Vite di serie b. Relegati ai margini, questi giovani imparano ad arrangiarsi fin dalla più tenera età. Gli orribili quartieroni in cui sono costretti a passare le loro giornate non hanno niente da offrire. Chi può, scappa; chi non può, impara a sopravvivere.

Venerdì 10 aprile, festa della Polizia di Stato. In piazza Plebiscito, a Napoli, sfilano i nostri poliziotti. Vengono letti i messaggi del Presidente della Repubblica, del ministro dell’Interno, del Capo della polizia. Il Questore di Napoli ci fa sapere che i reati in città sono diminuiti rispetto all’anno scorso. Si lavora seriamente. Nessuno se ne sta con le mani in mano. Guai a non valorizzare l’incessante impegno delle forze dell’ordine.

A pochi chilometri dal cuore della città, però, una mamma, angosciata, piange e si dispera: qualcuno le ha ammazzato il figlio di 20 anni. Amarissimo tempo pasquale per lei e il resto della famiglia. Tristissima Settimana in Albis per gli abitanti di questo rione. Pasquetta è passata da poche ore, quando, all’alba di martedì, un ragazzo cade sotto i colpi di pistola. Ancora! La gente è stanca di guerre, di sangue, di agguati, di bombardamenti, di voltafaccia, di proclami altisonanti che durano il tempo di un acquazzone estivo. La gente vuole vivere. Disposta anche a perdonare chi dall’antica credenza della vita arraffa e spreca tutto il pane e il companatico, lasciando loro poche briciole, chiede solo di poter vivere in serenità.

Invece, a Ponticelli, ancora si ammazzano. Per chi non lo sapesse, Ponticelli è Napoli. O, meglio, è l’altra faccia di Napoli, quella oscura, nascosta, periferica; quella di cui si parla poco e malvolentieri. La Napoli degli informi agglomerati urbani. Come sia stato possibile pensare, progettare, realizzare questi quartieri dormitori non riuscirò mai a capirlo. Sociologi, psicologi, educatori, insegnanti, genitori, filosofi, preti, suore sanno bene che l’ambiente influisce sull’educazione, sulla formazione, sulla vita delle nuove generazioni.

Quartieri ad alto rischio come Ponticelli hanno bisogno di più attenzioni, più sorveglianza, più agenti per le strade, più vigili urbani, più lavoro, più fondi per tentare di arginare quel vuoto che si è venuto a creare nei troppi anni in cui, lasciati a se stessi, divennero ostaggio della malavita. Per quanto possa sembrare strano, finanche la violenza può essere vissuta all’inizio come un gioco, al quale, poi, lentamente si va prendendo gusto, fino a farlo diventare fonte di guadagno. Una sorta di lavoro, uno dei pochi cui può aspirare un giovane nato e vissuto in questi ambienti, che la scuola non è riuscita ad affascinare.

Gli aiuti esterni, purtroppo, sono minimi. La bellezza che, a detta di tutti, eleva l’animo fino a commuoverlo, da queste parti latita. Stimoli per fare meglio, per ammaliare, per sfondare, sono pochi. Crescendo, le esigenze personali aumentano. I ragazzi, come tutti, desiderano abiti costosi, scarpe alla moda, auto pesanti prese a nolo. Per farlo occorrono soldi, soldi che non hanno, per cui, si lasciano scivolare nelle grinfie della camorra. Martedì, però, l’orrore non finisce con la morte di Fabio Ascione. Piano piano va prendendo piede la certezza che questo povero ragazzo sia stato ucciso per errore. La vittima designata non era lui. Ritorna la paura delle persone perbene di finire al camposanto nonostante l’impegno di vivere onestamente. Le cose si complicano.

Venerdì, alla festa della Polizia, ho incontrato e abbracciato Daniela, la mamma di Giogiò Cutolo, il giovane musicista ucciso senza motivo in piazza Municipio tre anni fa. In lacrime, come sempre, abbiamo commentato questo quest’ultima uccisione. Anche i cuori dei genitori di Francesco Pio Maiomone, ammazzato sul lungomare, sempre per errore, nella primavera del 2023, hanno ripreso a sanguinare. Sarà per queste guerre infami che ci terrorizzano, sarà per il cinismo di tanti potenti che hanno nelle loro mani il mondo, sarà perché avvenuto nei giorni della festa, la morte di Fabio non ha avuto grande risalto. Se aggiungiamo che, quasi certamente, a spegnergli la vita sia stato un minorenne, alla paura e al dolore si aggiunge un’angoscia gelida. Gli abitanti di Ponticelli chiedono ai nostri governanti di prendere a cuore il loro quartiere come si sta facendo a Caivano. Sarebbe tanto bello. Da parte mia, volentieri, mi impegno ad amplificare il loro grido di aiuto e di paura.