Fuori è ormai sera inoltrata. Per quasi un’ora e mezza, tanto dura la videochiamata con lui, il direttore centrale della Polizia di Prevenzione, in pratica il capo dell’antiterrorismo italiano, Lucio Pifferi, risponde dal suo ufficio alle nostre domande. Più volte si interrompe: «C’è una telefonata urgente che aspettavo». Sono giorni febbrili, segnati dalle immagini delle bombe che piovono sul Medio Oriente, anche sulle basi italiane. Sul nostro territorio, invece, ci sono circa 29 mila obiettivi sensibili, cioè ritenuti a maggior rischio di attacco terroristico: sedi istituzionali e diplomatiche, siti militari, luoghi di culto, piazze, stazioni e aeroporti. Si tratta di un numero molto più elevato rispetto ad altri Paesi europei.

Eppure, se si considera la gravità e le vittime di attentati negli ultimi anni, la situazione italiana non è paragonabile a quella di Francia, Germania o Spagna. La ragione di questa discrasia va ricercata nelle pagine più buie della nostra storia. Le tragedie degli Anni di piombo e la lotta contro le mafie, che non hanno paragoni con il resto d’Europa, ci hanno fornito una corazza contro i terroristi di oggi, in termini di leggi e di strutture operative.

Come il Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo che Pifferi presiede, dove confluiscono le informative su possibili attività terroristiche provenienti da tutte le forze dell’ordine operanti sul territorio (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza), dai servizi segreti e dal sistema penitenziario. «C’è uno scambio continuo di informazioni che ci consente da un lato di concentrare l’attività di sorveglianza sugli obiettivi più a rischio, dall’altro di intervenire più velocemente rispetto ai nostri colleghi europei, per esempio attraverso le perquisizioni, per fermare soggetti radicalizzati che potrebbero passare all’azione. Non a caso, ci chiamiamo Polizia di Prevenzione: se succede qualcosa, per noi è un fallimento».

Il direttore della Polizia di Prevenzione Lucio Pifferi
Il direttore della Polizia di Prevenzione Lucio Pifferi

Il direttore della Polizia di Prevenzione Lucio Pifferi

Qual è il livello di allerta per possibili attacchi sul nostro territorio?

«Molto alto, anche se non abbiamo segnali specifici. I luoghi più a rischio? Nelle ultime settimane, in Europa abbiamo avuto attentati all’ambasciata americana a Oslo e davanti a scuole e sinagoghe a Liegi, Rotterdam e Amsterdam. Abbiamo quindi aumentato la vigilanza su luoghi simili presenti da noi. Lo stesso, ovviamente, facciamo con i luoghi di culto cristiani».

Destano più preoccupazione gruppi organizzati o lupi solitari?

«Sono due pericoli che coesistono. Siamo passati da una fase in cui le organizzazioni terroristiche, come Al Qaeda e l’Isis, colpivano attraverso loro cellule organizzate militarmente, a un’altra in cui questi gruppi hanno raffinato le tecniche di propaganda, indirizzandola verso soggetti non affiliati ma che, in virtù della loro debolezza psicologica, possono essere rapidamente radicalizzati e indotti a colpire».

Che tipo di soggetti?

«Il fenomeno più preoccupante è il crescente coinvolgimento di minori. Dal 2023 abbiamo arrestato 22 minori per attività terroristiche e abbiamo eseguito 145 decreti di perquisizione. Sono ragazzini di 14-15 anni, ma a volte anche dodicenni, non solo di origine straniera, ma anche di famiglie italiane. Trovano una via di fuga dai loro problemi di relazione nella predicazione violenta, realizzata attraverso trappole sempre più sofisticate lanciate sul Web. Personaggi dei cartoni animati o dei videogiochi fungono da esca per diffondere foto e video truculenti, dalle decapitazioni di massa dell’Isis a immagini dai campi di sterminio, accompagnati a messaggi di propaganda. Il risultato è che, spesso, nella mente di uno stesso ragazzino troviamo elementi di fondamentalismo islamico e altri invece riconducibili al suprematismo bianco. Jihadismo e neonazismo: due mondi opposti, che usano le stesse strategie di reclutamento. E che hanno un elemento fortissimo in comune: l’antisemitismo».

A parte l’età, qual è il livello di pericolosità di queste cellule “dormienti”?

«In diverse occasioni sono state svolte delle attività investigative che hanno consentito di non sviluppare un piano terroristico. Nel 2023 a Genova abbiamo arrestato 14 persone, alcune delle quali collegate ai terroristi che hanno compiuto l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, mentre nel dicembre scorso, sempre a Genova, abbiamo smantellato una rete che, attraverso organizzazioni di beneficenza, raccoglieva fondi per finanziare la lotta armata di Hamas. In altre occasioni, abbiamo anche sequestrato armi. Quindi ci sono cellule che possono davvero diventare operative sul nostro territorio. Oppure partire per colpire altrove. In tutta Europa, Italia compresa, abbiamo bloccato persone pronte ad arruolarsi in organizzazioni che vorrebbero costituire uno Stato islamico fondamentalista in Africa, nella zona del Sahel».

In tutto questo l’Iran che ruolo gioca?

«In Europa compie operazioni terroristiche, documentate anche di recente, attraverso i cosiddetti proxy, soggetti che non sono formalmente riconducibili allo Stato iraniano ma che vengono assoldati tra la criminalità comune a questo scopo. I nemici giurati sono ovviamente gli israeliani e gli americani, ma non escludiamo la possibilità di poter diventare anche noi bersaglio di qualche azione».

Un altro fronte caldo riguarda la galassia antagonista, che ha fatto molto parlare di sé con gli ultimi scontri a Milano nei cortei pro Palestina, a Torino dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna e con attentati alle linee ferroviarie. Qui qual è il livello di allerta?

«È un contesto completamente diverso, ma potenzialmente non meno pericoloso, non solo per l’uso di esplosivi. Nell’ultimo anno, abbiamo registrato un aumento della partecipazione numerica ad azioni violente: questi gruppi, strumentalizzando temi assolutamente condivisibili come la questione palestinese, possono convincere giovani a trasformare la loro legittima protesta in violenza».

A queste azioni hanno partecipato anche cittadini arrivati da altri Paesi europei. L’Italia può diventare il centro dell’antagonismo violento?

«Non direi. In manifestazioni in Francia e in altri Paesi dell’Europa centrale in cui si sono verificati disordini sono stati identificati dalle polizie locali anche cittadini italiani. C’è una certa mobilità di questi gruppi».

Lei è in polizia da molti anni, ha diretto la Digos a Padova e a Firenze. Come sta vivendo questo momento?

«Bisogna studiare, capire se c’è bisogno di nuovi strumenti normativi, non trascurare nulla, perché la situazione è in continua evoluzione. Quindi ogni giorno cerco di depotenziare l’ansia che sale facilmente con la consapevolezza di aver fatto tutto quello che si poteva e si doveva fare».