di Virginia Stefanini

Bianca Pitzorno, nata a Sassari il 12 agosto 1942, è una scrittrice che per gli appassionati di letteratura per l’infanzia non ha bisogno di presentazioni, ma la sua carriera, lunga e variegata, non è circoscritta alla sola produzione editoriale per la gioventù.

Traduttrice, sceneggiatrice, autrice teatrale, dai primi anni Duemila scrive esclusivamente romanzi e saggi destinati agli adulti (di cui l’ultimo La sonnambula, edito da Bompiani, è entrato nella sestina finalista del Premio Strega), mentre in anni che precedono il successo come scrittrice, ha lavorato come funzionaria Rai, collaborando all’ideazione e alla scrittura di programmi della tv dei ragazzi.

Cultura e spettacoli

Finta veggente per salvarsi da un marito violento

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Pur trattandosi di testimonianze di un lontano passato, Bianca Pitzorno aveva accettato di rispondere alle domande di Virginia Stefanini per un saggio curato da Icwa (I’Associazione italiana degli scrittori per ragazzi), uscito in occasione dei 70 anni dalla nascita della Televisione in Italia. Un prezioso dietro le quinte della Radio Televisione Italiana dove la scrittrice mette in evidenza luci e ombre del rapporto fra letteratura, televisione e società, e racconta anche un po’ di sé .

«Io sono entrata in Rai nel 1970» racconta Pitzorno. «In quel periodo il programma più importante e più seguito della tv per ragazzi era Chissà chi lo sa? che andava in onda tutti i sabati pomeriggio ed era prodotto dal centro di Milano, autore e regista Cino Tortorella, presentatore Febo Conti. Chissà chi lo sa? era un gioco a squadre in cui si affrontavano due scuole medie sorteggiate fra tutte quelle italiane. Il programma era nato nel 1961, quando la scuola media era stata unificata e aveva quindi nove anni».

«Andammo avanti per altri due anni, ma ci rendevamo conto che il programma era invecchiato, soprattutto che le prove che i ragazzi dovevano affrontare erano prevalentemente mnemoniche, mentre la scuola nel frattempo era cambiata. Così decidemmo di sostituirlo. Fu una decisione presa a Milano, da me, Cino Tortorella e Raffaele Crovi. La sede centrale romana in genere non veniva consultata ma solo informata e di solito ci lasciava fare. Io non ero tra gli autori, ma ero la funzionaria che si occupava ed era responsabile del programma».

«Poiché nel 1972 tutto il mondo era in fibrillazione per la sfida scacchistica tra Spassky e Fischer, decidemmo di impostare il nuovo programma secondo lo schema degli scacchi e ci inventammo Scacco al Re. Volevamo anche un presentatore più giovane e moderno e scegliemmo Ettore Andenna, che non aveva mai fatto tv, ma era molto famoso per i programmi radiofonici di Radio Montecarlo. Scacco al Re andò in onda durante l’anno scolastico ’72/’73. Nel frattempo, pensammo a un nuovo programma».

Il programma che nacque nel 1973 s’intitolava Il Dirodorlando, era anch’esso presentato da Ettore Andenna e diretto da Cino Tortorella, scritto insieme a Guglielmo Zucconi.

Bianca Pitzorno ne era la produttrice. Si trattava di una competizione fra due squadre di ragazzi e ragazze, non compagni di scuola ma amici, che si sfidavano a suon di giochi e indovinelli ispirati a quelli contenuti in un antico codice medievale… che però non esisteva! Anche il linguaggio parlato dal presentatore e dai concorrenti (chiamati barabitti e barabitte) era inventato. Il misterioso titolo, ideato da Bianca Pitzorno, nascondeva riferimenti a L’Orlando Furioso. Era l’inizio della seconda ottava del primo canto del poema cavalleresco: “Dirò d’Orlando in un secondo tratto / cosa non detta in versi mai né in rima”.

Domando a Pitzorno se in Rai ci fosse un’esplicita volontà di valorizzare la cultura letteraria in tv, in riferimento al pubblico dei ragazzi o se il proposito fosse partito dal gruppo di autori. La scrittrice mi spiega che l’intenzione non era fare un programma molto “culturale” né tantomeno di ispirarsi all’Ariosto, o ai classici della letteratura:

«Eravamo tutti appassionati ai giochi di parole e la nostra fonte di ispirazione era il gruppo francese dell’Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle). Per intenderci, i lavori di Queneau e Perec, ripresi in Italia da Calvino» precisa l’autrice.

