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Manifestazione “Uniti per un lavoro giusto”, con le principali sigle sindacali, a Milano il 1° maggio 2025.


Se a pochi giorni dal Primo maggio, oso proporre qualche riflessione sul lavoro oggi è perché ho avuto la fortuna di partecipare a un ricco cammino condiviso. Lo scorso anno – all’indomani del Giubileo dei lavoratori, celebrato con un incontro sul tema “Quando il lavoro genera speranza” – un gruppo di realtà della Zona pastorale lecchese, che operano nell’ambito del lavoro ispirandosi alla Dottrina sociale della Chiesa (Acli, Compagnia delle Opere, Focolarini, Ucid, passando per cooperative sociali e banche di credito cooperativo) – ha dato vita a un impegnativo e altrettanto fecondo percorso di rilettura della situazione sociologica del territorio e di condivisione esistenziale dell’esperienza. Ricordando le tensioni del passato fra le varie sigle ecclesiali, respirate già nei miei anni in Cattolica, ho molto apprezzato il clima costruttivo e la comune tensione al bene.
Ma un altro aspetto, ancor più interessante, è emerso con estrema chiarezza: pure la Provincia di Lecco che, si colloca ai vertici nazionali per livelli di qualità della vita e occupazione, si scontra con un problema di “senso” del lavoro, specie nel momento in cui il trend demografico annuncia un cambio generazionale importante, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
Non v’è dubbio che oggi una delle questioni-chiave, in Occidente, sia legata al lavoro povero: l’insieme delle occupazioni pagate una miseria, dai camerieri a 7 euro l’ora ai collaboratori di testate giornalistiche nazionali e locali, un tempo prestigiose, il cui compenso assomiglia più a un’elemosina che a una vera retribuzione. In particolare mi riferisco al fenomeno chiamato «bullshit job» da David Graeber nel suo fondamentale saggio, tradotto in varie lingue. Il succo del libro può essere riassunto con una domanda dell’autore, defunto da pochi anni: se il vostro lavoro non esistesse, quanti ne sentirebbero la mancanza? Stando a quanto affermato dall’autore, nel 2013 oltre il 40% degli intervistati riteneva di svolgere un lavoro inutile. Privo di senso, appunto.
«In parallelo», ha osservato di recente su Avvenire Leonardo Becchetti, tra i più lucidi studiosi esperti di Economia civile, «si diventa sempre più consapevoli dell’esistenza di una patologia ombra della depressione o povertà di senso del vivere, quasi complementare e di dimensioni analoghe a quella della povertà materiale. Come ricorda in un’efficace monografia il Nobel Angus Deaton, che racconta la drammatica epidemia di morti per disperazione negli Stati Uniti».
Se questo è vero, non dobbiamo stupirci se ai colloqui di lavoro le giovani generazioni pongano spesso brucianti domande relative al rapporto fra tempo di lavoro e tempo di vita. Informarsi puntualmente sugli orari lavorativi non equivale necessariamente al capriccio di chi tutte le sere vuol farsi l’aperitivo; desiderare il sabato libero può significare difendere uno spazio di qualità per relazioni affettive autentiche, considerate preminenti sull’occupazione lavorativa. Insomma, in alcuni contesti almeno, si assiste a una fuga silenziosa dal “culto del lavoro” (con tanto di identificazione persona-azienda, un classico dei decenni passati) verso una “cultura del lavoro”. È una buona notizia, non la conferma dello stereotipo che considera i giovani come bamboccioni.



