Diminuiscono gli arrivi via mare in Italia, ma aumentano le vittime nel Mediterraneo. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dal 1° gennaio al 12 marzo 2026 sono già 545 le persone morte o disperse, contro le 144 dello stesso periodo del 2025. Numeri che raccontano un paradosso drammatico: meno sbarchi non significano meno tragedie, perché molti dei barconi partiti non arrivano mai a destinazione.

Di fronte a questo scenario abbiamo chiesto un commento a don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, da anni impegnato nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale.

Secondo gli ultimi dati dell’Oim, gli arrivi via mare in Italia stanno diminuendo, ma allo stesso tempo aumentano le persone che perdono la vita nel Mediterraneo. Come si spiega questo apparente paradosso?

«Innanzitutto, bisogna dire che questi sono i dati ufficiali, ma i dati reali probabilmente sono molto più alti. Secondo i nostri calcoli, per esempio, a gennaio nei giorni del ciclone Harry i dispersi sono stati almeno 1000. Quindi questo numero, che già da solo è spaventoso, in realtà è probabilmente al ribasso. Le statistiche ufficiali hanno ovviamente altri metodi di rilevazione, ma a noi risulta che i morti siano di più. In ogni caso, il punto è questo: le partenze sono più o meno le stesse, ma arrivano meno persone perché molte naufragano in mare. Non dimentichiamoci poi che c’è anche un altro aspetto: alcune persone naufragano, alcune arrivano, ma altre vengono catturate e riportate nei lager. C’è quindi anche il tema dei respingimenti. Lo scenario, dunque, continua a essere uno scenario di altissima preoccupazione».

L'arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia in visita alla Mare Jonio ancorata a Napoli, Con lui don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea.
L'arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia in visita alla Mare Jonio ancorata a Napoli, Con lui don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea.
L'arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia in visita alla Mare Jonio ancorata a Napoli, Con lui don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea. (ANSA)

Lei conosce molto bene quello che accade nel Mediterraneo centrale. Che cosa significa concretamente, oggi, affrontare quella traversata per chi parte dalle coste del Nord Africa?

«Significa fare un viaggio rischiosissimo. In realtà è pericolosa anche la parte precedente, perché chi arriva a imbarcarsi in mare è già un sopravvissuto: molte persone perdono la vita nel deserto. Il viaggio in mare è l’ultima tappa di un percorso molto lungo ed estremamente pericoloso. Le persone affrontano tutto questo perché sono costrette dall’ingiustizia globale a migrare e sono costrette, sempre dall’ingiustizia, a percorrere rotte pericolose perché non esistono canali legali di accesso. Quando arrivano in mare rischiano sia il naufragio sia il respingimento. Si trovano in una condizione terribile e il loro è un grido di umanità, un grido di fraternità a cui non possiamo chiudere il cuore. Le persone ci provano con la consapevolezza che il viaggio potrebbe non andare a buon fine, ma non hanno alternative. Le condizioni da cui scappano (guerre, persecuzioni, crisi ecologica, neocolonialismo) costringono le persone a migrare. Davanti alla disperazione, l’unica speranza è riuscire ad arrivare dall’altra parte. È la speranza di essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Perché, come diceva papa Francesco, il loro è un grido di fraternità».

Negli ultimi mesi diverse navi delle Ong sono state fermate o sottoposte a lunghi fermi amministrativi. Che effetto hanno queste misure sulle operazioni di soccorso e sulla sicurezza delle persone in mare?

«Queste misure chiaramente ostacolano le missioni di soccorso. Se costringi le navi a restare ferme o ad andare molto lontano, inevitabilmente rendi più difficile salvare le persone. Per questo, secondo noi, sono misure inaccettabili. Il soccorso deve essere sempre favorito, promosso e aiutato, non ostacolato. Invece queste decisioni rendono più difficile l’attività di salvataggio e quindi mettono ancora più a rischio le persone che si trovano in mare».

