di mia figlia mi è venuto istintivo andare a capire cosa fosse successo e, girato l’angolo, ho visto una donna a terra con le gambe amputate dalla macchina che l’aveva presa in pieno».

Un’immagine incredibile, di una violenza inaudita. «Con un medico presente siamo intervenuti per tentare di bloccare l’emorragia, avevo in borsa un primo kit di pronto intervento. Siamo rimasti fino all’arrivo dell’ambulanza, fino a quando non l’hanno caricata e portata via. Onestamente non mi sono resa conto della vastità della tragedia e di quella che io chiamo, a tutti gli effetti, un attentato terroristico. Una brutta copia di Nizza».

Cosa l’ha spinta a prestare immediatamente soccorso?
«Di certo la mia formazione da paramedico. Nel 96-97, in Ucraina dove sono nata e ho studiato, c'era già una disciplina che si chiamava “preparazione sul campo di Guerra” con 400 ore di educazione ai sanitari e paramedici per agire nei momenti peggiori. Avevo un prof di chirurgia che era stato in guerra in Afghanistan: le sue lezioni sono state preziose. E poi il rugby».
Il rugby?
«Ho giocato a rugby fino a 42 anni. È uno sport che ti insegna a non lasciare indietro nessuno. Non mi è passato nemmeno per la testa che mi potesse succedere qualcosa. Poi, nei giorni successive, sì. Pensi e ripensi e ti dici che se fossimo passate di lì dieci secondi prima sarebbe capitato a noi. Pazzesco».

L’autore di questo gesto folle si chiama Salim El Koudri, ha 31 anni ed è Italiano di origine marocchina. Com’è ha reagito al dito che è stato puntato subito contro gli stranieri in Italia?
«Sono venuta in Italia da Cherson nel 98, da straniera. Sono stata extracomunitaria, poi con Berlusconi e la sua sanatoria, sono riuscita a prendere il permesso di soggiorno. Ho sempre lavorato. Ti dico il mio pensiero: io sono contro le guerre, contro la violenza, contro tutto. Però nel momento in cui noi stranieri scegliamo un Paese e decidiamo di prendere una cittadinanza dobbiamo “sposare” quel Paese perché nessuno ci ha obbligato a venire qui. Ho scelto l’Italia, ho studiato la Costituzione per sapere quali fossero i miei diritti e i miei doveri. Solo così c’è integrazione. Non ho portato da casa mia le regole. Mi sono sposata con le regole del Paese in cui vivo».

Come si torna alla normalità dopo un evento così grave?
«La paura è sicuramente ancora presente e non so per quanto rimarrà. Già la domenica ero a lavorare, ho una famiglia da accudire… Per tornare alla normalità, tuttavia, è essenziale continuare a vivere la propria vita, concentrandosi sul lavoro e sulla famiglia, senza "tornare indietro" per evitare depressione e pensieri negativi. Ora, davvero, ho solo voglia di tornare alla vita normale e basta».