«Il riferimento a L’Orlando furioso fu quasi unicamente iconografico, e ispirato, più che al testo, alla sua edizione ottocentesca illustrata dal Doré, che presentava un medioevo molto approssimativo, fantastico e burlesco. Anche il titolo si ispirava ai giochi di parole dell’Oulipo, ad esempio cercare il significato di parole come La Pecheronza, La Sincheraglia, nate dalle frasi “L’ape che ronza”, “L’asin che raglia”…».

Facendo ulteriori ricerche scopro che il gioco ebbe un’enorme fortuna fra il pubblico, migliaia di lettere arrivavano in redazione e il linguaggio fittizio, così ben congegnato, trasse in inganno anche spettatori esperti: l’allora deputato Francesco Cossiga, sassarese come Pitzorno, le domandò dove avessero ritrovato l’antico codice e come mai la Rai glielo facesse usare in tv. (1) Il Dirodorlando, manuale dei giochi presenti nel programma, fu firmato a sei mani da Tortorella, Zucconi e Pitzorno e venne pubblicato da Rizzoli nella sua prima collana per ragazzi.

Con i proventi del libro Bianca Pitzorno comprò la sua prima utilitaria (2). «A Roma però il programma veniva guardato con molta diffidenza» prosegue Pitzorno. «Temevano che fosse poco “educativo”. Quando tutti i ragazzini d’Italia si misero a parlare in “dirodorlandico”, linguaggio non medioevale ma assurdo, completamente inventato, che gli adulti non capivano, a Roma si decise che stava diventando sovversivo e ci impedirono di proseguirlo. Così il programma visse solo due anni».

I condizionamenti tecnici, finanziari, organizzativi dietro ogni prodotto audiovisivo sono ed erano tantissimi e, come raccontato in Storia delle mie storie, in Pitzorno cominciò a farsi strada la stanchezza nei confronti dell’ambiente televisivo e la sensazione che l’autore di storie per immagini fosse meno libero dello scrittore puro e semplice (3). Fu proprio in quello stesso periodo, grazie al direttore del settore Programmi Culturali e Speciali TV alla Rai di Milano, Raffaele Crovi, che l’autrice approdò professionalmente alla letteratura per ragazzi. Crovi era consulente editoriale dell’editore Bietti e direttore della collana di libri per l’infanzia Identikit; gli mancava un romanzo previsto da piano editoriale e invitò Bianca Pitzorno a cimentarsi con questa nuova forma di scrittura.

Nel 1973 venne pubblicato Sette Robinson su un’isola matta, seguito l’anno successivo da Clorofilla dal cielo blu. Entrambi i romanzi ebbero un buon successo di critica e di vendite, tanto che con i diritti d’autore di Clorofilla, la scrittrice comprò una macchina… per maglieria! A conti fatti, ancora oggi si sa che la letteratura rende meno della televisione, ma offre altre opportunità.

Nel 1977, dopo sette anni di lavoro in televisione e dopo aver imparato ciò che le serviva sul linguaggio per immagini, Pitzorno lasciò la Rai per dedicarsi esclusivamente alla scrittura e sviluppare le proprie storie senza sottostare a influenze esterne (4).

Negli anni successivi Bianca Pitzorno tornò a misurarsi con il linguaggio audiovisivo come sceneggiatrice di fiction e serie animate per bambini e ragazzi. In due casi fu proprio la sua produzione letteraria a incrociarsi con il mezzo televisivo, in occasione di adattamenti dal libro alla tv e viceversa. Come dichiarò in un’intervista a Fernando Rotondo su libri e televisione, pubblicata nel 1991 sulla rivista LiBeR, «dal punto di vista di uno scrittore si tratta di un’esperienza interessante, perché ti costringe a misurarti con un linguaggio diverso, iconico» (5).

L’esempio più fortunato fu la trasposizione di Clorofilla dal cielo blu, il romanzo “fantaecologico” pubblicato nei primi anni Settanta, trasformato in un cartone animato trasmesso con grande successo in molti paesi a partire dal 1984. L’animazione della serie fu basata su illustrazioni di Adelchi Galloni, poi riprese nell’edizione del romanzo pubblicata da Mondadori qualche anno dopo.

«La direttrice dei programmi per ragazzi della RTSI (Radio Televisione Svizzera Italiana), Mimma Pagnamenta, era appassionata di ecologia e una decina d’anni dopo l’uscita del libro mi chiese di poterne trarre una serie a puntate. Io avrei partecipato come coautrice alla produzione, che fu realizzata in Italia» mi racconta Pitzorno. «In origine volevamo fare una fiction con attori in carne ed ossa ed “effetti speciali”. Ma non si usava ancora il digitale e con l’analogico era troppo complicato. Così si scelse l’animazione, fatta ancora “all’antica”, cioè disegnata fotogramma per fotogramma. Naturalmente nella sceneggiatura ci furono molti cambiamenti rispetto al testo del libro, ma questo non mi creò alcun problema perché lo spirito e il tono del romanzo vennero rispettati». «Poiché era molto costoso, Mimma Pagnamenta chiese di co-produrlo alle tv statali di tutti i paesi europei che allora componevano la CEE. Tra quelli che accettarono non c’era l’Italia, che solo in seguito comprò i diritti per una sola messa in onda, e lo trasmise spezzettato e senza alcun riferimento al mio libro, durante un programma intitolato Pane burro e marmellata».

