La telecamera riprende una scena a prima vista strana e misteriosa: un uomo impedisce, con tutte le sue forze, che la portiera di un’auto ferma si apra. Dall’interno, evidentemente, qualcuno sta spingendo per tentare di uscire dall’abitacolo. L’uomo, però, non glielo permette. Qualche istante dopo, un’impressionante esplosione inghiotte e distrugge l’auto. A bordo quattro persone perdono la vita in modo atroce. Di loro resteranno solo pochi resti carbonizzati. L’uomo scappa. Non sa, il misero assassino, di essere stato ripreso dall’occhio impietoso della telecamera. Ha previsto tutto, l’assassino. È già pronto a mentire, sotto giuramento, alla legge e ai familiari delle vittime. Di certo, ha già l’alibi da esibire agli inquirenti.

Le persone imprigionate nell’auto data alle fiamme, in provincia di Cosenza, sono quattro immigrati di nazionalità pakistana. Lontani dalla loro terra e dai loro affetti, come tanti, erano giunti nel nostro Paese, sognando una vita migliore. La realtà ben presto si prese cura di mostrare il suo vero volto. La lotta per la sopravvivenza, il caporalato, il sole cocente, il freddo pungente, le forze che vengono meno, gli insulti, la lingua da imparare, gli alloggi fatiscenti, il cibo insufficiente, sono il loro pane quotidiano. E più di ogni altra cosa le umiliazioni da sopportare. Quando i popoli non sanno essere fratelli si fanno vicendevolmente tiranni.

Dagli stranieri un poco ce lo aspettiamo tutti. Il colore della pelle, la religione, la lingua incomprensibile, i modi di fare e di ragionare diversi dai nostri, da sempre si sono rivelati un’ottima giustificazione per erigere muri alla fratellanza umana. Bisogna lavorare e testimoniare ancora tanto per arrivare a una convivenza decente.

Ma chi è che, con tanta lucida cattiveria, ha impedito alle vittime designate di mettersi in salvo? Come ha fatto a non provare un briciolo di pietà per quei poveri braccianti?

È un pakistano, come loro. Uno di quelle figure intermedie tra i manovali che a frotte si spostano in questi mesi da una regione all’altra, da un terreno all’altro, da una coltura all’altra, e gli agricoltori. Uomini - ammortizzatori tra le braccia da sfruttare fino allo spasimo e chi da quella forza umana trae guadagni non sempre legittimi.

Durante la Seconda Guerra mondiale, nei campi di sterminio tedeschi, agli internati, più delle S.S., facevano paura i Kapò, prigionieri anch’essi. Pur di non perdere i privilegi che gli venivano concessi, erano disposti a tutto. Col tempo, diventavano disumani, anche quando non ce n’ era bisogno. Il cuore dell’uomo è un abisso insondabile. Un buco nero sul quale possiamo appena affacciarci. A guardare negli occhi il male si rimane inorriditi. Per farlo, ci vuole coraggio. Esso pone domande alle quali non sempre sappiamo, o vogliamo, dare una risposta adeguata.

La verità è che il male ci fa male. E mettiamo in atto i meccanismi di difesa. Di fronte a un bambino imprigionato in un’auto che brucia, a una mamma che annega, a una vecchina che sta per finire sotto il treno, l’istinto umano ti porta a rischiare anche la vita pur di mettere in salvo il malcapitato.

E ti accorgi che quella – e solamente quella – è la strada da percorrere. Pur non sapendolo spiegare, sai che solo l’amore ti riempie veramente il cuore. C’è un limite a tutto. Anche a quella sorte di sadismo che ci porta a calpestare l’altro per affermare noi stessi. Il male, come una sirena, prima ti ammalia e poi ti distrugge. Sono migliaia, milioni, le persone che, dopo aver ceduto al fascino delle sue menzogne, si sono ritrovate a sprofondare in un incubo senza fine.

In questi giorni, in televisione, abbiamo visto le interviste realizzate con i fratelli Roberto e Fabio Savi, passati alla storia come quelli della “Banda della Uno bianca”. Ventiquattro omicidi, decine di feriti, centinaia di famiglie nel dolore e nel lutto. Li vedi, li osservi, cerchi di capire. Non sai che pensare. Ti fanno rabbia, ma anche pena. Vorresti prenderli a sberle e ti ritrovi a farfugliare una preghiera anche per loro. Pretendi che la giustizia faccia il suo corso fino in fondo, ma, nello stesso tempo, sai che non puoi, non devi permettere alla pietà di spegnersi nel tuo cuore.

Ma, è proprio vero che il male è, poi, così “banale”? Mi sorge un dubbio. Non è che questa presunta “banalità” ci consente di disinnescare la miccia prima che deflagri e ci coinvolga in una riflessione – esistenziale, filosofica, teologica - seria e accurata che oltre a prendere in esame i più spietati e disumani assassini, stupratori, guerrafondai, potrebbe riguardare anche noi non sempre disposti a dare all’amore il primato nella nostra vita?