Una porta che si apre verso un cammino di speranza. Un'opera artistica concreta e tangibile in grado di rappresentare un passaggio per la redenzione personale dei detenuti. È questa la missione di “Porte della Speranza”, iniziativa inaugurata venerdì pomeriggio presso la Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo”. Un progetto internazionale dedicato al dialogo tra l’arte, la comunità carceraria e la società civile chiamata ad entrare simbolicamente nella realtà del penitenziario, superando i pregiudizi sui carcerati.

«Aprire una porta anche quando non esiste un muro significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro. Con questo gesto desideriamo affermare che la speranza non è un ornamento, ma una responsabilità condivisa. Una possibilità che si rinnova proprio nei luoghi dove sembra più fragile», ha affermato il Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione.

Gli ha fatto eco Monsignor Luca Bressan, delegato dell’Arcivescovo di Milano: «La porta è un invito a riconoscere l’altro. Ma anche un segno anche di carità, parola tanto amata da Beata Enrichetta Alfieri che ha operato a lungo in questo carcere. Come diceva Enrichetta: “La carità è un fuoco che bruciando ama espandersi. Soffrirò, lavorerò e pregherò per attirare anime a Gesù”».

L’opera, realizzata dall’architetto Michele De Lucchi, è posta di fronte all’ingresso del carcere e si compone di due alti battenti semichiusi privi di telaio, che evocano un varco aperto all’ignoto. La superficie, definita da un bugnato sfaccettato ispirato a quello rinascimentale in particolare a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (città natale dell’architetto), evidenzia una forza non come barriera, ma come fondamento del passaggio. La porta non distingue un dentro e un fuori, ma è un’architettura senza muro, un invito a considerare la trasformazione come un cammino condiviso e non come un gesto isolato. «Le porte mi hanno sempre affascinato. Racchiudono l’idea del passaggio, dell’attesa, dell’inizio di un altrove. La Porta della Speranza è pura e solida presenza, senza muro. Non separa, non conduce, semplicemente è. Segna un luogo sospeso, aperto al possibile. Dichiarare la trasformazione come accessibile significa riconoscere che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita», ha spiegato De Lucchi.

Questo progetto, che coinvolge anche alcuni penitenziari del Portogallo, si sviluppa nel segno del magistero di Papa Francesco che all’inizio del Giubileo ha aperto una Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia. Un impegno della Chiesa, ribadito lo scorso 14 dicembre anche da Papa Leone XIV: «Il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione».

Nel 2026 “Porte della speranza” proseguirà con un itinerario di altre sette installazioni nel resto d’Italia. Oltre al valore simbolico, l’iniziativa promuoverà percorsi educativi, laboratoriali e pastorali per garantire la crescita personale dei detenuti. Gli Istituti di pena si avvarranno del coinvolgimento di tutte le realtà (educatori, cappellani e associazioni di volontariato) che già operano a loro sostegno. Importante sarà anche l’azione per sviluppare le loro capacità tecniche, attraverso corsi di formazione realizzati in collaborazione con istituzioni di eccellenza come l’Accademia di Belle Arti di Brera e ALMA. L'iniziativa è stata promossa dalla Fondazione pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede in collaborazione con il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) e realizzata dal Comitato giubileo cultura educazione grazie anche al contributo di Fondazione Cariplo e al patrocinio del Comune di Milano.

«Questa porta serve per guardare oltre. L’opera è dedicata a tutti, non solo a chi è privo momentaneamente della libertà. Ogni persona vale più della somma delle sue cadute. E la comunità è chiamata a prendersi cura delle persone più fragili. Perché come diceva Papa Francesco, “chiunque ha il diritto di rialzarsi”», è stato l'invito del Vicesindaco di Milano, Anna Scavuzzo. In chiusura, prima del taglio del nastro inaugurale, ecco l’intervento profondo del curatore artistico Davide Rampello: «La speranza è un sentimento profondissimo della natura degli uomini. Pandora, spinta dalla curiosità, aprì ciò che Deus le aveva dato da custodire e riversò sul mondo tutti i mali che conosciamo. Una sola cosa rimase all’interno del vaso, la Speranza che è il sentimento ultimo. Senza, l’uomo non ha possibilità di progettare, di vedere la vita. Costruire, ideare, progettare dei monumenti in questo caso porte, soglie che bisogna oltrepassare dedicati proprio alla speranza, vuol dire confortare, dare un senso davvero profondo a questo sentimento. Aver cercato l’interpretazione non solo di artisti, ma anche di uomini e di donne provenienti da altre discipline, arti e professioni, significa ricercare una coralità e una polifonia interpretativa capaci di confortare e aiutare chi questa speranza l’ha perduta. Porre le porte davanti alle carceri è riconoscere che questi sono luoghi disperati, luoghi dove a volte la speranza non c’è».