È un’emozione indescrivibile. Non esistono parole per dire cosa si prova a trovare sotto un albero e dentro a una borsa della spesa un bimbo appena nato. Quando raggiungiamo Mariachiara al telefono la commozione ha il sopravvento, per l’arrivo improvviso di una vita da custodire, per essere stata quell’abbraccio che calma le prime lacrime.

«Ci ho pensato molto» racconta da quel lunedì 12 ottobre in cui la vicina di casa Sandra l’ha chiamata chiedendo aiuto per capire cosa si muovesse ai piedi dell’aiuola… «Non ho potuto sottrarmi. Dalla finestra di casa mia vedo il punto esatto in cui è stato lasciato. Un’area verde normalissima con quattro alberi in croce».

Ci sono due stati d’animo contrapposti nei sentimenti di Mariachiara. Da una parte, l’immensità di un incontro così potente… dall’altra, la speranza e la convinzione che solo la società ci salverà, mano nella mano. «Quando ci ripenso mi auguro sempre di vivere in un posto dove chiunque avrebbe soccorso quel bambino che era nella borsa ancora con la placenta e tutto insanguinato. Lasciato, per altro, in un posto dove era impossibile non trovarlo».

Genitori e figli

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Il primo avvistamento è stato fatto da Sandra con i suoi due cani, «io l’ho soccorso guidata al telefono dal 112» aggiunge Mariachiara «ma poi ci sono delle persone che hanno soccorso me. Perché se una cosa non funziona, c’è un’intera società che ti accoglie e ti accompagna… Ecco allora che, anche in questa situazione così straordinaria, trovo conferma di quello in cui credo come educatrice: per crescere un bambino ci vuole un villaggio. Anche in questo caso ha “vinto” l’essere una comunità».

Presa d’assalto dai giornalisti, come succede spesso, certo non risparmia qualche critica… «I giornalisti cercano un'eroina, ma qui non c’è stata. Erano le 16 del pomeriggio, io ho chiamato il 112 alle 16.08, otto minuti dopo. C’erano i bambini che uscivano da scuola con le loro mamme… voglio pensare che non siamo ridotti così male da ipotizzare che qualcuno si sarebbe girato dall’altra parte. Tutti insieme abbiamo fatto solo quello che era necessario fare. Sandra l’ha avvistato, io l’ho soccorso guidata al telefono dal 112: dall’altra parte della cornetta mi ha risposto una donna che è stata estremamente umana. So che è il suo lavoro, ma ha avuto le parole giuste “per quel bambino in questo momento c’è lei” mi ha detto. E questo mi ha incoraggiato».

Dall’altra, certo, in queste situazioni emotivamente così “estreme” c’è anche qualche amarezza. «Io avevo il cane con me, ero appena tornata dalla montagna dove ero stata a raccogliere castagne. Ho chiesto a chi passava di tenermelo un attimo per liberare le mani e togliermi la felpa. Ho dovuto aspettare l’arrivo di un volontario dell’Auser perché ciò accadesse. Un paio di persone, di fretta, mi hanno risposto “tanto c’è il 112”».

Ecco perché, più di tutto, Mariachiara nel cuore ha un messaggio che vuol far arrivare: «sembra di avere tutto quello che ci serve e, poi invece, non diamo una corretta informazione alle donne che non vogliono tenere un bambino… ha rischiato la vita il piccolo, la donna che l’ha partorito e non sappiamo niente del papà… proprio perché ancora non funzionano informazione e prevenzione… Sarà il caso di rispolverare il concetto di società».

«Noi» prosegue Mariachiara nella concitazione «siamo state quello che siamo state perché siamo animali sociali, la società deve rimboccarsi le maniche. Perché di umanità ce n’è ancora tanta, basti pensare che tutte le persone che conosco mi hanno detto “io me lo sarei portato a casa”. Quando la signora Sandra mi ha chiamata per capire cosa ci fosse nella borsa perché era convinta che fosse un bambino io continuavo a ripeterle “non è possibile”… quando ho srotolato i tessuti in cui era stato avvolto e ho visto che c’erano delle gambette che cercavano di uscire dal fagotto sono rimasta senza parole».

Lo ripete Mariachiara: «Il ritrovamento l’ha fatto Sandra, io ho soccorso e altre persone hanno soccorso me… il volontario dell’Auser, la signora che mi ha risposto al 112. Sandra piangeva tanto era scossa dal ritrovamento… ognuno ha fatto il suo pezzettino: ha allungato la mano all’altro che chiedeva aiuto. Pensa se, quando Sandra mi ha chiamato dall’altra parte della strada perché pensava che fosse un bambino, mi fossi girata dall’altra parte… Resta un evento emotivamente sconvolgente ed educativo: per aiutare talvolta serve sporcarsi le mani nel vero senso della parola, di sangue e di cordone ombelicale».

Con tutte le paure del caso: «Di fargli male, di non fare la cosa giusta. Ma la prima cosa che mi ha detto il 112 è stata “ha bisogno di essere abbracciato”. L’ho preso non solo per istinto, ma perché mi avevano detto di farlo… Prenderlo in braccio e vedere che era ancora vivo è stata una grandissima emozione che si fatica ancora adesso a tenere a freno. Una volta in braccio ha smesso di piangere ed ero terrorizzata… in realtà, semplicemente in braccio si calmava… La sua fortuna è stata che dalla borsa usciva il suo pianto… non voglio pensare che non si sarebbe fermato nessuno ad aiutarlo, non ci posso pensare… oggi spero che vada subito in adozione, sarebbe il coronamento di una società che ancora funziona. Ho fiducia nelle istituzioni: sono certa che lo daranno a una famiglia dove troverà il calore che non ha avuto nei primi istanti della sua vita».