Quanto accaduto a Parma, dove due docenti di una scuola superiore sono stati aggrediti da alcuni studenti della stessa scuola in un giardino pubblico antistante l’istituto, lascia sgomenti. Il video dell’aggressione provoca brividi, indignazione e amarezza. Ogni forma di violenza è da condannare, ma ancora di più quando esplode per motivi futili o, peggio, con l’intento di denigrare, offendere e umiliare chi svolge un ruolo educativo.

I docenti coinvolti si sono trovati, loro malgrado, nello stesso luogo degli studenti e hanno semplicemente fatto ciò che dovrebbe fare ogni educatore: richiamare alcuni ragazzi che avevano preso a calci una lattina contro un’auto parcheggiata. Avrebbero potuto voltarsi dall’altra parte, farsi gli affari propri e tirare dritto. Invece, forse proprio perché conoscevano quei ragazzi, hanno sentito il dovere di intervenire. La risposta è stata una sequenza di insulti, calci, pugni e botte, fino a quando qualcuno uscito dalla scuola è riuscito a separare il gruppo.

L’amarezza più profonda, per chi svolge questo stesso mestiere, nasce però da un’altra domanda: come è possibile che una professione fondata sulla relazione educativa e sulla trasmissione del sapere non venga più riconosciuta come autorevole da molti giovani, e non solo da loro? Oggi l’insegnante viene spesso percepito come uno “sfigato”, e come tale può essere bullizzato. Può sembrare un’esagerazione, ma è una sensazione sempre più diffusa. Non guidi una Ferrari, non apri ristoranti di lusso, non sali su un palco televisivo, guadagni poco: allora quale esempio puoi rappresentare? E se non sei considerato “un esempio”, secondo questa logica distorta, non puoi nemmeno pretendere di dare l’esempio.

Per questo credo che i colleghi coinvolti sbaglino a non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, affinché la vicenda venga affrontata anche sul piano giudiziario. La scuola, avendo riconosciuto nei responsabili alcuni propri studenti, potrà certamente valutare eventuali provvedimenti disciplinari, anche se resta da capire entro quali limiti normativi. Se uno studente spaccia fuori dalla scuola, infatti, viene perseguito dalla giustizia ordinaria, non da quella scolastica. E anche ammesso che vi siano gli estremi per una sanzione disciplinare, è difficile immaginare un provvedimento davvero pedagogicamente significativo. È probabile che quei ragazzi ripetano l’anno, perché la misura più severa che il consiglio d’istituto potrebbe adottare sarebbe un voto insufficiente in condotta. Ma siamo sicuri che a quei ragazzi importi davvero?

Sembra quasi che vogliano lanciare un messaggio preciso: “Con la scuola non si mangia. Guardate come siete messi voi docenti”. La vera risposta, allora, dovrebbe essere un’altra: ridare valore alle professioni autentiche, a quelle in cui la fatica, lo studio e il sacrificio non vengono quasi mai riconosciuti né economicamente né socialmente. Bisognerebbe investire seriamente nella scuola, non attraverso riforme che, una dopo l’altra, finiscono soltanto per tagliare risorse senza cambiare davvero nulla. Sarà facile liquidare la vicenda invocando la “reimmigrazione “ per gli studenti stranieri e per i bulli italici coinvolti?. Sappiamo bene che si tratta di slogan semplici, incapaci di affrontare un disagio sociale sempre più diffuso tra i giovani . L’unica strada per tutti è investire concretamente nell’integrazione, nell’educazione e nella scuola.