Molte aspettative sono state deluse a fine febbraio dalla mancata approvazione della legge sul congedo parentale paritario, ovvero la proposta di 5 mesi retribuiti per entrambi i genitori, dopo un lungo dibattito in Commissione Lavoro della Camera; al parere negativo della Commissione Bilancio (manca la copertura finanziaria) è seguito il voto contrario della maggioranza: per ora, non se ne fa niente. Ma almeno su tre aspetti vale la pena di interrogarsi.

In primo luogo, l’argomento “mancano i soldi” non è più sostenibile, soprattutto quando si discute di temi legati alla denatalità. Certo, l’impatto del disegno di legge era molto elevato, tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro ogni anno; però se ne poteva discutere, si poteva tagliare su durate e percentuali di remunerazione o sui tempi di attuazione. Speriamo che il tema venga ripreso nei prossimi mesi, dopo la tempesta referendaria, e prima della campagna elettorale per le prossime elezioni politiche.

Sulla cosiddetta “obbligatorietà” conviene precisare che l’obbligo riguarda i datori di lavoro, che non possono impedire a un padre (e a una madre) il diritto/dovere di dedicare del tempo alla cura del proprio bambino. Il singolo padre, è, invece, “libero” di decidere se usare o meno questi giorni, settimane o mesi: se non li usa, non si trasformano in ferie, non sono pagati, non possono essere “ceduti” alla madre. Solo così, come già accade in altri Paesi, si promuove un maggior coinvolgimento dei padri, fin dalla più tenera età dei figli. Più che obbligatorio, il congedo paterno dovrebbe essere definito come “finalizzato” o “vincolato”: comunque una opzione di libertà.

Un ultimo tema riguarda la dimensione culturale, evidenziata dai dati sull’utilizzo dei dieci giorni di congedo di paternità alla nascita. Pur essendo “obbligatori”, emerge una fortissima differenziazione territoriale nelle percentuali di padri che ne usufruiscono (dati Inps): al Nord il 75% dei padri lo usa, al Centro il 67% circa, al Sud solo il 44%. La legge è uguale per tutti, ma i contesti territoriali (familiari, di comunità, aziendali) fanno la differenza. Quindi serve ancora un forte impulso nel dibattito pubblico, e paradossalmente, potremmo dire che le opportunità concrete della legge sono certamente importanti, ma è molto più importante l’impatto che l’approvazione di una legge ha sull’atteggiamento complessivo della società. Perché una legge che favorisce i padri nella cura dei figli dice prima di tutto che i figli non sono solo una scelta e un compito della madre, ma sono un tesoro prezioso per tutta la società.

*Francesco Belletti, direttore Cisf