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C’è un giudice (coraggioso) ad Oslo. Si chiama Helen Andenaes Sekulic, ha deciso che i diritti umani di Anders Behring Breivik, l’autore della strage di Utoya del 2011 in cui morirono 77 persone, sono stati violati dallo Stato norvegese e così ha motivato la sentenza: «Il divieto di trattamenti inumani e degradanti rappresenta un valore fondamentale in una società democratica. Questo vale anche nel caso di terroristi e assassini».
È una sentenza che farà certamente discutere anche perché Breivik, condannato per terrorismo, è un personaggio estremamente provocatorio e insolente. All’udienza si era presentato in aula facendo il saluto nazista e nel 2014, per dire, aveva iniziato uno sciopero della fame chiedendo che gli fosse data la PlayStation 3. Di recente aveva anche scritto una lettera ai media norvegesi includendo tra i presunti soprusi subiti in carcere anche il fatto che il caffè della mensa venisse servito freddo, che la sua cella non aveva una vista, che non aveva abbastanza burro per il pane e che non gli era permesso usare una crema idratante.
Nel carcere di Skien, dove è detenuto, Breivik ha a disposizione una cella ampia, quasi un trilocale di 31 metri quadrati diviso in stanza da letto, stanza palestra e stanza lavoro più angolo cucina e servizi.
La Norvegia investe nelle carceri circa due miliardi di euro all’anno per i suoi circa quattromila detenuti. L’Italia, per fare un paragone, ne spende tre a fronte di 53mila detenuti.
Breivik è stato condannato a 21 anni di carcere
La Norvegia ha abolito la pena di morte per i civili nel 1902, mentre l’ergastolo non esiste più dal 1981. Nel 1998 il ministero della Giustizia riformò i metodi e gli obiettivi del sistema penitenziario nazionale, dando esplicita priorità alla riabilitazione dei prigionieri attraverso l’educazione, la formazione lavorativa e la terapia. Partendo dall’idea che le carceri punitive non funzionano in termini di “rieducazione” e maggior sicurezza per i cittadini, nel realizzare il carcere di Halden (costato quasi duecento milioni di euro e definito dalla stampa internazionale “il carcere a 5 stelle” con trattamenti giudicati troppo morbidi per i detenuti) il governo norvegese aveva seguito il principio secondo cui è necessario che i detenuti siano trattati umanamente affinché abbiano maggiori possibilità di reinserimento nella società e minori incentivi a compiere nuovi reati.
Breivik adesso ha 37 anni, si trova in carcere dal luglio 2011 e sta scontando una pena di 21 anni estendibile se al suo termine sarà ritenuto ancora socialmente pericoloso. La corte di Oslo ha stabilito che il suo totale isolamento viola l'articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti umani mentre, data l'alta pericolosità del detenuto, i limiti imposti ai suoi contatti e alla corrispondenza con l’esterno non sono in contraddizione con l'articolo 8 della stessa Convenzione. Il tribunale ha anche deciso che le autorità dovranno al terrorista un indennizzo di 330mila corone norvegesi, cioè circa 35mila euro, per i cinque anni trascorsi in stretto isolamento.
La Norvegia in nome dello Stato di diritto e dei suoi valori di garantismo ha deciso in questo modo tutelando anche i nemici che la vogliono distruggere. È una sentenza coraggiosa, per alcuni esagerata, ma non irragionevole.
È una sentenza che farà certamente discutere anche perché Breivik, condannato per terrorismo, è un personaggio estremamente provocatorio e insolente. All’udienza si era presentato in aula facendo il saluto nazista e nel 2014, per dire, aveva iniziato uno sciopero della fame chiedendo che gli fosse data la PlayStation 3. Di recente aveva anche scritto una lettera ai media norvegesi includendo tra i presunti soprusi subiti in carcere anche il fatto che il caffè della mensa venisse servito freddo, che la sua cella non aveva una vista, che non aveva abbastanza burro per il pane e che non gli era permesso usare una crema idratante.
Nel carcere di Skien, dove è detenuto, Breivik ha a disposizione una cella ampia, quasi un trilocale di 31 metri quadrati diviso in stanza da letto, stanza palestra e stanza lavoro più angolo cucina e servizi.
La Norvegia investe nelle carceri circa due miliardi di euro all’anno per i suoi circa quattromila detenuti. L’Italia, per fare un paragone, ne spende tre a fronte di 53mila detenuti.
Breivik è stato condannato a 21 anni di carcere
La Norvegia ha abolito la pena di morte per i civili nel 1902, mentre l’ergastolo non esiste più dal 1981. Nel 1998 il ministero della Giustizia riformò i metodi e gli obiettivi del sistema penitenziario nazionale, dando esplicita priorità alla riabilitazione dei prigionieri attraverso l’educazione, la formazione lavorativa e la terapia. Partendo dall’idea che le carceri punitive non funzionano in termini di “rieducazione” e maggior sicurezza per i cittadini, nel realizzare il carcere di Halden (costato quasi duecento milioni di euro e definito dalla stampa internazionale “il carcere a 5 stelle” con trattamenti giudicati troppo morbidi per i detenuti) il governo norvegese aveva seguito il principio secondo cui è necessario che i detenuti siano trattati umanamente affinché abbiano maggiori possibilità di reinserimento nella società e minori incentivi a compiere nuovi reati.
Breivik adesso ha 37 anni, si trova in carcere dal luglio 2011 e sta scontando una pena di 21 anni estendibile se al suo termine sarà ritenuto ancora socialmente pericoloso. La corte di Oslo ha stabilito che il suo totale isolamento viola l'articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti umani mentre, data l'alta pericolosità del detenuto, i limiti imposti ai suoi contatti e alla corrispondenza con l’esterno non sono in contraddizione con l'articolo 8 della stessa Convenzione. Il tribunale ha anche deciso che le autorità dovranno al terrorista un indennizzo di 330mila corone norvegesi, cioè circa 35mila euro, per i cinque anni trascorsi in stretto isolamento.
La Norvegia in nome dello Stato di diritto e dei suoi valori di garantismo ha deciso in questo modo tutelando anche i nemici che la vogliono distruggere. È una sentenza coraggiosa, per alcuni esagerata, ma non irragionevole.





