PHOTO
È tornata a casa Maria Luce, la bimba di sei anni volata dal balcone in braccio alla sua mamma e ai fratellini, unica sopravvissuta di quella tragedia che a fine aprile ha sconvolto il Paese. La piccola, che ha avuto sempre accanto il padre, è stata trasportata da Catanzaro a Genova, all’IRCCS Giannina Gaslini. Un caso straziante di cui parliamo con Andrea Moscatelli, direttore della Terapia Intensiva e Neonatale e del Dipartimento di Emergenza.
Dottore abbiamo pianto tutti per quella mamma e tutti abbiamo fatto il tifo per Maria Luce. Anche dal suo osservatorio è stato un caso più unico che raro?
«Purtroppo ci capita tutti i giorni di incontrare situazioni emotivamente coinvolgenti, questo è stato un caso eccezionale, ma purtroppo eccezionale per la tragicità dell'evento, ma spesso siamo coinvolti nella gestione di casi altrettanto complessi. La delicatezza in questo caso è stata di offrire alla bambina e a quello che era rimasto della famiglia un supporto umano e psicologico che consentisse di superare questo momento e di affrontare anche l'incertezza delle cure a Maria Luce perché, quando questa storia iniziata, non è che ci fossero tutti i presupposti perché potesse essere a lieto fine».


Dimissioni che sono state raccontate dalla stampa come un successo chirurgico.
«Viene riportato così perché Guido Michielon, direttore della Cardiochirurgia dell'Istituto Gaslini, ha avuto un ruolo decisivo, ma è stato un caso molto più complesso: questa bambina aveva subito un grosso trauma, un politrauma, ci poteva essere un coinvolgimento neurologico importante, aveva una lesione epatica, una lacerazione che è stata trattata in maniera conservativa - non ha fatto un intervento chirurgico. Anche prendere la decisione di non intervenire chirurgicamente non è una cosa banale. C’era la complicanza di una lesione aortica, la bambina ha avuto un decorso molto complesso dal punto di vista respiratorio per cui ha ricevuto trattamenti intensivi molto lunghi per poi arrivare a una stabilizzazione».
Qual è stato il passaggio più difficile?
«La cosa più complessa è stata decidere con i colleghi di Catanzaro di muovere questa bambina: l’aorta era stata stabilizzata, il fegato non era ancora stato toccato e il rischio che si potesse rompere nel viaggio c'era e c'era ancora l'incognita di quella che era la possibile condizione neurologica, però il ragionamento è stato “questa è l'unica possibilità per dare a questa bambina una prospettiva di sopravvivenza” e quindi siamo andati a prenderla, ci siamo portati tutto quello serve per gestire in aereo una paziente così complessa e, in questo modo, siamo riusciti a metterle a disposizione tutte le competenze di uno ospedale pediatrico che può avere tutti gli specialisti in grado di affrontare tutte le emergenze. Cosa che non è replicabile su tutto il territorio nazionale, non sarebbe neanche efficace perché è molto difficile mantenere l'eccellenza su pochi casi. Quindi bisogna necessariamente ragionare in termini di alleanze e di rete e, quello che si dimostra, che poi alla fine il trasporto non è un limite posto che la bambina ha ricevuto durante tutte le fasi del trasporto lo stesso livello, la stesso intensità di cura che aveva nella terapia intensiva di Catanzaro».
Dalla sua testimonianza emerge ancora una volta quanto sia fondamentale la sanità pubblica.
«I colleghi di Catanzaro hanno gestito l'emergenza e le emergenze purtroppo capitano ovunque non possiamo pensare che ci sia sempre un super specialista presente dove accade un grosso problema a un bambino, però grazie a questa collaborazione che c'è tra gli ospedali, ma soprattutto grazie anche ai rapporti interpersonali di fiducia reciproca ci siamo confrontati e insieme abbiamo preso questa decisione perché la cosa più semplice era dire che la bambina era intrasportabile. Fosse successo un problema loro avevano fatto il massimo, la bambina grave era gravissima e invece è stata quella decisione condivisa che ha creato i presupposti per arrivare a questo risultato. E questo deriva dalla fiducia reciproca per professionisti. Le dirò di più»
Dica.
«La sanità pubblica si occupa sempre di più di casi complessi e altamente costosi che, spesso, il privato non affronta. Noi viviamo in un Paese dove se un bambino sta male a Catanzaro la prefettura mette a disposizione un aereo dell'aeronautica militare che ci consente di lavorare come se fossimo in ospedale e consente il trasporto di questi pazienti così gravi per farli arrivare nel posto dove possono avere le cure migliori. A questo punto le differenze tra nord e sud si annullano immediatamente perché facciamo parte di uno stesso sistema».
Adesso la bambina è stata dimessa ed è tornata a casa. Come sta?
«Dal punto di vista fisico ha le prospettive di una vita assolutamente normale, è possibile che dovrà rifare un intervento chirurgico sull’aorta perché è stato messo un tubicino che crescendo andrà a sostituito per adeguarsi alla crescita della bambina stessa».
E da un punto di vista psicologico?
«Come dicevo è stato lo sforzo di tanti perché ci sono i medici di terapia intensiva, gli infermieri, i chirurghi, i radiologi, i fisioterapisti, gli psicologi e alla fine non si riesce mai a nominare tutti quelli che hanno avuto un ruolo importante, ma è proprio l'insieme dei professionisti che ha consentito il risultato e la gestione psicologica è stata una delle parti più delicate fin dall'inizio per cercare di far accettare, di prepararla ad accettare questa nuova realtà, all’elaborazione del lutto e creare con il papà che le possa consentire di crescere, compatibilmente alla disgrazia che le è capitata, nel contesto più sereno possibile. Anche questo fa parte del prendersi cura del malato e non si può tralasciare. L'altra cosa importante è che ormai non possiamo più avere come obiettivo la sopravvivenza, ma la qualità della sopravvivenza. Abbiamo a che fare con il patrimonio umano più prezioso dobbiamo fare in modo che questi bambini abbiano la prospettiva di sviluppo e di qualità di vita migliore possibile».
Continuo a chiedermi come si fa a ricostruire la vita emotiva di Maria Luce.
«Purtroppo, l'essere umano si adatta alle condizioni peggiori, lo vediamo ogni giorno. Sono lutti che bisogna elaborare e, poi, da lì ripartire. Certamente un ruolo importantissimo è proprio il supporto psicologico, ma anche poi seguire queste famiglie una volta tornate a casa. La rete di supporto sociale che è stata creata è fondamentale. Devo dire che la cittadinanza di Catanzaro è stata molto vicina a questa famiglia, è stata una cosa che ha sconvolto la città e, quindi, veramente c’è stata una mobilitazione di solidarietà non indifferente».
Mi viene da dire che i bambini sono sempre sorprendenti, hanno risorse che noi adulti non ci aspettiamo.
«Di certo questa bimba incredibilmente non ha avuto danni cerebrali. Dal punto di vista neurologico è completamente integra ed è stata un enorme fortuna».







