Da qualche giorno un'indagine giudiziaria su un cosiddetto presunto massiccio dossieraggio sta scuotendo le istituzioni e facendo discutere della permeabilità delle banche dati contenenti notizie riservate. Cerchiamo di fare il punto e di capire di che cosa si parla esattamente.
CHE COSA SI INTENDE PER "DOSSIERAGGIO"
“Dossieraggio” non è un termine tecnico, nel codice penale non esiste un reato che si chiami dossieraggio. Il dizionario Garzanti lo definisce come «la pratica di costruire segretamente dossier contro personaggi noti (della politica, dell’economia) per utilizzarli a scopo di ricatto o di screditamento». Almeno fintanto che non se ne chiarirà la finalità a proposito dell’indagine in corso a Perugia sull’accesso abusivo alle banche dati, le virgolette alla parola “dossieraggio” sono d’obbligo. «Non sta a me», ha riferito il procuratore Raffaele Cantone, il 7 marzo 2024 in Commissione antimafia, «stabilire che cosa è dossieraggio che cosa è informazione. Al principale sospettato dell’indagine che sta scuotendo il dibattito pubblico accessi abusivi alle banche dati contenenti dati sensibili, è contestata una «ricerca spasmodica di informazioni su innumerevoli soggetti. Se intendiamo per dossieraggio la creazione di un archivio, noi quell’informazione non la abbiamo». Né al momento risultano prove di passaggi di denaro o di altra utilità, ragion per cui non si parla di corruzione al momento.
Com'è iniziata l'indagine

L’avvio dell’indagine risale all’ottobre 2022 quando l’attuale ministro della Difesa Guido Crosetto ha fatto un esposto a Roma  al Comando per la tutela del lavoro dei Carabinieri, a seguito di un articolo del quotidiano Domani relativo a sue consulenze nel settore degli armamenti, prima di diventare ministro della Difesa. Non una denuncia per diffamazione, dato che la diffamazione non si verifica qualora si tratti di notizie contenenti fatti reali e di interesse pubblico, ma un esposto per fuga di notizie, perché sarebbero trapelate informazioni riservate, non nella disponibilità di chiunque, ma raggiungibili soltanto da una fonte che poteva avere accesso a informazioni patrimoniali riservate per ragioni di servizio.


Che cosa sta emergendo

L’indagine partita inizialmente alla Procura di Roma, alla ricerca di accessi informatici abusivi ha ricondotto ad accessi informatici dalle password di Pasquale Striano, sottotenente della Guardia di Finanza, in servizio al Valutario ma distaccato presso il Gruppo Sos presso la Direzione Nazionale antimafia (DNA). Gli si contesta il fatto che con quelle password, che legittimamente aveva per ragioni di servizio, avrebbe interrogato diverse banche dati, compulsando una mole molto elevata di informazioni, che non sarebbero spiegabili direttamente con esigenze dovute al suo lavoro, ma in cerca di notizie riguardanti persone note della politica, ma anche dello sport e dello spettacolo, per motivi tuttora misteriosi perché alla maggior parte dei casi questi accessi, tranne che in qualche caso finito in articoli di stampa, non sembra aver avuto uno sbocco diretto,  da cui si sia individuato uno scopo, tanto più che non sembra esserci un filo conduttore che spieghi interessi per persone tanto diverse, avrebbe cercato anche informazioni su se stesso.


Perché Perugia

Sentito dai Pm romani, Striano, che a Perugia si è invece avvalso finora della facoltà di non rispondere, avrebbe affermato di aver agito rispondendo al Pm Antonio Laudati (che lo ha smentito)  – la  polizia giudiziaria ha dal codice di procedura del 1989 un rapporto di dipendenza funzionale dal Pm  - in servizio all’epoca alla Direzione nazionale antimafia e di cui attualmente il Csm ha deliberato il pensionamento. Il coinvolgimento nell’indagine di Laudati, seppure per appena 4 degli accessi contestati, ha fatto sì che il fascicolo sia passato nell’aprile 2023 alla competenza della procura della Repubblica di  Perugia, cui secondo codice toccano i casi che coinvolgono a qualunque titolo (vittime, sospetti ecc) magistrati in servizio nel distretto di Roma.


