C'è un gesto che, nel vocabolario della politica italiana, vale più di mille comunicati. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli non parteciperà alla cerimonia d'inaugurazione della Biennale di Venezia, prevista per il 9 maggio, né alle giornate organizzate prima dell'apertura. Nessuna spiegazione ufficiale, nessuna motivazione pubblica. Solo il silenzio istituzionale di una nota ministeriale asciutta come uno schiaffo. E in quel silenzio, per chi voglia ascoltarlo, risuona qualcosa di più profondo di una lite tra gentiluomini di destra: risuona il rumore sordo di una contraddizione che il governo di Giorgia Meloni porta con sé da mesi, e che la Biennale ha avuto il merito, o il demerito, a seconda dei punti di vista, di portare alla luce.

Per capire questa storia bisogna partire da lontano, e soprattutto bisogna resistere alla tentazione di ridurla a ciò che appare in superficie: un litigio tra due intellettuali di destra, vecchi amici oggi ai ferri corti. Da tre mesi va avanti una scomposta polemica tra il ministero della Cultura e la Biennale di Venezia. Tutto ruota intorno alla decisione, presa dal presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco, di consentire la partecipazione di artisti russi all'esposizione, sospesa dal 2022 come conseguenza dell'invasione militare dell'Ucraina. Una decisione che ha scatenato reazioni a catena: procedimenti burocratici e amministrativi, contenziosi di varia natura, richiami e sanzioni da parte dell'Unione Europea, fino all'assurdo di uno Stato che si trova a difendere, o almeno a non smentire, una scelta che formalmente disapprova.

Ma al di là del “teatrino”, le questioni politiche vere sono due. E nessuna delle due è piccola.

Il direttore del Festival Alberto Barbera, il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, arrivano per la cerimonia di apertura e la proiezione di 'La Grazia' dell'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, a Venezia, Italia, il 27 agosto 2025
Il direttore del Festival Alberto Barbera, il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, arrivano per la cerimonia di apertura e la proiezione di 'La Grazia' dell'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, a Venezia, Italia, il 27 agosto 2025
Il direttore del Festival Alberto Barbera, il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, arrivano per la cerimonia di apertura e la proiezione di 'La Grazia' dell'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, a Venezia, Italia, il 27 agosto 2025 (EPA)

La prima questione: chi comanda davvero nella cultura italiana?

Giuli e Buttafuoco si conoscono da anni. Condividono le origini intellettuali nella destra radicale italiana, quella che si nutre di pensiero anticonformista e di un certo sospetto verso l'Occidente liberal. Entrambi erano stati indicati come possibili ministri della Cultura: incarico poi assegnato nell'ottobre del 2022 a Gennaro Sangiuliano. Giuli, poco dopo, fu nominato presidente della Fondazione MAXXI. Buttafuoco, nell'ottobre del 2023, venne indicato come presidente della Fondazione della Biennale. Due destinazioni diverse per due uomini simili, ma con una differenza fondamentale: Giuli, diventato ministro dopo il caso Boccia nell'estate del 2024, ha progressivamente adottato i toni cauti e istituzionali che la poltrona richiedeva. Buttafuoco no.

Buttafuoco alla sua autonomia non ha rinunciato, contando peraltro su uno statuto della Biennale che fa della Fondazione un ente svincolato da obblighi di obbedienza diretta al governo. Ed è qui che nasce il cortocircuito: Meloni, interrogata sulla vicenda, ha detto di essersi «leggermente persa» negli sviluppi della faccenda, ha specificato che il governo non aveva condiviso la scelta di riaprire il padiglione russo, ma ha ribadito che Buttafuoco «è una persona capacissima» e che la Biennale resta un ente autonomo. Una posizione che è, simultaneamente, una critica e un'assoluzione. Il governo prende le distanze ma non ritira la fiducia. Disapprova ma non interviene. È il classico habitus del potere italiano quando non vuole scegliere: fingere che la scelta non esista.

Giuli, dal canto suo, ha rotto il riserbo con un'intervista durissima, accusando Buttafuoco di essersi «illuso di poter fare politica estera» e di essere stato «vittima di una fantasia pacificatoria». Parole che, tradotte, significano: hai fatto quello che avresti voluto fare anch'io, tre anni fa, ma che oggi il mio ruolo mi impedisce di fare. Il conflitto tra i due non è ideologico. È un conflitto tra chi governa e chi si sente ancora libero di sognare.

