PHOTO
L'area colpita dalla frana a Niscemi, Caltanissetta, che ha causato l'evacuazione di centinaia di famiglie
A volte capita, chiacchierando con amici, di chiedere o sentirsi domandare: cosa porteresti con te se scappassi su un’isola deserta? Si intendono gli oggetti a cui teniamo di più nel caso di una fuga volontaria dallo stress che ci attanaglia. Lasciamo, invece, a ipotesi più remote l’eventualità di essere costretti a disfarci di quello che ci è più caro, ovvero, ricordi, emblemi del tempo attraversato, per altre ragioni, men che meno ci interessa paventare ipotesi che potrebbero vederci protagonisti di scenari drammatici. L’isola deserta resta la possibilità più affascinante in assoluto.
Ora però spostiamoci a Niscemi e pensiamo che tutto questo è realtà. La gran parte delle persone che abitava nella zona colpita dalla frana ha dovuto salvarli davvero - e con la disperazione immaginabile - gli oggetti raccolti a cui teneva, e preparare un fagotto alla svelta per dire addio a tutto il resto. In pochi giorni la vita di mille e cinquecento niscemesi ha subito un cambiamento traumatico e, dettaglio ancora più inquietante, nessuno di loro sa e saprà, almeno in tempi brevi, cosa ne sarà del suo futuro. Per quanto ci si sforzi di mettersi nei loro panni, non sarà mai lo stesso che subire una tale sciagura. A freddo chi di noi saprebbe dire come reagirebbe in una situazione simile? Nel frattempo, però, c’è la vita che preme con i problemi di tutti i giorni. Al netto delle analisi e delle congetture per risalire alle colpe di quanto accaduto, esiste la necessità di lavarsi, vestirsi, rifocillarsi, far fronte alle richieste dei figli, camuffare le lacrime, pensare al lavoro, proteggersi dal freddo dell’inverno e perché no, vivere una vita degna. Come, dove, quando sarà possibile ambire a questo? Il tutto condito dalla consapevolezza di non potersi nemmeno abbandonare al pessimismo più nero.
Mentre guardiamo le immagini della frana in televisione dovremmo andare oltre ciò che si vede con gli occhi, ed è la capacità di leggere la disperazione muta di chi subisce lo smacco dei rimpalli di accuse fra politici, scaricabarili di responsabilità che non servono a niente, se non a produrre attese estenuanti in un presente che sembra precipitare di minuto in minuto. Niscemi è diventata emblema di una resistenza, e questa a oggi resta l’unica risposta evidente. Ma come ben sappiamo resistere non può essere la vera soluzione. In un contesto così drammatico prima o poi si esaspereranno gli animi. Urgono risposte dallo Stato, si attende concretezza. Siamo sconvolti, sì, lo siamo tutti. In un territorio che aveva dato segnali ben precisi sin dal lontano 1997, data dell’ultima frana - anche se a monte le criticità idrogeologiche arrivano ben più indietro - cosa si è fatto per mettere in sicurezza Niscemi?
L’Italia per sua natura è di per sé problematica, il rischio idrogeologico é una costante da nord da sud, nessuno escluso, tuttavia, invito a osservare il modello Umbria e ai lavori di risanamento di zone delicate come Orvieto e Todi. Negli anni in questa regione è stato fatto un gran lavoro, e malgrado i fenomeni di instabilità, smottamenti e movimenti che si ripetono da secoli, con monitoraggi continui, drenaggi e sistemazioni idrauliche, non sono mai accadute evacuazioni di massa o crolli catastrofici come Niscemi. E allora smettiamola di parlare soltanto di abusivismo per coprire altre colpe. Che si individuino i responsabili e si diano risposte concrete a chi è rimasto con un pugno di mosche in mano (i fagotti della disperazione, per intenderci) dopo una vita di sacrifici.









