Niscemi non è solo un comune che scivola sotto il peso di un dissesto idrogeologico mai risolto; è una comunità che tenta di restare in piedi mentre i suoi simboli finiscono nel burrone. Il recente crollo della Croce del Belvedere ha riaperto i traumi mai rimarginati della frana del 1997, lasciando la città in un equilibrio precario tra la rabbia degli sfollati e l'attesa di risposte concrete da parte dello Stato.

In questo scenario di fango e incertezza, abbiamo sentito don Giuseppe Cafà, parroco della chiesa del Sacro Cuore. Con lui abbiamo ripercorso i giorni della paura, la visita della premier Meloni e quel "miracolo" quotidiano chiamato Amalia: la bambina nata da una madre sfollata, diventata l'emblema di una Niscemi che, pur ferita, non smette di generare futuro.

Don Giuseppe, per la città la Croce del Belvedere non è solo un monumento, ma una bussola spirituale e identitaria. Che cosa ha provato la comunità nel vedere quel simbolo sprofondare nel burrone? È stato percepito come un segno di abbandono o come un monito?

«La reazione prevalente non è stata quella del monito, ma un profondo e diffuso senso di abbandono. La Croce non era collocata in un luogo qualunque: sorgeva nel punto esatto dove un tempo esisteva la Chiesa delle Sante Croci, distrutta dalla frana del 1997. Per questo, vederla sprofondare nel burrone ha riaperto una ferita mai del tutto rimarginata. È stato come assistere, ancora una volta, al crollo di un riferimento spirituale e storico, quasi a dire che ciò che già era stato perso potesse essere perduto di nuovo. In molti hanno avvertito la sensazione di una comunità lasciata sola, costretta a convivere con fragilità antiche senza risposte adeguate».

Si sta lavorando al recupero e restauro della Croce per riportarla alla città. Al di là dell'operazione tecnica, che valore pastorale attribuisce a questo gesto? Può il ritorno della Croce essere il primo mattone per la ricostruzione morale dei cittadini?

«Il recupero della Croce ha un valore che va ben oltre l’intervento tecnico: è un gesto profondamente pastorale, perché parla alla coscienza della comunità. Se mi è consentito, richiamo un passaggio dell’omelia del nostro vescovo Rosario Gisana, pronunciata durante la veglia di preghiera celebrata il giorno successivo alla caduta della Croce. Il Vescovo ci ha aiutati a leggere quell’evento attraverso tre passaggi essenziali: anzitutto ricordandoci che la nostra fede non può fondarsi su segni visibili, per quanto importanti, ma deve andare oltre; poi invitandoci a spostare lo sguardo dal crocifisso ai “crocifissi”, cioè alle persone che stanno vivendo sulla propria pelle questo dramma; infine suggerendo che la croce scompare il giorno della risurrezione, quasi a dire che forse questa caduta segna l’inizio di un tempo nuovo, di risurrezione per la nostra comunità. In questo senso, il ritorno della Croce può davvero diventare il primo mattone di una ricostruzione morale, se saprà condurci a una fede più matura, più incarnata e più attenta alla sofferenza concreta delle persone».

È stata recuperata la croce in pietra di Niscemi, diventata un simbolo di speranza e resistenza, che era caduta nel precipizio a causa dei continui movimenti della frana che ha sconvolto il comune nisseno. Ora il simbolo tanto caro ai niscemesi potrà essere ricomposto nonostante la rottura in più parti. Il recupero è stato fatto dai vigili del fuoco e della polizia di Stato. 15 febbraio 2026. ANSA/N.O.C.S. della Polizia di Stato + UFFICIO STAMPA, PRESS OFFICE, HANDOUT PHOTO, NO SALES, EDITORIAL USE ONLY + NPK
È stata recuperata la croce in pietra di Niscemi, diventata un simbolo di speranza e resistenza, che era caduta nel precipizio a causa dei continui movimenti della frana che ha sconvolto il comune nisseno. Ora il simbolo tanto caro ai niscemesi potrà essere ricomposto nonostante la rottura in più parti. Il recupero è stato fatto dai vigili del fuoco e della polizia di Stato. 15 febbraio 2026. ANSA/N.O.C.S. della Polizia di Stato + UFFICIO STAMPA, PRESS OFFICE, HANDOUT PHOTO, NO SALES, EDITORIAL USE ONLY + NPK
È stata recuperata la croce in pietra di Niscemi, diventata un simbolo di speranza e resistenza, che era caduta nel precipizio a causa dei continui movimenti della frana che ha sconvolto il comune nisseno. Ora il simbolo tanto caro ai niscemesi potrà essere ricomposto nonostante la rottura in più parti. Il recupero è stato fatto dai vigili del fuoco e della polizia di Stato. (ANSA)

Parliamo di chi ha perso la quotidianità: le famiglie sfollate. Lei che ascolta quotidianamente le loro paure, qual è lo stato d'animo prevalente oggi? C'è più rassegnazione o rabbia per una fragilità del territorio che si conosceva da tempo?"

«Più che rassegnazione, oggi prevale una grande stanchezza. Una stanchezza che nasce dalla disillusione, dall’aver ascoltato per anni promesse mai mantenute. Le persone si sentono cittadini di serie B, costretti a pagare il prezzo di una fragilità del territorio nota da tempo ma mai affrontata con decisione. C’è amarezza, c’è dolore, ma soprattutto c’è il peso di sentirsi invisibili, come se la loro vita potesse essere rimandata all’infinito».