Nel complesso rapporto fra la pagina scritta e il video si annidavano insidie di cui l’autrice era ben consapevole, sempre stando alla summenzionata intervista su LiBeR: «Vi sono soprattutto tre tipi di condizionamenti: tecnici (certe cose possibili sulla pagina, in tv sono irrealizzabili), economici (un minuto di programma costa, un foglio di carta non costa niente) e burocratici (questioni di potere interno all’istituzione e all’apparato)» (6).

ANSA

Emblematico il caso di E ricchissimo diventerai, telefilm di Rai 2 basato su un soggetto di Bianca Pitzorno, di cui la scrittrice mi riferisce la storia produttiva, irta di ostacoli:

«La Rai aveva partecipato a un progetto comune a una dozzina di televisioni pubbliche europee. Ciascuna doveva produrre un breve filmato “tipico” del proprio paese e scambiarselo gratuitamente. Per non spendere nel doppiaggio i filmati dovevano essere tali da essere capiti anche senza comprendere le battute, che dovevano perciò essere pochissime. Tra i vari soggetti proposti, per l’Italia la commissione europea scelse il mio, perché parlava di archeologia ed erano gli anni della beffa dei “finti Modigliani” che avevano ingannato tutti gli esperti. Così fui incaricata di scrivere la sceneggiatura, aiutata da Donatella Ziliotto, che allora era funzionaria addetta ai programmi per ragazzi alla Rai di Roma. La sceneggiatura fu poi affidata con una gara d’appalto a una casa di produzione esterna alla Rai. Questa casa di produzione per risparmiare snaturò completamente la storia. Per esempio, per risparmiare sulle trasferte, spostò il luogo dalla Sardegna all’Etruria. Il copione prevedeva due bande di ragazzi e bambini. Ci fu una sola bambina, e via dicendo. Ne risultò un filmato che non aveva niente a che fare con la mia storia originaria e ne soffrii moltissimo. Così un paio d’anni dopo, quando furono scaduti i diritti e tornai in possesso dell’idea, ripresi e sviluppai la sceneggiatura in un romanzo, Sulle tracce del tesoro scomparso, che venne pubblicato in prima battuta dalla ESMO, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori».

Dalla fine degli anni Ottanta in avanti, quando le nuove emittenti commerciali avevano già definitivamente spostato gli equilibri all’interno del panorama televisivo italiano, Pitzorno tornò a parlare di tv in due suoi romanzi.

Il nodo centrale non era più il linguaggio o il ruolo dell’autore, ma il rapporto che si instaura fra gli spettatori e i programmi. L’esperienza diretta le aveva mostrato quanto la comunicazione televisiva fosse a senso unico e avesse l’enorme potere di distorcere la realtà, trasmettendo al pubblico valori fittizi se non addirittura false informazioni.

Il romanzo Speciale Violante, pubblicato da Mondadori nel 1989 come primo volume della collana Gaia Junior, offriva alle giovani lettrici uno spaccato di un genere di fiction che spopolava sulle tv commerciali, ma all’epoca largamente snobbato dalla tv pubblica: le telenovelas.

«C’è una grande differenza tra le soap opera statunitensi, tipo Dynasty e Beautiful, e le telenovelas latino-americane, tipo Anche i ricchi piangono, Andrea Celeste, Semplicemente Maria» precisa Pitzorno, rispondendo alla mia domanda su quale giudizio nutra nei confronti di questo genere. «Queste ultime, molto più ingenue, erano nate dalle radionovelas, raccontate magistralmente da Vargas Llosa in La zia Giulia e lo scribacchino. Io non ho mai amato né seguito le soap, mentre come spettatrice ero appassionata delle telenovelas, specie le argentine e le brasiliane, che mi piacevano proprio perché così “ruspanti”. E infatti il mio romanzo Speciale Violante racconta la produzione di una telenovela».

Consapevole della fatica che comporta il lavoro dietro le quinte di un programma televisivo, Pitzorno provò a immaginare la vita di una bambina costretta a un impegno quotidiano sul set per mesi e mesi, per realizzare centinaia di puntate. Il personaggio di Scintilla Luz, giovanissima star della telenovela L’orfana di Merignac, la cui lavorazione approda in un immaginario paesino della provincia italiana, fu ispirato dall’attrice bambina argentina Andrea Del Boca.