Quali sono i reati contestati e a chi

Nel marzo 2024 gli indagati presso la Procura di Perugia al momento sono 16, tra loro Striano, Laudati,  e altre 14 persone tra cui quattro giornalisti. A questo proposito Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, sentito con il Procuratore Antimafia Giovanni Melillo, al vertice della Direzione Nazionale Antimafia dal maggio 2022,  in Commissione Parlamentare antimafia su richiesta degli stessi procuratori, ha ribadito «l’importanza della libertà di stampa, in un Paese libero» e parlato di imputazione «provvisoria, limitata ai casi in cui non si trattava di notizia data alla stampa», ma in cui chi ha compulsato e passato le notizie avrebbe agito “su” commissione. Saremmo felici di essere smentiti».  I reati ipotizzati nell’indagine sono al momento: accesso abusivo a sistemi informatici, abuso d’ufficio (reato con i mesi contati date le riforme in corso) e falso. Non ci sono, ha risposto Cantone a domande precise in merito, la contestazione dell’associazione a delinquere  né elementi per dire che ci sia una finalità eversiva.


Una dimensione «mostruosa»
Resta la mole degli accessi “mostruosa” (copyright Cantone), nell’ordine: 4.124 Sos dalla Banca dati Siva (sistema informativo valutario della Guardia di Finanza); 171 schede analisi e 6 schede di approfondimenti per 1.531 persone fisiche e 74 persone giuridiche. Più 1.123 persone su Serpico (Servizi per i contribuenti agenzia delle entrate); 1.947 sulla Banca dati Sdi (Sistema di interscambio agenzia delle Entrate) per oltre 10.000 accessi dal primo gennaio 2019 al 24 novembre 2022. Dalla banca dati della Direzione nazionale antimafia Striano ha scaricato 33.528 file, informative banali ma anche atti coperti da segreto. Che fine hanno fatto? Si chiede Cantone che ne ha tratti 800 capi di imputazione.
Cupole? Mandanti?
Sia il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo sia il Procuratore Cantone si sono detti convinti che Striano, che ha comunicato l’intenzione di parlare con i Pm, non agisse da solo. Melillo ha affermato in Commissione antimafia che: «Per estensione e sistematicità l'attività di raccolta dati che è emersa nell'indagine di Perugia e che è ipoteticamente attribuita – l'omaggio al principio della presunzione di innocenza non è rituale – al sottotenente Striano ha caratteristiche che sembrano difficilmente, secondo la mia esperienza, riconducibili a mere iniziative individuali». Cantone, più addentro all’indagine ha affermato che Striano avrebbe agito «in un pool» e che «il coordinamento» sarebbe «suo». È lo stesso Cantone a dire che la Procura di Roma sta indagando su altri accessi abusivi, continuati anche dopo, evidentemente a opera di altri. Il tema inquietante è ovviamente quello della permeabilità, esterna ed interna, delle banche dati contenenti informazioni sensibili, tema preoccupante di per sé. In mancanza però di una finalità chiara pare prematuro, fermo restando il potenziale destabilizzante di una così grande violazione della privacy, parlare di «mandanti» e di «cupola» come alcuni esponenti della politica stanno facendo.
Che cosa sono le Sos
In base all’articolo 35 del decreto 231/2007 gli operatori finanziari, gli intermediari bancari e finanziari, i professionisti nell'esercizio della professione, i prestatori di servizi di gioco, le società di gestione accentrata di strumenti finanziari e di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari hanno l’obbligo di rendere note alla UIF (Unità di informazione finanziaria per l’Italia, mediante l'invio di una segnalazione di operazioni sospette (Sos), movimenti di denaro anomali, per cui «sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo o che comunque i fondi, indipendentemente dalla loro entità, provengano da attività criminosa». Va detto che solo una piccola parte delle Sos, che per lo più si fermano alla prima verifica della correttezza, indirizzate alla Uif presso la Banca d’Italia, finiscono all’attenzione dell’antimafia: «Nella nostra banca dati, che è ben lontana dall'essere un mostro onnivoro», ha spiegato il Procuratore nazionale Giovanni Melillo che da quando ha preso l’incarico nel 2023 ha reso più stringente la tracciabilità degli accessi, «si ritrova soltanto una ridotta percentuale delle SOS generate dal sistema finanziario e trasmesse dalla Uif. Negli anni che vanno dal 2018 al 2023, quella percentuale oscilla tra l'8 e il 16 per cento di tutte le SOS generate dal sistema finanziario».
Perché sono importanti le Sos nel contrasto alla mafia

Le Sos sono importanti per il contrasto alla criminalità organizzata perché sono uno dei principali strumenti attraverso cui “stanare” attività di riciclaggio di denaro sporco. Non più tardi di un paio di settimane fa la dottoressa Alessandra Dolci, coordinatrice della direzione distrettuale antimafia di Milano, nel corso di due incontri pubblici a Pavia, segnalava l’importanza decisiva delle Sos come strumento fondamentale per avviare indagini di contrasto all’attività mafiosa in Lombardia, dove dai tempi di Infinito (Il processo spartiacque che nel 2014-15 ha portato a scrivere per la prima volta la parola ‘ndrangheta come associazione unitaria in una sentenza definitiva, ndr.)., da una quindicina d’anni a questa parte, la ‘ndrangheta ha cambiato strategia, limitando al minimo i reati spia violenti, e riciclando i proventi delle proprie attività criminose in attività di “impresa”.

