Addolora sapere che i bambini della famiglia del bosco, separati dalla madre, siano disperati. L’abbiamo visto nei video, nelle interviste, l’abbiamo ascoltato negli urli strazianti di questi piccoli. Ne parliamo con Rosa Rosnati, professore ordinario di Psicologia Sociale in Cattolica a Milano e membro del comitato direttivo del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla famiglia.

Professoressa cosa ne pensa?
«Il dolore che provo e che credo tutti noi proviamo pensando a questi bimbi è molto intenso: li immaginiamo smarriti, angosciati, abbracciati l’uno l’altro nel tentativo di farsi forza tra loro».

Non crede che, per una tutela complessiva della famiglia, sarebbe servito maggior riserbo per gestire al meglio questa difficile situazione?
«Assolutamente sì! Devo dire che il clamore mediatico che avvolge questa vicenda ormai da mesi, l’asprezza dei toni e le contrapposizioni ideologiche su cui si è schierata l’opinione pubblica - completamente a favore della famiglia o del tutto contro - non lasciano spazio ad una comprensione profonda e articolata della vicenda e della sua complessità. E ciò certamente non aiuta questi genitori, né gli operatori sociali e giuridici coinvolti: in una situazione così accesa come questa prendere decisioni ponderate e lungimiranti sarà ancora più difficile e cresce il rischio di farsi risucchiare in questa contrapposizione».

Come si potrebbe gestire adesso questa separazione? Quali ipotesi di intervento sarebbero da valutare?
«Non abbiamo elementi che ci consentano di fare previsioni per il futuro. Il giudice ha oggi diversi strumenti tra cui scegliere quello che si addice meglio ad ogni singola situazione. Immaginiamo che si cerchi innanzitutto di lavorare per il recupero della relazione tra madre e figli. E se ciò si mostrasse una via non praticabile, il giudice potrebbe optare per un collocamento familiare attraverso le diverse forme di affido e di adozione (eventualmente anche aperta). Soluzioni certamente preferibili rispetto all’inserimento in una comunità educativa, anche di piccole dimensioni, che non può garantire per sua natura quella cura personalizzata e continuativa di cui ciascun bimbo necessita. D’altra parte, il bisogno di famiglia è connaturato all’essere umano».

In quali casi si può arrivare a una scelta così estrema? Ovvero quella di separare la madre dai figli?
«Si arriva a prendere - non senza fatica - una decisione simile quando ci trova davanti a genitori che non riescono a prendersi cura dei figli, che non sanno cogliere e rispondere ai loro bisogni, non riescono a dare una direzione alla loro crescita. In questi casi i servizi intervengono delineando un percorso per sostenere i genitori e recuperare o costruire le competenze genitoriali. Spesso si tratta di genitori che a propria volta non sono stati oggetto di cura, che sono stati trascurati e che quindi non hanno interiorizzato un modello genitoriale “sufficientemente buono”. Se questo percorso di recupero della funzione genitoriale non dà esiti positivi, allora si può arrivare, ad una limitazione o alla decadenza della responsabilità genitoriale. Questo termine indica proprio come i genitori non abbiano diritti sui figli e men che meno potere. Anche il linguaggio giuridico si è modificato: fino a non molti anni fa si parlava di potestà genitoriale, ora invece di responsabilità. I figli hanno diritti, non i genitori. I genitori sono tenuti a rispondere (che ha la stessa radice etimologica di responsabilità), ai bisogni dei loro figli, in primis il bisogno di appartenere».

Separare invece di mediare? Poteva essere una alternativa?
«Immagino che gli operatori sociali e i giudici abbiano fatto di tutto per sostenere il legame genitori – figli».

Secondo lei come mai questa madre insiste nel mantenere uno stile di vita incompatibile alla formazione, all'educazione e alla salute dei bambini? Che strategie si possono immaginare per coinvolgerla, accanto al padre, per il bene dei figli?
«Non abbiamo elementi per una comprensione più profonda. Certamente un aspetto spesso lasciato sullo sfondo, anche in questo caso, è la dimensione culturale. Teniamo presente che la cultura di questa famiglia è profondamente diversa, anche se non balza immediatamente all’occhio. Su questo aspetto è bene fare attenzione. Scindere l’aspetto culturale dal contenuto della relazione genitori figli non è semplice, anche perché giocoforza noi siamo abituati a valutare l’adeguatezza del legame genitori figli con il nostro metro di giudizio. Siamo più preparati a mettere in gioco questo aspetto quando ci troviamo davanti famiglie immigrate che hanno pratiche educative assai distanti dalle nostre e qualche volta non compatibili non tanto con i nostri standard educativi, quanto con risposte idonee ai bisogni fondamentali dell’essere umano».

Può la figura del padre essere d'appoggio ai bambini in una situazione così drammatica? Cosa potrebbe fare? Quale il suo contributo?
«Certamente, è una figura di riferimento fondamentale che può e speriamo sia aiutata a fare da ponte con la figura materna. Gli operatori sociali devono sostenere l’alleanza genitoriale che può costituire una base di appoggio per la crescita dei figli».

Il trauma della separazione potrà essere elaborato crescendo o lascerà segni indelebili?
«L’interruzione del legame genitori figlio è un trauma che lascia segni nel breve e lungo termine a maggior ragione se avviene in modo repentino. È fondamentale l’accompagnamento di una figura adulta che sappia stare di fianco al bambino in questo passaggio così doloroso, che sappia dare senso a quello che vive il bambino, dare significato alle emozioni che prova, che aiuti a prefigurare il futuro, che sappia essere un ponte tra ieri e oggi, conservando ricordi, foto, e tutto ciò che consenta un domani al bambino di trovare il filo rosso della propria storia, ricomporne i capitoli e ricostruire il senso di continuità del sé».

Come mai casi di questo tipo coinvolgono l’opinione pubblica in modo così netto?
«Perché tocca le dimensioni che costituiscono l’umano, il luogo più profondo della nostra identità che sono i legami familiari, perché tocca quella dimensione che accomuna tutti, quella di essere figli. Fare crescere i figli è un compito a maggior ragione oggigiorno sfidante. I genitori non possono essere lasciati soli: è indispensabile che il sociale sia a fianco delle famiglie (e non contro), che le accompagni in questa impresa sempre più ardua e che prevenga le situazioni di conclamato disagio. Come? Creando reti di sostegno, vicinanza tra famiglie, fiducia reciproca tra famiglia e scuola, così come con le altre istituzioni (associazioni sportive, oratori, …) e qualsiasi altro luogo educativo, offrendo luoghi e tempi di incontro e di scambio, strumenti per affrontare le situazioni complesse. I percorsi di enrichment ben si inseriscono in questo panorama. Far crescere un figlio è compito della comunità».

Famiglia ed educazione

Difficoltà familiari, la prevenzione è possibile

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Il figlio è un bene comune.
«Usiamo comunemente questa bella espressione “mettere al mondo un figlio”: il figlio è inserito in un orizzonte più ampio, in un intreccio di dimensioni individuali, di coppia, di famiglia e sociali. Il figlio non è per sé stessi, non è un prolungamento dell’adulto, né un oggetto su cui proiettare i propri desideri. Ciascun figlio è un unicum, che chiede di essere riconosciuto nella sua unicità e di sbocciare alla vita secondo le proprie caratteristiche. Sono figli di famiglia e al tempo stesso cittadini di domani, inseriti in uno specifico contesto storico e culturale. Costituiscono una generazione sociale, sono i figli del nostro futuro».