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Ogni anno la commemorazione da parte di estremisti di destra della morte di Sergio Ramelli ha riacceso un clima di tensione a Milano. Quest'anno però alle polemiche politiche si è aggiunta l'aggressione di un trentatreenne che durante la notte stava strappando i manifesti di annuncio del corteo in programma per l’indomani. Un gruppo arrivato a bordo di una Golf avrebbe colpito l’uomo con calci, pugni e colpi di casco, per poi allontanarsi. ma chi era Sergio Ramelli, e perché la sua morte, ancora dopo 51 anni, è occasione di scontri anche violenti?


Morire per delle idee
Dopo 45 giorni di agonia, il 29 aprile del 1975 moriva a Milano Sergio Ramelli, uno studente di 18 anni iscritto al Fronte della Gioventù e per questo motivo entrato nelle mire degli estremisti di sinistra di Avanguardia Operaia, che gli avevano teso un agguato sotto casa in pieno giorno colpendolo ripetutamente con le chiavi inglesi fino a sfondargli il cranio. Solo dieci anni dopo si arrivò a individuare i responsabili e a processarli. Quasi tutti ex studenti universitari che nel frattempo avevano abbandonato la lotta armata, avevano una famiglia, un lavoro. La sentenza definitiva arrivò nel 1987 e gli imputati furono condannati quasi tutti a pene detentive.


Il libro di Giuseppe Culicchia
A ricostruire questa vicenda tragica e ancora oggi divisiva è stato lo scrittore Giuseppe Culicchia nel volume, a metà tra narrativa e saggio storico, Uccidere un fascista. Una vita spezzata dall’odio (Mondadori).


«Avevo 11 anni quando, il 15 dicembre 1976, fu ucciso un altro giovane, che militava sul fronte opposto, le Brigate Rosse: aveva 20 anni, si chiamava Walter Alasia ed era mio cugino», racconta Culicchia. «Ricordo che tornavo da scuola e trovai la mia famiglia in lacrime. Le notizie che riportavano la morte di Walter lo dipingevano come un mostro. Per me era solo un ragazzo più grande di me a cui ero molto legato, affettuoso, generoso».
Terribile che di lui dessero quell’immagine, anche se era colpevole della morte di due uomini, padri di famiglia. Se ho cominciato a scrivere fu perché animato dal desiderio di raccontare il Walter che avevo conosciuto io, e il dolore di sua madre, mia zia Ada. Poi ci ho messo quarant’anni prima di trovare il coraggio di scrivere Il tempo di vivere con te (Mondadori, 2021). E ricostruendo quel periodo storico mi sono imbattuto in tante altre storie, di giovani infiammati da ideali che li hanno portati a commettere azioni terribili, ma anche semplici vittime, come fu Sergio Ramelli.
Lui è stato poi trasformato in un simbolo, ancora oggi nelle manifestazioni della destra viene celebrato come un eroe, ma a me interessava capire chi fosse davvero, i suoi sogni, le sue passioni, e come finì suo malgrado vittima di quello che, tutto sommato, assomiglia a un martirio. Perché Sergio Ramelli non aveva compiuto nessuna azione criminosa, non aveva mai aggredito nessuno, è stato ucciso solo per le sue idee da un commando di otto persone, con un metodo che potremmo definire squadrista.
Sergio Ramelli, visto dall’esterno, non si sarebbe potuto distinguere dagli altri coetanei di sinistra: portava i capelli lunghi, girava in motorino, giocava a calcio, aveva una fidanzata, amava la musica. Frequentava l’Istituto tecnico Molinari a indirizzo chimico, pensava poi di iscriversi all’università. E non aveva paura di esprimere le sue idee, anche se erano diverse da quelle di quasi tutti i suoi compagni di classe e di scuola. In fondo, solo trent’anni prima, la Repubblica italiana figlia della Resistenza era stata fondata sul principio che ognuno deve essere libero di manifestare le proprie idee. Per questo motivo nell’arco parlamentare c’era anche un partito di destra, il Movimento Sociale Italiano. E le sue idee Sergio le scrisse in un tema. Da lì partì una vera persecuzione: il tema finì sulla bacheca della scuola, lui fu additato come un “fascio”, e all’epoca uno degli slogan più gridati nelle piazze era “l’unico fascista buono è un fascista morto”. Quindi sputi, spintoni, insulti da parte degli studenti, e omertà quasi assoluta da parte dei docenti: il clima diventò così insostenibile che Sergio fu costretto a ritirarsi.
Era iscritto al Fronte della Gioventù, è vero, ma era il movimento giovanile di un partito e la sua attività consisteva al massimo nell’attaccare volantini. Ma ormai era entrato nel mirino di un gioco più pericoloso: quello di chi pensava di fare la rivoluzione a colpi di chiavi inglesi.
Nel suo libro Giuseppe Culicchia si sofferma molto sul dolore della famiglia. «Sergio lottava ancora tra la vita e la morte in ospedale che arrivavano minacce anche al fratello maggiore Luigi e telefonate anonime in cui si sentiva solo Bandiera rossa. Minacce che non smisero neppure dopo la morte di Sergio. Luigi dovette lasciare Milano, il padre morì a 51 anni di crepacuore.


Mi ha colpito la dignità della madre di Sergio, che non chiedeva vendetta ma solo giustizia, e quando ci fu la sentenza disse che andava bene così, anche se in molti dicevano che erano pochi dieci anni per un omicidio. E di questa storia lontana ciò che più di tutto resta valido ancora oggi è che bisogna smettere di pensare che l’avversario politico sia un nemico».



