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ANSA/FABIO FRUSTACI
La scrittrice rivelazione degli ultimi anni Francesca Giannone (La portalettere, Domani domani...) che in diversi periodi della storia italiana del ‘900, hanno provato a uscire dai ruoli in cui erano fegatelle per affermare sé stesse. Così come ha fatto Paola Cortellesi nel suo fortunato film di esordio da regista C’è ancora domani.


Le abbiamo rivolto alcune domande sul discorso che l’attrice ha tenuto al Quirinale lo scorso 2 giugno sui diritti delle donne italiane.


Paola Cortellesi è stata chiamata dal presidente della Repubblica in una commemorazione ufficiale come gli 80 anni della nascita della Repubblica e del voto alle donne per ricordarne la portata storica. Si è riconosciuta nelle sue parole, ha sentito che parlava anche in suo nome in quel momento?
«Il discorso di Paola Cortellesi mi ha inorgoglito, e sinceramente commosso. Ha parlato non solo in mio nome, ma anche in nome di tutte le donne di questo Paese. Di chi abita il presente, di chi ha abitato il passato e anche di chi abiterà il futuro. Le sono grata per aver reso omaggio alle madri costituenti, troppo a lungo ingiustamente dimenticate, e per aver sottolineato che ci sono promesse che attendiamo ancora che vengano mantenute».
C’è qualcosa che avrebbe voluto aggiungere alle parole di Paola Cortellesi sul percorso di emancipazione femminile di cui il voto è stata solo una delle tappe fondamentali?
«Che quel che sembrava impossibile o inammissibile in passato, nel nostro presente è invece realtà, per cui ciò che oggi viene vietato o non consentito o magari non ancora immaginato, sarà la quotidianità e la normalità del domani, di chi ci succederà. Ne sono assolutamente certa. L’emancipazione è un processo che può solo guardare in avanti».
Lei , come tante altre scrittrici, e come ha fatto anche Paola Cortellesi con il suo primo film da regista, state ridando memoria, dignità, peso storico a tutte quelle generazioni di donne italiane vissute nell’ombra, relegate a ruoli subalterni, private di una voce. Una profonda rivoluzione culturale che parte dalle piccole storie?
«È una coincidenza felice il fatto che il mio primo romanzo, La portalettere, sia uscito nello stesso in cui nelle sale è arrivato “C’è ancora domani”. Le due opere dialogano a distanza, è qualcosa che tante lettrici mi hanno detto, nel tempo. È come se avesse preso vita un movimento culturale che fa sentire la propria voce attraverso il recupero delle voci delle donne del passato, spesso cadute nell’oblio o mai ascoltate. Lo trovo molto emozionante. Un atto d’amore delle donne per le donne».
Quanto è importante tenere viva la memoria, e conoscere la storia che ci ha portate fino a qui, anche per le ragazze di oggi?
È il motivo per cui scrivo i miei romanzi. La custodia e la cura della memoria, specialmente di quella che non compare nei libri di Storia ma che per fortuna trova spazio nei romanzi, sono una bussola da cui non si può prescindere per orientarsi nel presente e per sapere quale strada imboccare nel futuro».


Ha avuto modo di conoscere personalmente Paola Cortellesi? Vista la comune sensibilità sarebbe auspicabile una collaborazione in futuro?
«Non l’ho mai incontrata, ma spero che prima o poi accadrà. Mi permetta un sogno a occhi aperti: sarebbe bellissimo se Paola Cortellesi decidesse di trarre un film dal mio nuovo romanzo, Gli anni in bianco e nero. È una storia ambientata negli anni 60 e parla di sorellanza, ribellione, diritti negati e di una cinepresa super 8 che diventa strumento di lotta ed emancipazione…».







