Adesso è proprio finita. Il trampolino non avrà più rimbalzi per lei. Non ci saranno “tuffi ritornati”. Mentre ancora il mondo la credeva impegnata a inventarsi con Francesca Dallapè un’inedita Olimpiade da mamme, Tania Cagnotto ha spiazzato tutti e cambiato programma. C’entra il fatto che il virus ha spostato Tokyo dal 2020 a un futuro incerto: per una tuffatrice 35enne, al rientro dalla maternità, una terra incognita, straniera. Ma imponendo un blocco forzato ha sortito anche altro: «Rispetto ad altri che hanno molto sofferto», racconta Tania, dalle sue ferie d’agosto a Nova Ponente (Bolzano), con marito, bambina, mamma e papà a far da fotoreporter alla famigliola da copertina, «mi sono sentita privilegiata, il lockdown mi ha fatto riflettere sull’importanza di fermare la corsa in cui siamo immersi, sul bisogno che la famiglia avrebbe di prendersi, talvolta, un tempo più lento. Ho pensato che sarebbe stato bello che Maya avesse la compagnia di un altro bimbo, anche come prospettiva di futuro in un mondo complicato». Così è maturata, in controtendenza demografica, proprio durante la chiusura forzata, la decisione annunciata sui social: «Questa volta ho scelto la vita, la famiglia e poco dopo il destino ha voluto regalarmi una nuova vita dentro di me».

Cagnotto del resto è sinonimo di famiglia anche nell’immaginario collettivo mondiale dei tuffi: «Ho avuto la fortuna di vivere i momenti di tensione con accanto persone che mi davano serenità: all’inizio, sono stati i miei genitori e i miei amici, quando poi ho conosciuto Stefano (Stefano Parolin, commercialista, sposato nel 2016, ndr), lui è diventato un pilastro per me. Vorrei prendere esempio dallo stile dei miei: papà e io, pur avendo se guito la stessa strada, non abbiamo mai avuto un momento di concorrenza, io lo trovo naturalissimo, penso che sia normale che un padre auguri il meglio e che sia felice di essere superato dalla propria _glia. Per noi era ovvio, non ho mai gareggiato contro di lui. Ero orgogliosa di lui, di quello che aveva fatto. Mamma è stata il fulcro di tutta la macchina che lavorava insieme. Mi piacerebbe saper fare anch’io squadra così con la mia famiglia».

Il 23 gennaio del 2018 è arrivata Maya, in arte “polpettina”: «Non credo di essere una mamma troppo ansiosa, ma sono felice della nuova maternità anche perché spero, con il secondo figlio, di riuscire a essere un po’ più sciolta: con la prima stai attenta a tutto, impazzisci se non capisci perché non dorme, alla prima febbre vai nel panico: non pensavo di provare emozioni così forti per un’altra personcina». Con la quale Tania, a giudicare da uno spassosissimo video pubblicato su Facebook, ha già tentato un tuffo sincronizzato: la bimba conta 1, 2, 3 a suo modo, ma poi resta sulla sponda lasciando tuffare solo la mamma: «Il bello è», ride Tania, «che quando si rivede mi dice: “Mamma, perché io non mi sono tuffata?”». Nel post che annunciava la nuova gravidanza Tania ha scritto scherzosamente che Maya avrà bisogno di un’allenatrice: «Non mi dispiacerebbe che facesse sport, non per i risultati che possono anche non venire, ma perché, come mamma, mi rassicurerebbe saperla concentrata in quello nell’età critica tra i 13 e i 15 anni, quando è forte la tentazione di fare sciocchezze. Io ho avuto la fortuna di trovare nei tuf_ un ambiente sano e amici in squadra, se sei l’unico a fare una vita diversa è più difficile. È uno sport povero, ma genuino, anche a livello internazionale l’avversaria non è una nemica, c’è stima reciproca». Non è un modo dire, anche chi osserva lo sport italiano dall’esterno sa che l’ambiente dei tuffi è più sereno di tanti altri. E l’impressione è che la lunga guida di Giorgio Cagnotto, ct per tanti anni, ottimo tecnico ma soprattutto uomo equilibrato, abbia inciso: «Devo ammettere di sì, credo che anche per questo il presidente federale non voglia lasciare andare in pensione uno come papà».

Impossibile non chiedere se quel riferimento all’allenatrice – Tania fa tuttora parte del Gruppo sportivo delle Fiamme Gialle – non indichi l’intenzione, magari inconscia, di seguire le orme di papà: «Ci penso, sì, ma vorrebbe dire tornare alla vita delle gare con la valigia in mano, da mamma devo rifletterci bene. Anche perché, se poi hai la fortuna di allenare atleti forti come è capitato a papà, si ripiomba nello stress di questi vent’anni». Ne aveva solo 14 Tania, fresca campionessa europea giovanile, quando finì per la prima volta sulla copertina di Famiglia Cristiana: «La soddisfazione più grande è stato l’oro mondiale di Kazan nel 2015: battere la cinese Shi e poi raggiungere le due medaglie olimpiche a Rio 2016, dopo 15 anni di inseguimento, è stato il punto più alto della mia carriera». Davvero non ha paura, adesso, del salto nel vuoto senza acqua sotto, sapendo che non c’è più margine per risalire la scaletta del trampolino? «Un po’ sì, per 15-20 anni ho fatto solo tuffi. Ora per qualche anno farò la mamma, ma poi qualcosa dovrò trovarmi e sarà forse difficile imparare daccapo, capire che cosa sarò capace di fare. Avendo avuto, in vent’anni di altissimo livello, stimoli e adrenalina, mi chiedo se saprò farne a meno, come reagirò alla lunga a un lavoro più tranquillo di cui ora mi sembra di sentire il bisogno».