La Manovra 2026 verrà ricordata come quell’oggetto misterioso che, mentre giura di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, riesce nell’impresa di infilarci almeno due ditine nel portafglio. Con garbo, s’intende. Con misura. Con quella prudenza tutta ragionieristica che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivendica come una virtù civile, salvo poi scoprire che la virtù, quando è troppo prudente, finisce per colpire sempre gli stessi.

Prendiamo la benzina. Sempre alla vigilia dell’esodo, per fare cassa a man bassa. Non una voce marginale, ma la cartina di tornasole del rapporto tra Stato e cittadini. Ogni pieno è ormai una seduta di autoanalisi: non ti chiedi più dove stai andando, ma perché lo stai facendo. La Manovra non aumenta ufficialmente le accise – parola che scotta più della benzina stessa – ma le “rimodula”, le “armonizza”, le “riallinea”. La legge prevede un calo dell’aliquota sulla benzina di 4,05 centesimi al litro e un aumento speculare per quella sul gasolio. Il calcolo finale però non si ferma all’accisa: aggiungendo l’Iva l’impatto reale sui listini sarà di 5 centesimi al litro in più. In pratica, il prezzo resta alto e il contribuente resta solo, con la pompa in mano e la sensazione di essere lui il vero carburante inconsapevole del bilancio pubblico.

I deputati del Partito Democratico mostrano dei cartelli di protesta ‘’Disastro Meloni’’ durante il voto finale sulla Legge di Bilancio 2026 alla Camera dei Deputati il 30 dicembre scorso
I deputati del Partito Democratico mostrano dei cartelli di protesta ‘’Disastro Meloni’’ durante il voto finale sulla Legge di Bilancio 2026 alla Camera dei Deputati il 30 dicembre scorso

I deputati del Partito Democratico mostrano dei cartelli di protesta ‘’Disastro Meloni’’ durante il voto finale sulla Legge di Bilancio 2026 alla Camera dei Deputati il 30 dicembre scorso

(ANSA)

Poi ci sono le microtasse. Quelle geniali. Quelle creative, magari messe a punto dai creativi del Mes, che non hanno nulla da invidiare in questo campo all’agenzia Armando Testa. Quelle che non fanno rumore, ma sommate fanno cassa. Due euro sui pacchi postali extra-Ue: una cifra che sembra messa lì per non offendere nessuno, se non il principio stesso di buon senso. Non è una tassa, è un obolo. Non è un balzello, è una mancia forzata allo Stato, una gabella medievale. Compravi online per risparmiare? Perfetto. Ora risparmi un po’ meno, ma con la consolazione di contribuire al bene comune.

La filosofia è chiara: non colpire forte, colpire spesso, prudentemente, ecco. Non una mazzata, ma mille pizzicotti. Così nessuno protesta davvero, perché nessuno si sente colpito abbastanza da scendere in piazza. È la fiscalità dell’assuefazione: ti lamenti un attimo, poi paghi e vai avanti. Come con le zanzare d’estate. Dopo venti minuti passa.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni potrà dire che non c’erano alternative. Forse è vero. Ma resta una certezza: quando le alternative mancano, la fantasia fiscale non delude mai. E alla fine, tra una benzina più cara e un pacco che costa di più, il messaggio è chiarissimo. La Manovra non passerà alla storia, come ha ammesso lo stesso ministro dell’Economia Finanze. Ma sul nostro estratto conto, purtroppo, sì.