L'arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia in visita alla Mare Jonio ancorata a Napoli. Con lui, da sinistra, don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea, comandante della Mare Jonio, Filippo Peralta e presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale.
L'arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia in visita alla Mare Jonio ancorata a Napoli. Con lui, da sinistra, don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea, comandante della Mare Jonio, Filippo Peralta e presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale.
L'arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia in visita alla Mare Jonio ancorata a Napoli. Con lui, da sinistra, don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea, comandante della Mare Jonio, Filippo Peralta e presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale. (ANSA)

C’è chi sostiene che la presenza delle Ong favorisca le partenze. Dalla sua esperienza diretta, cosa risponde a questa accusa?

«Questa è la cosiddetta teoria del pull factor, ma è stata smentita scientificamente. Sono stati condotti studi e ricerche ufficiali che hanno dimostrato che il pull factor non esiste. Quello che esiste è invece un push factor, cioè un fattore di spinta: le condizioni di ingiustizia in cui le persone vivono. E quando arrivano in Libia o in Tunisia questo fattore diventa ancora più forte, perché lì subiscono violenze indicibili. È questo che spinge le persone a partire. La presenza delle navi di soccorso non incide sulle partenze, mentre incide sui naufragi e sui respingimenti. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato chiaramente che il fattore determinante è la situazione tragica in cui le persone si trovano».

Accanto alle operazioni di salvataggio alcune realtà ecclesiali, come la Comunità di Sant’Egidio, hanno promosso i corridoi umanitari. Possono rappresentare una strada concreta per ridurre morti e traffici illegali?

«Assolutamente sì. I corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio e da altre realtà sono una risposta concreta perché permettono di creare canali legali di accesso. Noi facciamo soccorsi in mare perché le persone arrivano lì e chiunque si trovi in mare deve essere soccorso, migrante o non migrante che sia. Ma per affrontare davvero questa grande crisi migratoria bisogna fare due cose. La prima, più profonda e strutturale, è affrontare il tema della giustizia globale e del modello di sviluppo, perché sono questi fattori che in molti casi costringono le persone a migrare. Ma per affrontare subito il problema dei viaggi così pericolosi e anche quello dei trafficanti bisogna investire nei corridoi umanitari. Devono diventare la via più sicura e aprire la strada alla costruzione di canali legali e sicuri di accesso».

Di fronte a questi numeri e a queste tragedie, quale responsabilità morale e politica dovrebbe assumersi oggi l’Europa? E quale ruolo ha Chiesa nel tenere viva l’attenzione su questa realtà?

«L’Europa deve sentirsi responsabile, ma voglio dire tutta l’Europa, cioè tutta la cittadinanza. Le istituzioni hanno certamente le loro responsabilità, ma la responsabilità è anche dei cittadini. Una colpa enorme nel perpetuarsi di questa strage è l’indifferenza. Per quanto le istituzioni abbiano responsabilità, non possiamo scaricare tutto su di loro. Se i cittadini si facessero sentire, probabilmente le istituzioni europee ascolterebbero. La responsabilità è di tutti noi, perché non abbiamo ascoltato fino in fondo la domanda che papa Francesco fece a Lampedusa nel 2013: “Dov’è tuo fratello? Sono forse io il custode di mio fratello?”. Il problema è che non abbiamo ascoltato davvero questa domanda. Siamo tutti responsabili gli uni degli altri, sia per una questione di umanità (perché sono nostri fratelli e sorelle) sia per una questione di giustizia, perché non possiamo considerarci estranei alle cause che costringono queste persone a migrare. La Chiesa svolge la sua missione di sempre: annunciare con le parole e con le opere l’amore di Cristo. Questo avviene anche in mezzo al mare, come accade con Mediterranea Saving Humans, ma anche con Sant’Egidio attraverso i corridoi umanitari e con tante altre realtà. La Chiesa è presente in tutte le fasi della migrazione: nei Paesi di origine, accanto alle persone; in mare, accanto a chi soccorre e a chi viene soccorso; nei luoghi di accoglienza. Continua la missione che Gesù le ha affidato: essere madre e sorella dell’umanità. Per questo molte persone, anche non credenti, dicono che per fortuna in questi anni la Chiesa è rimasta un faro di fraternità universale, un presidio di amore vero in un mondo in cui invece crescono l’odio e l’indifferenza».