Quando parliamo di violenza sulle donne, per inquadrare il fenomeno, partiamo sempre dai dati. Sono numeri, quindi possono sembrare quasi espressioni fredde, anche se noi sappiamo bene che dentro i numeri ribollono le più drammatiche storie personali.
Allora, iniziamo a darne qualcuno. Nel mondo, il 35% delle donne ha subito violenza dagli uomini. È aumentato il numero di processi per reati orientati dal genere, come maltrattamenti, atti persecutori o violenze sessuali. Reati commessi nell’89% dei casi da uomini di cui il 61% di cittadinanza italiana. Continua inoltre ad abbassarsi la soglia di età di chi commette questi reati. Questo ci dà un quadro allarmante: la società sta fallendo in particolare nella prevenzione e nella promozione di relazioni basate sul rispetto.


Per questo, prima ancora di parlare di sicurezza o di strumenti di protezione, dobbiamo affrontare la radice culturale del problema: un modello in cui l’uomo viene ancora percepito – e percepisce sé stesso – come dominatore. Superare questo modello richiede un grande cambiamento culturale. Un cambiamento che deve coinvolgere proprio gli uomini.

Ad esempio, vi faccio una proposta. Al prossimo femminicidio non facciamo ancora le stesse domande: lei aveva denunciato? Funzionava il braccialetto elettronico? Da quanti anni sopportava? Facciamoci tutti un’altra domanda, ma proprio una sola: cosa fanno gli uomini per impedire che un altro uomo compia il prossimo femminicidio?
È tempo di spostare il focus dalla donna che subisce la violenza all’uomo che la compie, perché sulla donna vittima di violenza abbiamo già tutte le contromisure e tutti i provvedimenti che anni di vigilanza sul triste fenomeno ci hanno dato, mentre non ne abbiamo sugli uomini che agiscono la violenza.

Questa mancanza inizia a essere il problema: mettendo due volte al centro la donna, primo perché donna poi perché vittima di violenza, si parla meno di chi ha compiuto la violenza su di lei, l’uomo. I tempi sono maturi per spostare il focus sull’uomo, perché se non inizia lui a rivedere i suoi schemi mentali, le sue convinzioni sessiste, i suoi presunti controlli legittimi sulla donna, la sua superiorità (quale?) sulla donna, il suo ritenere la donna una sua proprietà, non usciremo da questo inferno.


Ho il forte sospetto che si voglia continuare a stare in questo inferno.

Il punto, oggi, è che non basta più indignarsi. Serve che gli uomini aprano finalmente un conflitto con quella parte della cultura maschile che normalizza il controllo, premia la prevaricazione, minimizza la gelosia e interpreta il rifiuto come un affronto da punire. Serve che si assumano la responsabilità di guardare dentro ai propri comportamenti, alle proprie parole, alla forma dei propri desideri.
Perché la violenza non nasce all’improvviso: nasce molto prima, nei linguaggi, nelle battute, negli stereotipi, nelle aspettative che gli uomini hanno su di sé e sulle donne.

Gli uomini possono diventare alleati credibili: non “salvatori” delle donne, ma interlocutori che lavorano su se stessi, che si mettono in discussione, che non accettano più la complicità del silenzio.

Perché la verità, forse scomoda, è che la violenza sulle donne non è un problema delle donne. È un problema degli uomini. E sarà affrontato davvero solo quando saranno gli uomini stessi a decidersi a cambiare traiettoria, a rompere la catena che li vuole potenti verso l’esterno ma incapaci di guardarsi dentro.

Finché questo passaggio non avverrà, continueremo a rincorrere l’emergenza senza mai eliminarne la causa. E ogni numero che leggeremo, ogni statistica che aggiorneremo, continuerà a essere il segno di un fallimento collettivo che possiamo, e dobbiamo, evitare.