Il femminicidio di Messina si poteva evitare. Se l’ex compagno e reo confesso Santino Bonfiglio avesse avuto il braccialetto elettronico come previsto dalla legge, Daniela Zinnanti sarebbe ancora viva. Invece il dispositivo, prescritto dal giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza di custodia cautelare, non era disponibile. «Proprio così: la magistratura aveva lavorato correttamente ma al momento dell’esecuzione del provvedimento il dispositivo non era disponibile», ripete Teresa Manente, responsabile dell’Ufficio legale di Differenza donna.

L'avvocata Teresa Manente

Avvocata, come è possibile che il dispositivo di controllo non fosse disponibile?
«In Italia non ci sono abbastanza braccialetti elettronici. Lo abbiamo denunciato immediatamente all’entrata in vigore della legge 168/2023 cosiddetta “Codice Rosso”, che prevede l'uso obbligatorio del bracciale. Tra l’altro il ritardo dell’applicazione del dispositivo aumenta il rischio di vita per le donne. Una volta che il giudice emette il provvedimento di applicazione di misura cautelare, quale l’ordine di non avvicinamento o gli arresti domiciliari, l’uomo viene a conoscenza della denuncia della donna e vive questo momento come una ribellione della stessa al suo potere e al suo controllo: lei non è più sottomessa e pertanto va punita fino a ucciderla».
Il femminicidio si poteva evitare?
«Sicuramente. A nulla serve dire che la donna aveva ritirato la prima querela, ciò può avvenire se, ad esempio, la donna vuole dare all’uomo un’altra possibilità, ma questo non significa che i fatti denunciati non siano realmente accaduti e gravi. E comunque in questo caso, come avviene molto spesso, l’uomo ha reiterato la condotta illecita e la donna aveva sporto un’ulteriore denuncia. Il pubblico ministero, riconosciuta la gravità della situazione e la pericolosità dell’uomo, aveva applicato esattamente la legge, richiesto e ottenuto dal giudice l’applicazione della misura cautelare degli di arresti domiciliari e del braccialetto elettronico».
Di chi è quindi la responsabilità?
«Di certo il Ministro degli Interni, responsabile delle modalità di attuazione e del monitoraggio dei braccialetti elettronici, e il Ministro di Giustizia sono a conoscenza da oltre un anno di questa disfunzione. E avevano l’obbligo di risolvere questa gravissima lacuna».
Perché i dispositivi non sono sufficienti?
«Il ministero degli Interni ha posto in essere con Fastweb, l’azienda che fornisce i dispositivi, un contratto per un numero di circa 1.300 bracciali. Ma con l’introduzione dell’obbligo dell’applicazione del braccialetto elettronico in caso di misure cautelari, il numero di braccialetti necessari è di molto più elevato a quello previsto dal contratto. Nulla però è stato fatto per rimediare a questo gravissimo problema . D’altra parte tutte le ottime leggi che finora sono state varate per il contrasto alla violenza di genere nei confronti delle donne sono a costo zero, quindi non è possibile renderle effettive».


Finanziare la legge è quindi quanto di più urgente.
«Per contrastare efficacemente il fenomeno occorrono soldi, innanzitutto per rendere effettiva l’applicazione della legge. Si tenga conto che sempre più donne si ribellano alla violenza maschile e vogliono vivere libere dalla violenza. Lo Stato è tenuto, obbligato, a rendere effettivo il diritto delle donne ad avere giustizia. Ripeto, per dare attuazione alle leggi e per ultimo alla legge sul femminicidio servono investimenti economici, a partire dall’aumento del numero di dispositivi e dei centri antiviolenza, strutture uniche e necessarie per sostenere le donne nel loro percorso di uscita dalla violenza. Come Differenza donna ci siamo attivate per accogliere le donne nelle case rifugio nel periodo che intercorre fra la disposizione delle misure cautelari e l’applicazione del dispositivo, periodo che varia da 10 giorni fino anche a mesi».


Altre donne sono morte per la carenza dei dispositivi elettronici?
«Purtroppo sì. Zinnanti è la terza, solo negli ultimi mesi. Mi appello alla responsabilità dei due ministri. Abbiamo leggi fra le migliori in Europa, che però non possono essere attuata per carenza di fondi e le donne continuano a morire. Non basta fare le leggi».
Da inizio anno i femminicidi in Italia sono già 11.
«Esattamente, nonostante le leggi. Ripetiamo ancora una volta: serve formazione continua, specializzazione per tutti gli operatori sociali, potenziamento dei centri antiviolenza, campagne di sensibilizzazione culturale quotidiane e non solo in vista del 25 novembre».