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«Quando ho saputo della notizia sono rimasto di stucco perché andando nelle scuole a sensibilizzare contro il bullismo, faccio davvero fatica a capire come possano accadere ancora questi episodi». Non se ne dà pace Raffaele Capperi, affetto dalla sindrome di Treacher Collins una malattia rarissima che altera lo sviluppo delle ossa e dei tessuti del viso, che da qualche anno ha deciso di dedicare la sua vita proprio a prevenire atti come quello accaduto a Pinerolo dove uno studente ha ustionato un compagno di classe con un accendino perché non sopportava il suo essere disabile.
«Soprattutto» continua Raffaele «perché oggi che di inclusione e prevenzione si parla molto. Ma decisivo è il ruolo delle famiglie e dei genitori perché il bullismo non si combatte quando accade qualcosa di grave, ma inizi a prevenirlo a casa insegnando ascolto e rispetto. I ragazzi imparano da ciò che li circonda ovvero la famiglia, la compagnia di amici… loro poi esternano ciò che respirano pensando che sia normale».


E poi quell’odio e quella rabbia verso il compagno al punto da arrivare a ustionarlo… «Forse non tollerano che queste persone, nonostante la disabilità, riescano a vivere serenamente. Io l’ho vissuto sulla mia pelle: c'era chi mi prendeva in giro perché non riusciva a sopportare che io non mi lamentassi e riuscissi a stare bene anche con poco mentre loro erano nati “sani” ma non erano mai soddisfatti perché desideravano sempre di più. Una volta uno di loro mi disse: “non capisco perché le persone si avvicinino a te”; o “non capisco perché tu finisca sempre sui giornali e io no”. Quella è invidia e più ci penso più mi convinco che probabilmente non sono stati educati all’empatia, alla gentilezza, all’accoglienza».
Ma c’è un punto di luce in questa storia di Pinerolo: «la fermezza della dirigente nei confronti dell’aggressore. Così come mi ha lasciato di stucco che i genitori non si siano presentati al colloquio. Entrambe le cose fanno riflettere sul ruolo degli adulti verso i ragazzi. Certo la scuola ha una grande responsabilità educativa verso gli studenti, ma ce la può fare solo se cammina insieme ai genitori nella stessa direzione».
Raffaele è affetto dalla stessa sindrome del protagonista del film Wonder. «Tanto che nel 2024 sono stato testimonial dello spinoff Wonder White Bird in cui ho avuto l’onore di incontrare l’attrice Helen Mirren. Quando Wonder è uscito al cinema sono andato a vederlo e finalmente mi sono sentito capito… Solo 1 su 50mila dei nati vivi è affetto dalla mia stessa sindrome e non tutti con la stessa gravità. Non esiste una cura, l’unica soluzione è ricorrere agli interventi maxillofacciali».


Raffaele sa bene cosa vuol dire sentirsi “diverso”. «Ha impattato molto nella mia vita perché non venivo guardato dentro, ma fuori». E per tanti anni. Poi però ha sentito la spinta ad andare a parlarne nelle scuole. «Una voce, un richiamo interiore. Io sono credente, avevo 25 anni quando questa voce mi ha convinto a raccontare la mia storia sui social. Era così insistente che ho deciso di seguirla. Volevo restare nell’ombra, ma dopo i primissimi video ero già virale. Così mi sono fatto coraggio, ho sempre fatto fatica ad accettarmi, cercato di nascondermi… e nascondere quelli che prima chiamavo difetti e adesso, invece, vivo come particolarità. Mi raccontavo e notavo che facendolo mi accettavo, liberando il dolore che avevo dentro. Ho deciso, così, di mettere a servizio degli altri la mia esperienza e l’ho chiamato “messaggio di Dio”. Ognuno di noi nella quotidianità riceve dei segnali dall’Alto, ma sta noi saperli accogliere. Da lì ho iniziato a girare nelle scuole. Una cosa pazzesca. E la mia vita è totalmente cambiata. È diventata un impegno a combattere il bullismo. Perché ogni azione ha una conseguenza, mentre se fai del bene - anche non torna indietro nulla - sai che hai cambiato la giornata a qualcuno».
Lui per primo ha subito forme di bullismo. «Sin dall’asilo. Addirittura, c’era una bimba, mi racconta mia madre, che quando mi vedeva scappava piangendo. Alle elementari e alle medie, poi, più niente perché i bambini con cui ero a scuola erano gli stessi compagni dell’infanzia abitando in un paese piccolo». Ma fuori da scuola… «C’era chi mi chiamava mongolo, mostro, sordo; chi imitava la mia voce nasale. A calcio dei ragazzi negli spogliatoi mi hanno urinato addosso, a carnevale un padre mi disse “non mettere la maschera che ce l’hai già”. Perché la violenza non è solo fisica ma è anche verbale e ti resta addosso… Una volta al bar parlavo di tatuaggi con due amiche, si è avvicinato un tizio e mi ha detto “perché non ti fai tatuare: io ho dei problemi?”.


