Correva l’anno 2019, si avvicinava il 4 maggio, 70mo anniversario dello schianto aereo che uccise il Grande Torino sulla collina di Superga, i suoi uomini, la sua leggenda. Tra loro c’era capitan Valentino Mazzola, il padre di Sandrino. Andammo a incontrare Sandro Mazzola nella sua casa di Monza, una casa grande in cui si respirava la mancanza di Graziella, la moglie riservatissima, scomparsa e compagna di una vita. Ci accolse sul filo della nostalgia e ci raccontò di quel padre leggenda perduto troppo presto, di come era passato dall’essere il figlio di Valentino, al Baffo, attraverso la lente difficile del confronto altrui. Ci piace pensare che Sandrino stia avverando il sogno di incontrarlo di nuovo, ancorché in un’altra dimensione.

Sandro Mazzola nella sua casa durante l'intervista del 2019

Ecco l’intervista di allora

Le foto lasciate a Sandro da Valentino Mazzola sono di sicuro in qualche angolo della grande casa affacciata sulla cinta del parco di Monza. Ma è sempre difficile scovarle perché Valentino junior, 9 anni, una passionaccia per il pallone e qualche attitudine, si abbevera di quelle immagini in bianco e nero come a carpire il segreto di quel bisnonno caduto settant’anni fa sulla collina di Superga con l’aereo che portava a casa il Grande Torino e diventato leggenda.Sandro Mazzola, mentre rovista in cerca delle foto, ride sotto i baffi come se il nipotino, omonimo del padre, fosse lì davanti a scartabellare e palleggiare. C’è consuetudine tra i due: «Quando gioca all’oratorio fa di tutto perché io vada a vederlo».

Quando suo padre Valentino morì Sandrino Mazzola aveva quasi sette anni e il suo ricordo più vivo è fisico: una mano grande che teneva la sua piccolina sul prato del Filadelfia: «Ero la mascotte del Torino, vestito granata, guardavo in cagnesco mio omologo per mano al capitano della Juventus mentre i nostri padri si scambiavano i gagliardetti. Non era alto, papà, ma io me lo ricordo altissimo. I miei ricordi di lui sono soprattutto attorno al campo: mi lasciava cambiare in spogliatoio con il Grande Torino e per me era una cosa straordinaria, mi davo un sacco di arie. Poi a fine allenamento, papà mi faceva giocare: tiravo i rigori a Bacigalupo, che ovviamente mi lasciava segnare. E poi facevo il giro di campo esultando come se avessi segnato in Serie A».

Alle 17.03 del 4 maggio 1949, quando l’aereo del Torino dopo essere sparito dai radar si schiantò nel temporale sulla collina, Sandrino non lo seppe subito: «Lì per lì non mi dissero nulla, provarono a proteggermi affidandomi a dei parenti, forse avevano l’idea di prepararmi un po’ per volta. Lo scoprii, nel modo più traumatico, dal panettiere, dove ogni giorno andavo a procurarmi un panino prima di correre a giocare: lo sentii mentre uscivo dire, non abbastanza sottovoce, a un cliente chi ero e che cosa fosse accaduto».

Per Sandrino cominciava una nuova vita a Cassano d’Adda, con la madre, il fratello più piccolo Ferruccio e Piero il secondo marito della madre: «Una persona eccezionale che ci ha fatto da padre. A Milano ero diventato la mascotte dell’Inter, mi ci portava Benito Lorenzi, detto “Veleno”, affezionatissimo a Valentino, quasi devoto, perché in Nazionale quando Lorenzi gli faceva da riserva, papà chiese al Ct di farlo giocare almeno una volta, dopo due anni di panchina. Mi prometteva che mi avrebbe portato a fare un provino all’Inter, ma poi ogni volta si dimenticava e alla fine mi ci portò quel sant’uomo di Piero».

Fu allora che Sandro comprese quale ingombro fosse sulla maglia quel cognome glorioso di cui andava fiero: «Giocavo nelle giovanili dell’Inter e sentivo dietro di me le voci: l’è no tame sò pader, mi vegni pu. Ne soffrii, pensai anche di lasciare: mi veniva facile il gol come il canestro, a scuola giocavo a pallacanestro, l’allenatore della Forza e coraggio mi avrebbe voluto con loro, ci feci un pensiero, ma mia madre mi scoraggiò: se giochi, dev’essere calcio».

E calcio fu, anche se i giorni difficili non erano finiti: «Alla prima partita a Torino, giocammo in un campo da cui si vedeva Superga», lo sguardo svia, mentre parla come se potesse vedere la Basilica sul muro della cucina, e si capisce che una sensazione con cui non si fa mai pace, «non toccai palla, una pena. Erano già tutti sotto la doccia e io ero ancora con la maglia e gli scarpini avvilito su una panchina. Mi si avvicinò quel grand’uomo di Peppin Meazza: “Regàs, preocupat no, ho capì tut. Alzati dai, vai a farti la doccia che andiamo a mangiare”.

Il peso del cognome si alleggerì man mano che Sandro cresceva e la solidità calcistica con lui: «Con gli scudetti e le Coppe dei Campioni sono diventato Sandro Mazzola e ho smesso di essere, almeno per il mondo, il figlio di Valentino: ma papà era più completo di me, un centrocampista che vinceva la classifica dei cannonieri. Ne nascono pochi». Nel frattempo era nata una bandiera dell’Inter, diversa, ma bandiera: il baffo.

Ma a indicargli i colori del destino, al momento del caso che cambia la vita come nel film Sliding doors, era stata ancora una volta l’ombra di Valentino: «Avevo il cartellino libero, perché allora funzionava diversamente. Parcheggiata dietro la mia Seicento, che tenni sei anni e poi passai a mio fratello, perché i soldi erano pochi, trovai un’auto targata Torino: era di Giampiero Boniperti, mi invitò a pranzo a Torino, mi parlò per tutto il viaggio di quando andava di nascosto a vedere gli allenamenti di mio padre “Ma non dirlo in giro perché i tifosi della Juve mi ammazzano” e poi mi accennò a un contratto. A pranzo mi fece un’offerta di quelle che non si rifiutano. Presi tempo, spiegai che l’Inter mi aveva dato molto che sarebbe stato tradire, ma quella cifra mi fece girare un po’ la testa. Mia madre se ne accorse, mi fece parlare e sciolse i miei dubbi: «Tò pader el se rivolta in t’la tumba, ti te ghe vegh no». Tuo padre si rivolta nella tomba, alla Juventus non puoi andare. Sono stato interista senza rimpianti. Avrei voluto chiudere la carriera con la maglia granata, ma hanno detto di no le caviglie». C’è stato un passaggio dirigenziale dopo, ma era destino che un solo Mazzola vestisse granata, quello rapito in cielo direttamente dalla formazione BacigalupoBallarinMaroso che ancora oggi chi era bambino il 4 maggio del 1949 snocciola, come un rosario laico, raccontandoti dov’era, anche se non era del Toro.