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Dentro il carcere Due Palazzi di Padova, venerdì 22 maggio, non si è discusso soltanto di devianza minorile o di sicurezza. Si è parlato soprattutto di futuro. E della domanda più scomoda che oggi attraversa la politica, i tribunali, le scuole e le famiglie italiane: che cosa significa davvero punire un ragazzo?
La Giornata nazionale di studi organizzata dalla redazione di Ristretti Orizzonti ha scelto un titolo volutamente provocatorio – “Punire i giovani?” – per mettere al centro il rischio di una società sempre più tentata dalla risposta punitiva, anche verso gli adolescenti. Una riflessione maturata mentre il dibattito pubblico si irrigidisce attorno ai fenomeni delle baby gang, dei cosiddetti “maranza”, della violenza giovanile e della dispersione scolastica.
Nel pieno degli effetti del decreto Caivano, che ha introdotto una stretta sulla criminalità minorile e ampliato il ricorso alla custodia cautelare per i minori, il convegno padovano ha cercato di spostare lo sguardo: dalla paura all’ascolto, dalla pena alla responsabilità educativa.


Circa 500 persone provenienti da tutta Italia – magistrati, operatori penitenziari, insegnanti, educatori, avvocati, studenti, volontari e rappresentanti del Terzo settore – hanno riempito gli spazi della Casa di reclusione diretta da Maria Gabriella Lusi. Presenti anche il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Massimo Parisi e decine di detenuti con le loro famiglie.
Ma il cuore della giornata sono state soprattutto le testimonianze dei “ragazzi dentro”. Racconti di violenza assistita in famiglia, dipendenze, abbandono scolastico, rabbia, solitudine. Storie che, come ha spiegato Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, non nascono dall’improvvisazione ma da un lungo lavoro quotidiano di confronto e autocoscienza all’interno della redazione del giornale dal carcere.
Tra gli interventi più intensi quello di Raoul, giovane ergastolano, che ha ripercorso la propria infanzia segnata dalle violenze domestiche finite in tragedia. E quello di don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano e fondatore di Kayrós, che da anni ripete una frase diventata quasi un manifesto pedagogico: “Non esistono ragazzi cattivi”.
Un messaggio che si colloca in netto contrasto con il clima politico degli ultimi anni. Il decreto Caivano, varato dopo i fatti di cronaca nell’hinterland napoletano, ha rappresentato infatti una svolta repressiva nel sistema penale minorile: più ingressi negli istituti penali per minorenni, più possibilità di custodia cautelare, un avvicinamento della giustizia minorile ai meccanismi del carcere adulto. Secondo i dati citati durante il dibattito e ripresi anche dalle associazioni che monitorano il sistema penitenziario, i minori detenuti sono cresciuti sensibilmente dopo l’entrata in vigore del provvedimento.


Eppure proprio dal carcere di Padova arriva una controproposta culturale che punta sulla relazione educativa. Da quasi trent’anni il Due Palazzi costruisce percorsi che intrecciano scuola, teatro, università, scrittura giornalistica, mediazione e confronto tra vittime e autori di reato.
Non è un caso che molti degli ospiti della giornata abbiano insistito sulla necessità di leggere il disagio giovanile prima che esploda nella violenza. Matteo Lancini ha parlato della solitudine adolescenziale e della demonizzazione della rete; Leopoldo Grosso dei consumi e delle nuove dipendenze; Gabriel Seroussi del fenomeno “maranza” come specchio delle paure sociali; Francesco Pompei dell’ADHD spesso non diagnosticato tra i giovani detenuti.
Al centro, continuamente, una domanda: quanto pesa l’ambiente in cui cresce un ragazzo? E quanto la società adulta contribuisce a produrre marginalità e rabbia?
La forza dell’esperienza di Ristretti Orizzonti sta forse proprio qui: nel tentativo di tenere insieme responsabilità personale e responsabilità collettiva. Nessuna assoluzione dei reati, ma nemmeno la scorciatoia della semplice punizione. Una linea difficile, controcorrente, che però a Padova viene praticata ogni giorno attraverso il dialogo e il lavoro condiviso tra istituzione penitenziaria e volontariato.
I risultati, in molti casi, sono concreti. La redazione del giornale coinvolge detenuti in percorsi di formazione culturale e professionale; il polo universitario del Due Palazzi è diventato uno dei modelli più avanzati in Italia; i progetti trattamentali e le attività educative vengono considerati strumenti fondamentali per ridurre la recidiva e ricostruire legami sociali.
In un Paese attraversato dalla richiesta di pene sempre più severe, il messaggio uscito dal Due Palazzi appare quasi radicale: senza ascolto, senza educazione e senza relazioni, il carcere rischia di trasformarsi soltanto in una fabbrica di rancore.










