Non prova nulla, la figlia di Erodiade, che, su istigazione della madre, chiede come premio per la sua danza la testa di Giovanni Battista. E quando le viene servita, su un piatto d’argento, senza sentire l’orrore del gesto la porta alla madre, come fosse un cesto di frutta, un oggetto, una qualunque cosa inanimata.

Ieri come oggi i minori vengono istigati, direttamente o indirettamente, alla violenza dal mondo degli adulti. Non sono educati a provare rimorso, indignazione, a rendersi conto dell’enormità delle loro azioni e delle conseguenze. Lo abbiamo visto anche il 27 dicembre quando, in ospedale, con l’asportazione della milza, è finito Bruno Petrone, 18 anni, giovane promessa del calcio campano, raggiunto da diverse colt4ellate all’addome. Una spedizione punitiva, quella contro di lui, compiuta da quattro ragazzi, due dei quali, un quindicenne e un diciassettenne, si sono costituiti. Un agguato in piena regola nel quartiere Chiaia, quello della Movida napoletana. Pochi giorni prima a Milano, nella centralissima corso Buenos Aires un quindicenne era stato sequestrato e rapinato da un’altra banda di ragazzini senza che nessuno, nella strada affollatissima intervenisse per salvarlo.

Episodi che si moltiplicano e che mettono in luce, come sottolinea il bel libro di Adriana Gulotta e Maria Cristina Marazzi (Gesù e i bambini. Letture spirituali dell’infanzia e dell’adolescenza, Morcelliana editrice) come spesso i ragazzi coinvolti in atti criminosi «sviluppino una morale “deformata” dai “principi” mafiosi o criminali, che sarà difficile modificare nel corso dell’esistenza.

Desiderano sentirsi e fare cose grandi, avere l’approvazione degli adulti, ottenere riconoscimento dai pari: sono tanti i motivi che li spingono a entrare in simili dinamiche e che li inducono a compiere gesti di cui porteranno il peso tutta la vita».

Infanzia e adolescenza negate. Perché negati sono l’educazione a distinguere il bene dal male, quella alla pace, l’ascolto vero e profondo.

Rileggendo l’infanzia di Gesù, proprio in questi giorni di Natale, scopriamo quanto siano fragili le vite dei più piccoli. Lo erano all’epoca di Gesù, quando la parola indicava sia i più piccoli che gli schiavi, lo sono ancora adesso, trattati o da sovrani i cui desideri sono sempre accolti da un mondo adulto che non sa mettere limiti e regole, o calpestati dalla povertà, dalle guerre. Nel testo, che si legge tutto d’un fiato e sembra opera di una mano sola, tanto le Scritture si intrecciano con l’analisi della realtà, si incontrano bambini senza infanzia, invisibili, inesistenti, che possono diventare anche pericolosi per se e per gli altri. Incapaci di stare in piedi da soli perché nessuno ha insegnato loro, come fece Giuseppe con Gesù, a “leggersi” dentro una storia, a sentirsi parte di una famiglia, a coltivare memoria e sogni.

E allora, mentre sociologi e criminologi si affannano a capire da che parte andare, mentre la politica invoca leggi sempre più severe, mentre si va verso una “medicalizzazione” senza cura vera (quanti sono i disturbi dell’attenzione o i deficit che vengono diagnosticati?), vale la pena fermarsi sotto l’albero, nei giorni che ci separano dall’Epifania, e ascoltare Adriana Gulotta e Maria Cristina Marazzi, docente e medico, entrambe impegnate con la Comunità di Sant’Egidio.Per riprendere a guardare, con gli occhi di Gesù, bambini e ragazzi. Per rimetterli al centro della nostra azione, del nostro ascolto, per valorizzare il loro talento, per prenderli sul serio e aiutarli, come fanno le scuole della pace della Comunità e i programmi di scolarizzazione, a riconoscere valori e obblighi, a orientarsi, a sviluppare non i desideri di “bambini sovrani”, mai sogni di chi può realizzare cose grandi.