«Il mafioso che qualcuno definisce 2.0 alludendo alla sua “modernità”», spiegava Dolci a una platea cittadina raccolta nell’aula magna del Collegio universitario Cairoli, «fa l’imprenditore: gestisce a volte articolate reti societarie che si occupano di emettere fatture fittizie, si occupano di creare e vendere fittizi crediti di imposta, un articolato sistema che spesso porta a dichiarazione di fallimento. In una recente indagine abbiamo contestato 30 episodi di bancarotta fraudolenta, con un danno enorme per l’erario».

A proposito di una mafia che ha amplificato la propria vocazione imprenditoriale ha portato un esempio eloquente: «Un’indagine condotta un anno fa che si è conclusa ora con condanne in primo grado per 416 bis (associazione mafiosa ndr.) erano già stati condannati nell’indagine Crimine-infinito. Mi è capitato di occuparmi per la seconda/terza volta degli stessi personaggi, di chiedere e ottenere misure cautelari per 416 bis, in un arco temporale di oltre 20 anni. In parte erano persone già state condannate, in parte erano i figli e i nipoti di alcuni già condannati in Infinito-Crimine: nel 2008-2010 si occupavano in prevalenza di droga e di estorsioni, nel 2023 gestivano un reticolo societario impressionante che si occupava di gestione rifiuti, servizi cimiteriali, edilizia, erano titolari di bar e ristoranti. Nelle intercettazioni si occupavano soprattutto di “affari”».

Rispondendo a una domanda in merito, ha spiegato: «Per noi le Sos che provengono soprattutto dagli operatori finanziari sono importantissime, fondamentali, perché quando iniziamo un’indagine - a parte gli accertamenti nella nostra banca dati, che raccoglie le indagini delle Dda su tutto il territorio nazionale», e permette di capire inserendo un nome di cui ci occupiamo se «è stato coinvolto in qualche indagine, o attinto da qualche operazione di controllo della polizia giudiziaria, - quando si va a verificare se ci sono Sos che riguardano le persone su cui indaghiamo, spesso le troviamo. Sarebbe importante riceverle anche dagli enti pubblici, ma non ne hanno l’obbligo».


Quali sono i rischi diretti e collaterali

Il primo rischio è ovviamente quello di un uso improprio anche criminale dei dati sensibili. Ma ve n’è anche uno secondario: ossia il pericolo che, nell’intento di mettere un freno a quello che Cantone ha definito un “verminaio”, si finisca – per dirla con l’espressione di Paolo Borrometi nei giorni scorsi su Avvenire -, per “buttare con l’acqua sporca il bambino”, rimettendo in discussione strumenti fondamentali per il contrasto alla criminalità organizzata a cominciare dalle Sos. Si è sentita, nei giorni scorsi qualche frase - anche da parte di autorevoli giuristi non direttamente esperti di contrasto alle mafie - tesa a mettere in dubbio anche lo strumentario della Direzione nazionale antimafia e delle Direzioni distrettuali antimafia, ideate da Giovanni Falcone per contrastare la complessa architettura della criminalità organizzata. Significherebbe tornare al tempo delle indagini parcellizzate in cui la mano destra non sapeva che cosa facesse la sinistra, mentre la ‘ndrangheta ramifica i suoi tentacoli dall’Australia al Canada.

L’altro potenziale bersaglio collaterale potrebbe essere il giornalismo di inchiesta: se è vero, infatti, come ha scritto Lirio Abbate nei giorni scorsi che nel pubblicare notizie vere e di interesse pubblico occorre non farsi “buca delle lettere” di interessi occulti, è vero anche che il ricorrente tentativo di ostacolare sempre di più, in nome della privacy, l’accesso agli atti trasparente per i giornalisti, oltre a favorire l’opacità del potere rischia di alimentare un “mercato nero delle notizie” nel quale, come ripete spesso Luigi Ferrarella, tra i cronisti giudiziari più preparati e corretti, non è la correttezza a vincere la partita.