La seconda questione: l'Italia e la Russia, il nodo che non si scioglie

Ed è qui che la polemica sulla Biennale smette di essere una querelle culturale e diventa uno specchio fedele delle ambiguità del governo sulla politica estera verso Mosca. Negli anni passati sia Giuli sia Buttafuoco avevano espresso la propria ammirazione per Putin e per la cultura russa, e avevano condannato l'approccio dell'Unione Europea sulla guerra, riproponendo una certa retorica vicina alla propaganda del presidente russo Vladimir Putin. Poi Meloni è arrivata a Palazzo Chigi e le cose, almeno ufficialmente, sono cambiate. L'Italia ha sostenuto l'Ucraina, ha votato le sanzioni, ha difeso l'unità atlantica. Ma qualcosa, sotto la superficie, non ha mai convinto del tutto.

A gennaio Meloni stessa aveva aperto una porta: in conferenza stampa aveva detto che «era arrivato il momento in cui anche l'Europa parli con la Russia» riguardo alle trattative su una possibile tregua, spiegando che se l'Europa decideva di partecipare ai negoziati parlando solo con una delle due parti, il suo contributo positivo sarebbe stato limitato. Parole prudenti, ma significative. Da allora, una serie di episodi ha alimentato l'ambiguità: a marzo alcuni atleti russi e bielorussi avevano gareggiato ai Giochi paralimpici di Milano Cortina con tanto di inno, divisa e bandiera dei due paesi, mentre in precedenza avevano sempre gareggiato in modo neutro, e il governo aveva spiegato che la decisione era del Comitato paralimpico internazionale. Poi era emerso l'incontro tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l'ambasciatore russo a Roma Alexey Paramonov: i collaboratori di Meloni avevano prima cercato di sminuire il fatto, salvo scoprire che l'incontro era avvenuto alla Farnesina e che il ministro Tajani ne era al corrente. Meloni disse di essere «amareggiata». Cirielli è ancora viceministro degli Esteri.

È il racconto di un governo che non riesce, o non vuole, governare davvero la propria posizione nei confronti di Mosca. Salvini si è più volte detto favorevole a tornare ad acquistare il gas russo, revocando le restrizioni adottate dall'Unione Europea. Meloni e Tajani si sono mostrati meno favorevoli. Ma le contraddizioni restano, affiorando qua e là, nei corridoi della Farnesina, nelle corsie di una pista olimpica, nei padiglioni di una mostra d'arte a Venezia.

Alessandro Giuli
Alessandro Giuli
Alessandro Giuli (ANSA)

Il nodo che la cultura rivela

La Biennale, in fondo, ha fatto solo questo: ha reso visibile ciò che era già presente. Buttafuoco ha agito in coerenza con una visione del mondo che era stata anche di Giuli, anche di molti nella destra italiana, e che non è stata davvero abbandonata, ma solo accantonata per opportunità. L'idea che la cultura possa essere strumento di dialogo anche con chi fa la guerra, che l'arte non debba seguire le logiche della politica, che la Russia non vada demonizzata ma reintegrata nel consesso delle nazioni civili. Sono idee che circolano, con più o meno pudore, dentro la coalizione di governo.

Il problema è che non si può, al tempo stesso, sostenere l'Ucraina nelle dichiarazioni ufficiali e lasciare che i propri uomini, nelle istituzioni culturali, nelle fondazioni, nelle anticamere dei ministeri, lavorino in direzione opposta. O almeno, non si può farlo senza pagare un prezzo in termini di credibilità internazionale. La diatriba ha esposto l'Italia a una brutta figura internazionale, e il fatto che la principale risposta del governo sia stata quella di lavarsi le mani dice molto sulla qualità della nostra classe dirigente.

Giuli non andrà all'inaugurazione. È un gesto di distanza, forse di fastidio, certamente di imbarazzo. Ma l'imbarazzo vero non è tra lui e Buttafuoco. È tra ciò che il governo dice di essere e ciò che, nella pratica, continua a lasciare fare.