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«Il bambino aveva bisogno di affetto e di chi si prendesse cura di lui». Quando raggiungiamo al telefono Carlotta Zanetti, 32 anni, l’infermiera di terapia intensiva pediatrica ritratta nello scatto che ha vinto il contest, lanciato dal policlinico Sant’Orsola di Bologna dove lavora per celebrare le sue professioniste e i suoi professionisti in occasione del primo maggio dal titolo “Il tuo lavoro in uno scatto”, ce lo spiega: «quel bimbo vive lunghi periodi in ospedale e i genitori non possono stare con lui H24, la struttura stessa non lo permette. Aveva bisogno di una coccola e mi è venuto naturale prenderlo in braccio. Una collega Oss ci ha visti e ha deciso di scattare una fotografia. A detta sua, era una scena troppo bella».
E bella lo è davvero. Non solo perché ha vinto il contest, ma per il racconto profondo e delicato che fa dei lavori di cura. «Da qualche mese» racconta Carlotta, «stiamo facendo un percorso perché le mamme e i papà si possano fermare da mattina a sera in terapia intensiva. Solo la notte non è possibile perché non c’è lo spazio per i letti. Ecco, perché, al di là del loro desiderio, ci sono momenti in rianimazione in cui proprio non possono stare. Quel bambino aveva mostrato di aver bisogno di affetto e presenza, potevo farlo e mi è venuto spontaneo fare un gesto di vicinanza e presenza. In ogni gesto che facciamo, a prescindere dalla criticità dell'evento e del momento, se si può dare vicinanza e dolcezza non ci sottraiamo mai».
Empatia e relazione che sono ben presenti nella loro professione: «Anche con le persone adulte, con i bambini poi è tutto più facile. È tutto istintivo e naturale. Con loro devi imparare a giocare anche durante alcune procedure e mantenere sempre un rapporto attivo e “ben voluto” perché vivano il ricovero nella maniera migliore. Anche se è sempre un po’ traumatico, questo non si può negare. Ma si cerca di creare un ambiente di gioco e relazione».
Perché l’ambiente della Terapia Intensiva si sa «è alienante. Tra luci, monitor e suoni, oltre ovviamente alla paura per il camice bianco. Ci sono bambini che non realizzano dove sono e glielo devi spiegare che è un ambiente sicuro, anche se non è normale. Quando trovano chi è disponibile a star loro vicino ti danno fiducia, subito. Cerchiamo sempre di creare un legame di fiducia per fargli capire che siamo accanto a loro, per loro. Con quel legame riusciamo a dare risposte anche ai bisogni relazionali».
Quanto conta il prendersi cura nella vostra professione? «Il lavoro di cura è molto più importante di quel che si conosce e si vede… vicino alla professionalità, alla passione e alla dedizione nel far star bene l'altro. Quel che ferisce è che non viene considerato come parte integrante del lavoro, ma un di più quando invece è il cuore del mestiere: empatia e relazione».
Eppure è una professione in crisi… «Per me è la più bella del mondo. È in crisi perché non viene valorizzata e compresa. A livello sociale, si è considerati poco. Quando, poi, però uno tocca con mano la tua professione capisce bene il valore del lavoro dell'infermiere a fianco del paziente, sempre e comunque».
Essì che gli applausi dalle finestre durante la pandemia avrebbero dovuto insegnarci qualcosa del vostro mestiere e, invece, il nostro è un Paese che dimentica in fretta… «Purtroppo non siamo riconosciuti per quel che facciamo, anche se non siamo eroi o angeli. Ma come viene riconosciuta la figura del medico, dell’architetto e dell’ingegnere con lo stesso rispetto sociale andrebbe riconosciuto anche il mestiere dell'infermiere che ha conoscenze, competenze e un codice deontologico da rispettare. È una professione a tutti gli effetti».
Un atteggiamento che disincentiva anche i giovani a scegliere la professione… «Siamo a corto di personale e di volontà di studiare per diventare infermieri perché non si rende la professione attrattiva. Se dovessi dire a un ragazzo perché scegliere di fare l’infermiere? Perché ti dà tanto, è una sfida continua che ti regala tante occasioni, possibilità e storie. Entriamo in punta di piedi nelle vite dei nostri pazienti per creare una relazione di cura che fa bene a te e al paziente in primis».
IL CONTEST
In occasione della Festa dei Lavoratori, il Policlinico di Sant’Orsola ha promosso il contest fotografico “Il tuo lavoro in una foto”, un’iniziativa nata con l’obiettivo di raccontare il lavoro in ospedale attraverso lo sguardo diretto dei professionisti che ogni giorno vivono il Policlinico e si prendono cura dei pazienti da ogni punto di vista.
Il contest ha coinvolto operatori di diverse aree — assistenziale, tecnica, amministrativa e dei servizi — invitandoli a condividere uno scatto capace di rappresentare il significato del proprio lavoro: un gesto, un momento, una relazione o un dettaglio della quotidianità spesso invisibile agli occhi esterni, ma fondamentale nella vita dell’ospedale.
L’iniziativa è stata pensata per celebrare il 1° maggio in modo partecipato e autentico, mettendo al centro non solo le professioni sanitarie, ma tutte le persone che contribuiscono ogni giorno al funzionamento del Sant’Orsola e alla presa in carico e all'assistenza dei pazienti.
Le fotografie partecipanti sono state pubblicate sui social del Policlinico e si sono sfidate attraverso votazioni aperte ai follower. Lo scatto vincitore è stato scelto proprio dalla community online ed è diventato l’immagine simbolo del Sant’Orsola per la Festa dei Lavoratori 2026.
Più che una semplice gara fotografica, il contest è stato un’occasione per valorizzare il lavoro quotidiano attraverso immagini vere, spontanee e profondamente legate all’esperienza delle persone che lavorano all’interno dell’ospedale.







