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Interno della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, costruita tra il 1584 e il 1601 dai Gesuiti su un antico palazzo del Quattrocento.
Aveva appena 47 anni, il dottor Giuseppe Moscati quando, a Napoli, rese la sua bella anima a Dio. I napoletani da subito lo piansero come “il medico santo”. Avevano ragione. La sua tomba, all’interno della stupenda chiesa del Gesù Nuovo, richiama, ogni anno, migliaia di fedeli.
Quando posso, varco quella porta anch’io. L’ho fatto anche lunedì mattina, dopo una settimana faticosa e bella. Mi riposo, prego, rifletto, imparo. Osservo i fedeli che sfilano in silenzio, toccano l’urna in cui sono custodite le sue spoglie, s’ inginocchiano, pregano. Un giovane, alto, palestrato, forte, depone ai suoi piedi un grande mazzo di fiori, poi, vincendo ogni umana ritrosia, scoppia a piangere. Non so chi sia, capisco, però, che lotta con qualcosa che lo logora. Prego per lui. A poca distanza, in un antico confessionale, un prete accoglie chiunque vada ad aprirgli il cuore.
Una donna di mezza età arriva, gli si pone di fronte, poggia a terra la borsa della spesa, fa il segno della croce. Passa il tempo, tanto, troppo per una confessione sacramentale. La donna parla, gesticola, asciuga gli occhi con uno, due, tre fazzolettini di carta. No, non ha una lista senza fine di peccati di cui pentirsi, quella signora sta raccontando a un uomo di cui si fida le sue ambasce, le sue paure, la sua vita. Capita più spesso di quanto si possa credere.
Don Roberto, il confessore, è un mio caro amico. In cuor mio lo ringrazio per il servizio che sta rendendo alle persone, alla Chiesa, allo Stato. Sì, allo Stato, perché don Roberto, nel silenzio di quell’angusto ricettacolo in cui è rinchiuso, oltre a svolgere una missione squisitamente spirituale, sta rendendo un servizio di altissimo impatto sociale. Accoglie, ascolta, scuote, condivide, consiglia, conforta. Ridà speranza.
Il pensiero corre alle orribili tragedie consumatesi in questi giorni a Modena e a Pollena Trocchia, nel Napoletano. Due drammi che hanno avuto per protagonisti due uomini con gravi disturbi mentali. Ci sarebbe da discutere tanto sulle persone affette da patologie psichiatriche lasciate a se stesse. Non sono poche, al contrario; soffrono e fanno soffrire, procurano danni irreparabili, seminano sofferenze, mutilazioni, morte. Non ho nessuna nostalgia per i vecchi manicomi, ridotti, il più delle volte, a dei veri e propri ghetti disumani. È del tutto vero, però, che, oltre alla famiglia – quando c’è – sulla quale gravitano, poco o niente viene fatto per intercettarle, monitorarle, aiutarle, isolarle, curarle. E per difendere da esse la povera gente.
L’uomo che ha ucciso le due prostitute a Pollena Trocchia era italiano. Il giovane responsabile dell’assurdo scempio di Modena era anch’egli italiano, anche se di origine straniera. Chi ha rischiato la vita per correre in aiuto alle vittime della sua folle corsa sono sia italiani che stranieri. Il male e il bene non si lasciano separare facilmente. Magari il male stesse tutto da una parte sola, sarebbe un gioco da bambini poterlo isolare. Nonostante l’influenza che esercita sugli uomini l’ambiente, la cultura, la posizione sociale ed economica, resta pur sempre un margine di libertà entro il quale decidere che cosa fare o non fare. Se così non fosse non potremmo nemmeno definirci uomini.
È questo il motivo per cui troviamo tra gli immigrati gente problematica, attaccabrighe, maleducata, ma anche persone buone, oneste, altruiste, se non dei veri e propri eroi. Analoga cosa avviene tra coloro che sono nati nel nostro Paese da genitori e antenati italiani. Nei due casi di cui parliamo, ci troviamo di fronte a uomini con gravi turbe psichiatriche. Spostare l’asse del discorso non serve. Nemmeno il più feroce assassino, dopo avere ammazzato una prostituta, sarebbe ritornato il giorno dopo nello stesso luogo, con un’altra prostituta da eliminare dopo aver fatto sesso con lei.
Mi direte: e che c’entra don Roberto? C’entra e tanto. Io non so che cosa quelle persone che si sono soffermate con lui a lungo lunedì mattina, gli hanno raccontato. So di certo – sono prete anch’io - però, che sono ritornate a casa più sollevate, più ristorate, comprese, amate. Oltre al sacramento della confessione, hanno trovato un uomo disposto ad ascoltarle, incoraggiarle, consigliarle; a lenire le loro ferite, a prendere su di sé almeno per un poco il loro fardello. Chi può dire quante volte, nel segreto di un confessionale, i ministri della Chiesa, sono riusciti a disinnescare le pericolose micce dell’esasperazione? Tutto a titolo gratuito. Senza prenotazioni né presentazione, senza esibire certificati di battesimi o documenti d’identità. Niente di niente. Un cuore a cuore. Chiese aperte, opere d’arte da ammirare, preti disponibili, gratuità assoluta, silenzio, preghiera, sacramenti. La speranza che riprende fiato. Un patrimonio dal valore inestimabile. Valorizziamolo tutti, credenti e non credenti.







