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File interminabili di ombrelloni e lettini lungo il litorale italiano
La costa più estesa d’Europa e una tradizione turistica fra le più prestigiose al mondo: quando si parla di mare, l’Italia non ha eguali. Ma se il primo stabilimento del Bel Paese aprì addirittura nel Settecento, oggi la nostra Penisola detiene anche un altro primato europeo ben più controverso: la quota più alta di costa sabbiosa in concessione ai privati, quasi il 43%. Succede perché il sistema della balneazione attrezzata si è espanso oltremisura e continua a farlo – più 12,5% fra il 2018 e il 2021 –, fino al paradosso di Comuni in cui la quasi totalità del litorale è occupata da stabilimenti. A beneficio, certamente, non di tutti. Perché c’è un ulteriore “primato” che ci riguarda, ed è l’aumento del 24% negli ultimi cinque anni della tariffa media di ombrelloni e lettini.


Mai così care, mai così privatizzate, da bene pubblico le spiagge si sono trasformate in un affare privato. E fra proroghe rinnovate “di generazione in generazione” e un canone unico nazionale che nelle aree ad alta redditività appare quanto meno irrisorio, l’affaire concessioni oggi è un sistema tutto da ripensare. Non sono casi isolati quelli dei bagnanti costretti a districarsi fra i divieti per raggiungere la battigia, o dei Comuni in cui le uniche aree libere sono quelle vicine alle fognature. Eppure il mare sarebbe un bene comune, l’Europa l’ha ricordato più volte. Dalla direttiva Bolkestein, che stabilì come l’assegnazione dovesse avvenire con procedure imparziali e trasparenti, sono passati 20 anni. Da allora nulla è cambiato, fino alla bozza del bando-tipo nazionale resa nota dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non più tardi di due settimane fa, che stabilisce le regole per le assegnazioni, con durate da 5 a 20 anni e la proroga ultima degli attuali affidamenti al 30 settembre 2027.
Dopo anni di immobilismo, i balneari sono sul chi va là: chi si accaparrerà le prossime concessioni? «La bozza non salvaguarda le piccole aziende – dice Antonio Capacchione, 68 anni, presidente del Sindacato dei balneari italiani –. Il rischio è l’arrivo di banche e fondi monetari, che snaturerebbero il sistema». Con un giro di affari diretto di 22 miliardi di euro, il turismo balneare italiano fa gola a molti, tanto che alcune iniziative imprenditoriali punterebbero a far nascere un operatore leader nella gestione degli stabilimenti.


Sulle 30 mila concessioni demaniali in essere, oggi la quasi totalità è in mano ad aziende a conduzione famigliare. Altro tema caldo, la durata delle concessioni, che per i balneari è garanzia di investimenti e buona gestione – «20 anni la giusta prospettiva» – mentre per quanti si battono per un mare accessibile a tutti risente di un vizio di fondo: perché concessione non significa affitto né appropriazione o abusivismo, come purtroppo può anche accadere. «Per scelta dello Stato, il nostro mare fino ad ora è stato gestito dalle famiglie e per le famiglie. Il mare più attrezzato e democratico al mondo», si sbilancia Capacchione.
Secondo Altroconsumo nell’estate 2026 un ombrellone e due lettini nelle prime quattro file costano però mediamente 225 euro nella settimana dal 2 all’8 agosto: non certo un prezzo popolare.
E il canone unico nazionale? Si parla di 2 euro a metro quadrato all’anno, solo per ombrelloni e sdraio, maggiorati dalla destinazione d’uso. «Ma se le concessioni fruttano allo Stato in totale poco meno di 100 milioni di euro all’anno, a quanto ammontano i ricavi dei balneari? – si chiede Sebastiano Venneri, 66 anni, responsabile Turismo e innovazione territoriale di Legambiente –. Servirebbe un sistema normativo equo, che garantisse la spiaggia accessibile per tutti e imponesse ai concessionari livelli di servizi e qualità». Per l’associazione ambientalista, le concessioni dovrebbero riguardare al più il 50% della costa accessibile e balneabile: «Percentuale da garantire a livello comunale e non nazionale, perché un ligure non se ne fa nulla di una spiaggia libera in Sicilia e viceversa. Il Ministero dice che solo il 33% delle coste è oggetto di concessioni, ma il calcolo è stato effettuato includendo i tratti non accessibili o inquinati». Il confronto con altri Paesi è impietoso: in Grecia la legge fissa il limite al 30%, in Francia al 20%.
Il demanio marittimo è poi un ambiente delicatissimo, sottoposto a drammatici fenomeni di erosione. «La presenza pervasiva dei bagni, spesso con strutture non amovibili, compromette la conformazione del litorale, che dovrebbe essere libero di modificarsi sotto l’azione di fiumi e mareggiate. Non siamo contro gli stabilimenti balneari in sé – chiarisce Venneri – quando non monopolizzano il bene pubblico possono anche essere un presidio sociale e territoriale». Grazie ai concessionari – che garantiscono l’assistenza ai bagnanti – in Italia abbiamo, ad esempio, l’indice di annegamenti in acqua dolce più basso d’Europa. Per Legambiente sarebbe importante che il nuovo bando prevedesse criteri guida ambientali, che valorizzassero la qualità dell’offerta anche in quanto a sostenibilità.
Il tema è vasto, gli interessi economici ancor di più. E anche questa estate, i cittadini che volessero beneficiare del diritto al mare dovranno fare la gimcana fra i lettini o, peggio ancora, subire richiami o spiacevoli ripicche, come da recenti fatti di cronaca. È un vero peccato perché, gestite nell’interesse di tutti, balneazione libera e attrezzata potrebbero concorrere a un’offerta di alta qualità sociale e ambientale, per tutti. Navigando da una spiaggia all’altra, c’è un faro che non dovremmo mai perdere di vista: il demanio marittimo è un bene pubblico e come tale va tutelato.











