Sui giornali sono state presentate come le «sei ragazze musulmane» che non hanno voluto fare il minuto di silenzio a scuola in memoria delle vittime degli attentati di Parigi. «Una non notizia che è diventa notizia», taglia corto il giorno dopo le polemiche Nicoletta Pizzato, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico commerciale Daverio-Casula di Varese. «In realtà», spiega, «si trattava di un gruppo misto di ragazzi e ragazze, sette in totale, alcuni stranieri e altri italiani. Non è assolutamente vero che si siano rifiutati di osservare il minuto di silenzio per motivazioni ideologiche o politiche ma lo hanno fatto fuori dalle classi in memoria di tutte le vittime del terrorismo islamico, a cominciare dai 224 russi morti sull’aereo abbattuto dai terroristi e precipitato sul Sinai e dalle vittime al mercato di Beirut, in Libano».

L’equivoco nasce proprio dal fatto che il gruppo di studenti, tutti adolescenti di 15 anni delle prime e seconde classi, non ha contestato l’iniziativa in sé di osservare il silenzio come proposto dal ministro dell'Istruzione Giannini ma di estenderlo in memoria e in ricordo di tutte le vittime, non solo quelle di Parigi. Si è scritto anche che alcuni di questi ragazzi in “dissenso” avessero avuto parenti uccisi dalle milizie dell’Isis a Beirut e Damasco. «Anche questo non è vero», dice Pizzato, «trovo francamente incomprensibili le polemiche che si sono scatenate sui media».

Alcuni, sui social network, hanno addirittura invocato l’espulsione dall’Italia dei ragazzi e delle loro famiglie. Una segnalazione è arrivata anche alla Digos di Varese che ora sta cercando di vederci chiaro. L’Itc di Varese conta circa 1800 studenti, tra i quali moltissimi stranieri. «Dopo il minuto di silenzio», conclude la preside, «avevo chiesto di svolgere un momento di discussione e riflessione nelle classi. I sette ragazzi, tra i quali ci sono anche persone di fede musulmana, sono rientrati e hanno partecipato a questo momento di approfondimento come tutti gli altri e senza polemiche. Sono ragazzi di 15 anni, vanno guidati nella riflessione e se non lo facciamo noi insegnanti a scuola chi lo fa?».