«Come fa una bambina a frequentare contemporaneamente la scuola? Come fa a distinguere tra la sua vita vera e quella fittizia che “vive” tutti i giorni con una seconda identità? Cosa significa per lei essere famosa, diversa, più importante delle coetanee? Quali rapporti avrà con gli adulti, familiari ed estranei, ai quali il suo lavoro procura grandi vantaggi finanziari? Che risultati darà questa forma di schizofrenia vissuta proprio negli anni di formazione?» si domandava Pitzorno. (7)

Nel romanzo il punto di vista è però principalmente quello di tre ragazze “normali”, la cui villeggiatura viene messa sottosopra dall’arrivo della troupe televisiva.

Seguendo da vicino la lavorazione della telenovela, Valentina, Barbara e Vittoria scoprono i retroscena e le falsità che si annidano dietro la patina dorata della fama e della finzione. Il romanzo è agrodolce, l’atmosfera sospesa fra il fascino del mondo dello spettacolo e la solidità di quello reale.

«Anni dopo, la mia esperienza al di qua dello schermo e la consapevolezza di quanto si possa mentire e influenzare il pubblico attraverso il mezzo televisivo, mi suggerì la trama di Tornatràs, l’ultimo dei romanzi per ragazzi che ho scritto nel 2000, ispirato in qualche modo alla tv “berlusconiana” e bugiarda» conclude Pitzorno, avviandosi al termine del nostro scambio.

In Tornatràs, un feuilleton pieno di personaggi, trame intrecciate e colpi di scena, la televisione delle televendite e dei reality show sconvolge la vita quotidiana di Colomba, la giovane protagonista. Sua madre, vedova depressa e teledipendente, finisce per sposare un conduttore bieco e razzista, che la manipola per ottenere vantaggi economici e politici in vista delle imminenti elezioni. Spetta dunque alla ragazzina riaffermare la verità dietro le menzogne diffuse tramite il piccolo schermo.

Se il giudizio sulla televisione generalista è netto, per terminare domando a Bianca Pitzorno un parere sulle produzioni televisive per bambini e ragazzi. Dopo l’esperienza degli anni Settanta, la sua carriera in Rai riprese negli anni Novanta come consulente per L’Albero Azzurro, programma prescolare che ad oggi conta tremila puntate. Fin dagli esordi nel 1990 la trasmissione, a cadenza quotidiana, vantò collaborazioni importanti con noti autori, fra cui appunto Pitzorno, Roberto Piumini, Bruno Tognolini, Emanuela Nava e Mela Cecchi, al servizio di «un’intenzionalità pedagogica di tipo “alto”, per esempio perseguendo e proponendo valori non omologhi alle tv private, i cui programmi per ragazzi sono asserviti alla pubblicità e agli sponsor».

Eppure, nonostante il grande impegno e riscontro di pubblico, chiedo a Bianca Pitzorno se in generale la tv per ragazzi avrebbe potuto osare qualcosa di più o di diverso:

«Sì. Avrebbero potuto» è la decisa risposta dell’autrice. «Ne è un esempio Il Dirodorlando. Ma lo stereotipo che tutto quello che si rivolge ai più giovani debba essere “educativo” e non troppo complesso ha avvelenato non solo la letteratura per ragazzi, ma anche la televisione».

Lo interpreto come un monito. Ora è il compito di una nuova generazione di autori per ragazzi e autori televisivi non farsi condizionare da sterili intenti moraleggianti, ricercare la bellezza del linguaggio e la ricchezza del racconto, per trasmettere ai più giovani la complessità di un mondo che si trasforma.

Note:

(1) Il Dirodorlando, video-intervista a Guido Tortorella e Bianca Pitzorono, su YouTube

(2) Dal post del 1° gennaio 2024 sulla pagina Facebook ufficiale dell’autrice

(3) Storia delle mie storie, Bianca Pitzorno, Il Saggiatore, 2006, pag. 122

(4) Storia delle mie storie, Bianca Pitzorno, Il Saggiatore, 2006, pag. 123

(5) Libro e televisione, Interviste di Fernando Rotondo a Bianca Pitzorno, Roberto Piumini e Francesca

Lazzarato, LiBeR n. 10 (1991), p. 12-14

(6) Libro e televisione, Interviste di Fernando Rotondo a Bianca Pitzorno, Roberto Piumini e Francesca

Lazzarato, LiBeR n. 10 (1991), p. 12-14

(7) Dal post del 16 gennaio 2024 sulla pagina Facebook ufficiale dell’autrice