In momenti di emergenza, la Chiesa diventa spesso l'unico porto sicuro. In che modo la parrocchia sta sostenendo materialmente e psicologicamente chi è stato costretto a lasciare la propria casa a causa del rischio idrogeologico?"

«Sin dal primo momento della frana, la comunità parrocchiale e la Caritas si sono attivate per rispondere ai bisogni più immediati. Sono stati distribuiti materassi, lenzuola, asciugamani e viveri di prima necessità. Ma soprattutto si è lavorato per creare una rete di accoglienza: molte famiglie hanno aperto le porte delle proprie case, non solo a parenti o amici, ma anche a persone con cui non avevano legami diretti. Altri hanno messo a disposizione seconde abitazioni, offrendo affitti a prezzi ridotti o in comodato gratuito. È stata una testimonianza concreta di solidarietà che ha alleviato, almeno in parte, il peso dell’emergenza».

La premier Meloni ha visitato due volte Niscemi. Oltre alle promesse istituzionali, che impressione ha avuto dal colloquio con lei? Ritiene che lo Stato abbia finalmente compreso che il problema di non è un'emergenza passeggera ma una ferita che richiede soluzioni definitive?"

«Personalmente non ho incontrato la presidente del Consiglio e l’ho fatto volutamente perché ho ritenuto giusto lasciare spazio ad alcune famiglie e a commercianti della zona rossa, le cui abitazioni o attività sono direttamente colpite: avevano più diritto di me a essere presenti e ad essere ascoltati. Ho però parole di apprezzamento per quanto dichiarato dalla premier, perché è esattamente ciò che la città attendeva dall’inizio di questa emergenza e dalla sua prima visita: la nomina di un Commissario straordinario per Niscemi nella persona del capo del Dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, una figura che stimo e che reputo competente. Questo può essere un segnale importante, se accompagnato da interventi strutturali e definitivi».

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è in visita in Sicilia per una ricognizione nelle aree colpite dal ciclone Harry, a partire Niscemi, 16 febbraio 2026. ANSA / Ufficio Stampa Palazzo Chigi (Filippo Attili) +++ UFFICIO STAMPA Palazzo Chigi +++ FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è in visita in Sicilia per una ricognizione nelle aree colpite dal ciclone Harry, a partire Niscemi, 16 febbraio 2026. ANSA / Ufficio Stampa Palazzo Chigi (Filippo Attili) +++ UFFICIO STAMPA Palazzo Chigi +++ FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è in visita in Sicilia per una ricognizione nelle aree colpite dal ciclone Harry, a partire Niscemi. (ANSA)

Se dovesse guardare negli occhi un giovane di Niscemi che oggi vede la propria terra “scivolare via”, quali parole userebbe per convincerlo a restare e a credere ancora nel futuro di questa città?"

«Gli direi che capisco la sua paura e la sua tentazione di andare via, perché nasce da ferite reali. Ma gli direi anche che Niscemi ha bisogno del suo coraggio, della sua intelligenza e della sua passione. Restare non significa rassegnarsi, ma diventare parte attiva del cambiamento. Gli direi di non smettere di pretendere giustizia, sicurezza e futuro, perché questa terra non è solo un luogo che scivola ma una casa che può ancora essere ricostruita, insieme».

In mezzo a tanto dolore, la storia di Claudia e della piccola Amalia ha commosso tutti. La bimba di una delle famiglie rimaste senza casa si chiama come l’insegnante che ha ospitato nella sua casa la madre e gli altri bambini. Che valore ha per la sua comunità questa nascita frutto della solidarietà di Niscemi?

«Questa nascita ha avuto per la nostra comunità un valore enorme, quasi profetico. In mezzo a case perdute, a certezze crollate e a tanto dolore, l’arrivo di Amalia è stato un segno di vita che si ostina a fiorire. Il fatto che porti il nome della solidarietà ricevuta racconta che, anche quando tutto sembra venire meno, resta ciò che davvero conta: la capacità di prendersi cura gli uni degli altri. Per Niscemi, Amalia è diventata il simbolo di una comunità ferita ma non vinta, che pur nella precarietà sa ancora generare futuro. È come se quella bambina ricordasse a tutti noi che la speranza non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla scelta quotidiana di non voltarsi dall’altra parte. Niscemi oggi è una comunità ferita, ma non spezzata. In queste settimane difficili abbiamo scoperto che, mentre il terreno può cedere, i legami possono diventare più forti. La speranza non nasce dal negare il dolore, ma dallo scegliere di attraversarlo insieme. Se sapremo custodire questa solidarietà, trasformarla in responsabilità e pretendere con coraggio ciò che è giusto, allora questa prova non sarà stata inutile».

Don Giuseppe conclude lanciando un messaggio: «Niscemi potrà rialzarsi non solo con opere e interventi, ma con una coscienza nuova: quella di un popolo che ha sofferto anche a causa di una percezione sbagliata della nostra “Casa Comune” e di una mancanza di cura del creato, come ci ricorda papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, quando afferma: “Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei”» (LS, 2).