«Quando incontri l’altro, quando lo vedi con i tuoi occhi e tocchi con mano le sue sofferenze, non puoi più restare indifferente». Ogni giorno, nel Mediterraneo, si lotta per mettere in salvo vite umane. E quelle stesse vite, immerse in un mare di dolore e speranza, hanno “salvato” un giovane ragazzo. Si tratta di Mattia Ferrari, sacerdote di 30 anni, modenese, che ha trasformato il suo ministero in una missione di accoglienza e assistenza. Don Mattia è il cappellano di Mediterranea Saving Humans, una delle Ong più attive nel soccorso ai naufraghi.

Le radici della vocazione

Nato in una famiglia cristiana a Formigine, una cittadina della provincia di Modena, Mattia è cresciuto in un ambiente di fede vissuta e di servizio concreto per gli ultimi. «La mia famiglia mi ha insegnato ad amare come Gesù, a stare accanto agli emarginati», racconta. «Sono cresciuto a contatto con le suore Minime dell’Addolorata e con le Salesiane dell’oratorio Don Bosco, e piano piano ho sentito la chiamata a seguire Gesù in modo specifico come prete».

La strada da percorrere, però, non è stata priva di difficoltà: a 18 anni la morte del suo amico Fabrizio, a causa di un attacco epilettico, porta Mattia a una crisi profonda. «In quel momento mi sono chiesto: “Qual è il vero volto di Dio?”», dice con onestà. Sarà poi l’incontro con gli ultimi a fornirgli quella risposta che terrà salda la sua fede.

Conoscere lo straniero

Diventato prete, nel 2015 inizia a prestare servizio nella chiesa di Sant’Antonio, a Modena. Lì si approccia per la prima volta al mondo dei migranti: conosce Martin, un giovane nigeriano appena sbarcato. «Mi ricordo che entrò in sacrestia dopo la Messa, era solo e spaesato. In quel momento mi chiesi se fosse il caso di ignorarlo o amarlo… E alla fine, beh, ho scelto di amarlo», racconta. La parrocchia diventa così un luogo di accoglienza per i migranti: non solo un rifugio materiale, ma anche uno spazio di ascolto e dignità. Da quel momento la missione di don Mattia Ferrari è sempre più rivolta a loro: agli esclusi.

Nel 2018 viene contattato dai fondatori di Mediterranea Saving Humans, che aveva già conosciuto in alcuni centri sociali, i quali gli chiedono di diventare un ponte tra la Chiesa e la Ong, spesso vista con diffidenza. «È stata una chiamata naturale», spiega. «Mediterranea è nata per unire la società civile in una missione di giustizia, e la Chiesa non poteva restarne fuori».

La responsabilità umana

Mattia parla con chiarezza, non si tira indietro nel denunciare le politiche di respingimento che costano la vita a migliaia di persone nel Mediterraneo. «Quello che succede ai migranti non è una fatalità. Naufragi e respingimenti sono frutto di precise scelte politiche e di omissioni di soccorso. Non possiamo continuare a voltare lo sguardo», afferma duramente. «Le persone non annegano per caso. C’è una chiara responsabilità umana nelle scelte che condannano i migranti a rischiare la vita in mare o a restare intrappolati nei lager libici», continua.

Il suo impegno a bordo della nave Mare Jonio della Ong lo mette subito a contatto diretto con il dramma di chi fugge. «Ogni volta che siamo in mare sentiamo il peso della responsabilità. Ogni vita salvata è un miracolo, ma ogni vita persa è una ferita che non si rimargina», dice. Don Mattia, però, non si occupa soltanto di soccorso fisico. «Accompagno spiritualmente gli attivisti, molti dei quali non credenti o di altre religioni. In momenti così difficili, anche chi non ha fede cerca risposte spirituali. Il mio compito è ascoltare, senza imporre nulla». Sono tante le critiche che il giovane sacerdote riceve, eppure non si lascia scoraggiare. «Quando si attacca chi salva vite in mare, si attacca il Vangelo stesso», dichiara con fermezza. «La Chiesa non può restare neutrale. Se non accoglie e non ama, perde il senso del suo essere».

Il suo è un messaggio forte, che risuona chiaro, soprattutto in un contesto in cui queste associazioni sono spesso bersaglio di scontri politici. «La polemica contro chi accoglie è, in realtà, una polemica contro la parola di Dio. Se vogliamo essere onesti, allora, bisognerebbe prendersela con chi ci ha comandato di accogliere lo straniero. E quel qualcuno è Gesù».

Convertire il cuore

L’esperienza di don Mattia Ferrari non vuole essere soltanto una denuncia delle ingiustizie, ma anche un invito alla conversione del cuore. «Ho visto persone cambiare completamente atteggiamento verso i migranti. Quando incontri l’altro, quando lo vedi con i tuoi occhi e tocchi con mano le sue sofferenze, non puoi più restare indifferente. Il cuore si apre e, con esso, anche la mente», spiega.

«I migranti mi hanno salvato», dice con semplicità. «Mi hanno insegnato cosa significa davvero vivere il Vangelo. Ho imparato più da loro che da qualsiasi libro o studio teologico».

Un’affermazione che racchiude tutta la profondità del suo lavoro e che invita a guardare oltre le apparenze, a cercare il volto di Cristo nei volti di chi soffre. Il suo messaggio è chiaro: accogliere i migranti non è solo un atto di carità, ma un dovere cristiano. «È parte integrante del Vangelo, è ciò che ci ha insegnato Gesù», dice don Mattia. «Se perdiamo di vista questo, perdiamo la nostra anima».