Se n'è andato il Guccio. Il maestro, il "maestrone", come tutti ormai lo chiamavano con affetto. Se n'è andata una delle voci più autorevoli della canzone d'autore italiana, quella che, a torto o a ragione, è diventata il simbolo dei cantautori impegnati e che dagli anni Settanta in poi non ha mai smesso di essere un punto di riferimento per intere generazioni.

Francesco Guccini si è spento a 86 anni, compiuti lo scorso 14 giugno, nella sua amata Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano. Un piccolo paese che molti italiani hanno imparato a conoscere proprio grazie alle sue canzoni e ai suoi racconti, diventato quasi un luogo dell'anima per i suoi tantissimi estimatori. Lì era nato il 14 giugno 1940 e lì aveva trascorso i primi anni dell'infanzia, mentre il padre era in guerra. A Pavana era sempre tornato, scegliendo poi di viverci stabilmente dopo aver salutato il pubblico nel momento che lui stesso riteneva giusto.

Lo fece con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto. Nel 2012, a 72 anni, pubblicò L'ultima Thule, il suo ultimo album di inediti, annunciando l'addio alle scene. Una decisione presa senza rimpianti, consapevole che ogni stagione ha il suo tempo. Da allora si dedicò soprattutto all'altra grande passione della sua vita: la scrittura. Del resto aveva esordito come narratore già nel 1989 con Cròniche epafàniche e negli anni aveva costruito una solida produzione letteraria tra romanzi, raccolte di racconti, autobiografie e i fortunati gialli scritti insieme a Loriano Macchiavelli con protagonista il maresciallo Santovito.

Eppure è stata la musica a renderlo una delle figure più amate della cultura italiana. Dagli esordi negli anni Sessanta fino all'ultimo disco, passando per album entrati nella storia come Radici, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Metropolis e Signora Bovary, Guccini ha costruito un repertorio capace di attraversare il tempo senza inseguire le mode. Canzoni come La locomotiva, Cyrano, Eskimo, Autogrill, Incontro e Canzone per un'amica sono diventate parte della memoria collettiva del Paese.

Chi ha assistito ai suoi numerosi concerti ricorda il dialogo continuo con il pubblico. Migliaia di persone cantavano ogni strofa senza sbagliare una parola e lui, avvicinandosi ai ragazzi stipati sotto il palco (i boomer erano per motivi d’età e di resistenza più indietro), sorrideva stupito: «Ma quanto siete giovani!». Era forse questo uno dei suoi segreti: riuscire a parlare a ragazzi che appartenevano a epoche diverse senza cambiare mai se stesso. Non ha mai inseguito il mercato, non ha modificato il proprio stile, ha continuato a circondarsi della stessa band (i suoi musici) e a scrivere con quella lingua ricca di riferimenti storici, letterari e filosofici.

Le sue ballate, dense di personaggi, memoria, ironia e malinconia, storie d’amore, dai testi ricchi di parole difficili, di descrizioni minuziosi e impeccabili, di aggettivi sconosciuti ma sempre azzeccati, non erano canzoni facili. Eppure sono entrate nel cuore di milioni di persone. Non è un caso se Umberto Eco lo definì «l'uomo più colto d'Italia», riconoscendo nella sua scrittura una profondità rara, capace di intrecciare cultura alta e popolare con naturalezza. Guccini era un uomo libero, refrattario a ogni appartenenza ideologica. Era agnostico, precisando sempre di non essere ateo, così come respingeva le semplificazioni politiche (“mai stato comunista”) che per anni lo hanno accompagnato. E forse proprio questa libertà gli ha consentito di parlare davvero a tutti.

Lo dimostra la storia di Dio è morto, scritta nel 1965. La Rai dell'epoca la censurò ritenendola irriverente, mentre Radio Vaticana ne intuì il significato più autentico e la trasmise, cogliendo come quel testo non fosse una bestemmia, ma una denuncia del vuoto morale del tempo e, insieme, un potente annuncio di speranza. In quei versi, che si concludono con la fiducia in «un mondo nuovo», c'era già tutto Guccini: la capacità di attraversare il dubbio senza rinunciare alla ricerca di senso.

Lo stesso sguardo lo portò, nel 2016, ad Auschwitz, cinquant'anni dopo aver scritto Auschwitz (La canzone del bambino nel vento). Partì sul Treno della Memoria insieme a monsignor Matteo Zuppi, alla moglie Raffaella, insegnante, e alla classe di scuola media con cui lei lavorava. Da quel viaggio nacque un'amicizia profonda con il futuro cardinale e un documentario. Di fronte ai ragazzi, Guccini e Zuppi si confrontarono sul male, sulla memoria e persino sulla domanda più difficile, «dov'era Dio ad Auschwitz?», cercando risposte diverse ma accomunate dalla stessa convinzione: coltivare la memoria è l'unico antidoto perché quell'orrore non si ripeta.

Per chi amava lui e le sue canzoni, oggi è come se se ne fosse andato un amico, un amico colto, ironico, spiritoso e malinconico che ha accompagnato la vita di molti. Per il Paese se ne va un narratore lucido dell'Italia, un custode della memoria, un uomo che ha insegnato il valore delle parole in un tempo sempre più povero di parole autentiche. Restano le sue canzoni, i suoi libri, le sue storie e quella voce inconfondibile con la erre arrotolata che continuerà ad accompagnare chi cerca nella musica non solo emozioni, ma anche domande.