Di tutto quello che gli accadeva fuori di casa non ha mai detto nulla ai genitori: «Mi chiudevo in camera e ascoltavo la musica, la mia medicina. Se tornassi indietro, però, parlerei. Solo due volte ho chiesto a mio padre di intervenire: la volta dello spogliatoio e poi in prima superiore a Cremona. Tutti mi guardavano… e anche gli sguardi possono ferire… Ho iniziato a sentire bene a 19 anni grazie a un impianto cocleare. L’insegnante di sostegno mi aiutava a sentire quel che non riuscivo a sentire da solo. Alcune frasi e alcune parole le perdevo… lui si infastidiva e arrivava addirittura a bestemmiare. Ecco perché oggi credo che la scuola dovrebbe investire di più sulla formazione dei docenti, per fare quel mestiere – il sostegno- servono tantissime competenze e molto specifiche».
In tutto questo i genitori? «Sono stati sempre presenti, la mamma soprattutto voleva che mi sentissi come tutti gli altri. Io ho un fratello più grande di due anni e mezzo, lei ci ha sempre trattato alla pari. Con lui ho un rapporto bellissimo, mi vede come un guerriero. Mia madre non ha rinunciato a lavorare, anzi addirittura ha preso la patente “grazie a me” per potermi accompagnare alle visite. Ha sempre cercato di farmi fare la vita più normale possibile. Mi ha sempre spronato ad affrontare il mondo».


Per il suo impegno contro il bullismo Raffaele è stato nominato Cavaliere della Repubblica e ha avuto l’onore di incontrare papa Francesco… «L’11 marzo 2013 ho iniziato a sentire e il 13 marzo è stato eletto papa Francesco. Era sera, io ero aiuto cuoco in un ristorante a Cremona e la cameriera ci dava le comande. Sapeva tutti i nomi, solo il mio continuava a sbagliarlo. Mi chiamava Francesco… Quando è stato eletto Bergoglio mi ha detto “vorrà dire che questo Papa ti porterà fortuna e lo incontrerai”».


Ed è successo, il 26 aprile 2023. «Gli avevo scritto una lettera e lui mi ha voluto ricevere in udienza privata. Sono andato da solo, mi ha detto di andare avanti con il mio impegno e di insistere con la gentilezza che ti permette di smontare qualsiasi cosa anche la cattiveria. Quando è mancato sono andato a trovarlo… il mercoldì ho pensato di partire per Roma, ma avevo un evento la domenica ed era tutto faticoso… il giovedì mi sono svegliato con un peso sul cuore, ho fatto i biglietti e sono salito sul treno. Arrivato a Roma, ho incontrato un caro amico che poi mi ha anche ospitato la notte e mi ha accompagnato in Vaticano. I cancelli erano tutti chiusi, fuorché l’entrata per i disabili. Sono riuscito a salutato. Ero vicinissimo alla bara, a lui e lì ho sentito sciogliersi il peso…».


Raffaele, ormai grande, è stato bullizzato anche sul lavoro «ed è stato devastante. Perché il bullismo non finisce a scuola, cambia solo divisa. Basta una rabbia repressa che accende la scintilla». Prima di salutarci gli chiedo se non abbia mai avuto crisi di fede in questo lungo e faticoso percorso. «In adolescenza, sì. Me la prendevo con Dio, gli davo la colpa della mia sindrome. Ma, al contempo, a ogni intervento chirurgico mi affidavo a Lui. Ho fatto pace con la mia sindrome e con l’Alto quando mi sono affacciato sui social e ho visto che potevo aiutare gli altri. Addirittura, sono diventato un punto di riferimento per i bambini che hanno la stessa sindrome e le loro famiglie. Quando ho sentito che questa è la mia missione e oggi è tutta la mia vita».








