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Il murale dedicato a Giulia Cecchettin realizzato a Milano dell'artista Fabio Ingrassia3. Giulia è raffigurata mentre si abbraccia, avvolta in un cappotto rosso con un messaggio sulla tasca: ''Volevo solo scomparire in un abbraccio''
“Non si può più dire niente”, “le ho solo detto di non vestirsi così”, “le ho solo controllato il telefono”. “Ho mandato in giro due foto”, “io ho tirato un pugno sul muro non è che l’ho menata”; “Io le ho solo detto: senza di me sei niente”; “Io le ho solo detto: se mi lasci ti ammazzo”. È una sequela rapidissima di scambi tra amici intorno a un tavolo il nuovo video di Fondazione Cecchettin, nata dopo il femminicidio di Giulia per volontà di papà Gino con l’obiettivo di educare le giovani generazioni al rispetto delle donne. In ogni frase di quel video si insinua la violenza contro le donne. Ne parliamo con Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna che da 37 anni si impegna per contrastare questo fenomeno a cui il video è piaciuto molto.
Perché il video della Fondazione Cecchettin è importante?
«Mostra come la violenza maschile contro le donne sia diffusa e normalizzata anche in contesti quotidiani e apparentemente tranquilli, come una cena tra amici. Fa capire che il fenomeno non è lontano, ma presente nella vita di tutti i giorni e spesso difficile da riconoscere».
Nel video parlano uomini giovani: cosa significa?
«Questi giovani non hanno creato la misoginia, ma l’hanno ereditata dal mondo adulto. Il patriarcato e la disparità di potere si trasmettono spesso in modo implicito attraverso comportamenti quotidiani. La mancanza di prevenzione rafforza questo modello culturale».


Il video cosa rivela sulla violenza contro le donne?
«Mostra che la violenza può iniziare in forma psicologica e diventare progressivamente più grave. Gli uomini che la esercitano spesso non si percepiscono come violenti e la società fatica a riconoscerli come tali. Tuttavia l’escalation è prevedibile e prevenibile».
Perché la violenza è più vicina di quanto pensiamo?
«Perché riguarda situazioni quotidiane e coinvolge uomini “normali”. Molti altri uomini assistono a queste narrazioni senza opporsi, mentre oggi è fondamentale che prendano posizione».
La frase “Non si può più dire niente” cosa rappresenta?
«Riflette la resistenza sociale al riconoscimento delle discriminazioni di genere. Molti pensano che le donne abbiano già ottenuto tutti i diritti, ma in realtà le disuguaglianze persistono e l’Italia è scesa nelle classifiche globali sulla parità di genere».
Il patriarcato è una gabbia anche per gli uomini?
«Sì. Il patriarcato impoverisce anche le loro vite e ostacola relazioni basate sulla reciprocità. Gli uomini dovrebbero opporsi a questa narrazione e contribuire al cambiamento culturale».
Dopo la Convenzione di Istanbul cosa manca?
«Servono politiche complete basate su prevenzione, protezione, punizione e interventi sistemici. Non bastano i corsi sull’educazione emotiva: sono necessarie campagne culturali diffuse, come accaduto con le campagne antifumo».
Il gender gap è collegato alla violenza?
«La disparità economica e lavorativa rafforza la disuguaglianza di potere. In Italia molte donne lavorano meno, guadagnano meno e, nonostante siano più istruite, vengono spesso escluse dal mondo del lavoro. Senza indipendenza economica è più difficile essere autonome».
Parlare solo di femminicidio rischia di nascondere il resto?
«Sì. L’attenzione mediatica sui femminicidi può oscurare la grande quantità di violenza quotidiana. In Italia oltre 6 milioni di donne hanno subito violenza, quindi bisogna intervenire molto prima che si arrivi agli omicidi».
Cosa serve oggi davvero in Italia?
«Serve una politica che affronti la disuguaglianza di genere come un problema di democrazia e cittadinanza. Lo Stato dovrebbe rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione delle donne alla vita sociale, come previsto dalla Costituzione».







