Il terreno continua a muoversi a Niscemi. Secondo i geologi dell’Università di Firenze, incaricati dalla Protezione civile, la frana resta instabile e non esistono interventi capaci di stabilizzare definitivamente l’intero versante.

Un episodio che riporta al centro il tema della fragilità del territorio italiano. Per capire perché frane e alluvioni sono così diffuse nel nostro Paese abbiamo intervistato Erasmo D’Angelis, giornalista e divulgatore ambientale.

La frana di Niscemi riporta al centro il tema della fragilità del territorio italiano. Quanto pesa la natura del suolo e quanto invece la responsabilità dell’uomo?

«Non possiamo dire che non ce l’aspettavamo. Niscemi, come molti Comuni italiani, sorge su costoni argillosi e sabbiosi, poco rocciosi. L’Italia è geologicamente giovane: è emersa dalle acque molto più tardi rispetto ad altri continenti e questo rende i nostri terreni fragili. Quel costone, un tempo, era fondale marino. Che quella frana sarebbe ripartita si sapeva: dal 1997 quell’area è classificata a pericolosità elevata. Eppure, passata l’emergenza, si dimentica. Erano state promesse opere fondamentali, come la regimazione delle acque del torrente Benefizio, dove oggi finiscono anche scarichi fuori legge. I fondi c’erano, ma i cantieri non sono mai partiti per anni di contenziosi. Alla fragilità naturale si è così sommata la mancata prevenzione».

Dunque il dissesto idrogeologico è frutto sia della natura del territorio sia delle scelte umane?

«Pesano entrambe, ma la seconda ha aggravato enormemente la prima. Negli ultimi decenni sono state fatte scelte che hanno moltiplicato il rischio. Dal 1956 a oggi siamo passati da circa il 3% di territorio edificato all’8,5%: abbiamo quasi triplicato il costruito. È un dato unico al mondo. Questo è avvenuto anche attraverso quattro condoni edilizi, una pratica che in Europa semplicemente non esiste. Abbiamo costruito sulle sponde dei fiumi, su versanti franosi, su aree che i piani regolatori indicavano come vietate. Se edifichi in zone a rischio e non realizzi opere di difesa e manutenzione, è inevitabile che prima o poi qualcosa crolli».

I numeri sulle frane in Italia sono impressionanti. Cosa raccontano davvero?

«Raccontano una realtà che spesso ignoriamo. Nei 27 Paesi dell’Unione Europea sono censite circa 750 mila frane: oltre 620 mila si trovano in Italia. È un dato che dice tutto. Inoltre siamo anche un Paese dove cade una quantità d’acqua enorme: circa 300 miliardi di metri cubi di pioggia all’anno, distribuiti lungo 7.546 corsi d’acqua. È una ricchezza straordinaria, ma quest’acqua arriva su terreni molto instabili. Nell’ultimo secolo abbiamo registrato 17 mila frane importanti, quasi 6 mila morti, milioni di sfollati. E ogni anno spendiamo miliardi per riparare i danni. Questa è la fotografia del Paese in cui viviamo».

Cosa significherebbe davvero passare dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione?

«Significa cambiare il modello di spesa pubblica. Noi spendiamo in media ogni anno 4 miliardi per i terremoti, 4 miliardi per frane e alluvioni, 2,5 miliardi per le siccità, 1 miliardo per gli incendi. Sempre dopo. I soldi ci sono. Pensiamo ai 170 miliardi del Superbonus, il più grande investimento dal dopoguerra: abbiamo rifatto facciate, ma dimenticato interventi strutturali antisismici e di messa in sicurezza. Nel Pnrr non c’è una voce forte su frane, alluvioni, terremoti. Manutenzione ordinaria significa investire prima, non dopo».

Quanto pesa anche una questione culturale nel modo in cui affrontiamo questi rischi?

«Siamo un popolo molto fatalista: tendiamo a dire “È successo, non succederà più” e andiamo avanti. Dovremmo maturare una vera coscienza del rischio come fatto quotidiano, non straordinario. Viviamo in un Paese che concentra quasi tutti i pericoli naturali possibili: terremoti, frane, alluvioni, vulcani. Dobbiamo accorciare la distanza tra la conoscenza dei rischi e la protezione concreta del territorio».

Quale dovrebbe essere il passo successivo per proteggere davvero il territorio italiano?

«La nostra Protezione civile è tra le migliori al mondo. Dobbiamo affiancarle una vera “prevenzione civile”: un sistema stabile, continuo, che lavori ogni giorno sull’adattamento al clima e sulla riduzione dei rischi. E ciò richiede un cambio di mentalità: considerare la cura del Creato come responsabilità quotidiana, non come risposta alle catastrofi. Abbiamo tutte le conoscenze, le tecnologie e le risorse necessarie. Dobbiamo solo decidere di farlo».


In collaborazione con Credere

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