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Fondazione Progetto Arca, da oltre trent'anni, è impegnata nell'assistenza a persone con dipendenze e in condizioni di marginalità
Nel silenzio dei numeri, il Rapporto DCSA 2025 delinea uno scenario allarmante per la Lombardia: i sequestri di eroina sono aumentati del 178,2% e quelli di cocaina del 66,9%. Milano si conferma snodo centrale di una rete di spaccio capillare che attraversa ogni classe sociale, mimetizzandosi nel tessuto urbano. In questo contesto opera da oltre trent’anni Fondazione Progetto Arca, impegnata nell'assistenza a persone con dipendenze e in condizioni di marginalità. Questo scenario di "ritorno al passato" è stato recentemente al centro dello spettacolo Dal Buco – Pionieri dell’eroina di Masiar Pasquali, evoluzione teatrale del suo omonimo podcast. Attraverso video d'epoca e testimonianze dirette, Pasquali ripercorre l'avvento dell'eroina dai primi anni '70 per tracciare un filo rosso fino alle dipendenze di oggi: un lavoro di consapevolezza che sta interessando soprattutto i giovani ragazzi, necessario per comprendere l'eredità di quel fenomeno. Proprio a margine di questa riflessione, abbiamo incontrato Costantina Regazzo, Direttrice Relazioni Esterne di Fondazione Progetto Arca, per approfondire il modello operativo della Fondazione sul territorio e affrontare il dramma del consumo tra i giovanissimi, una piaga che oggi torna a distruggere non solo i singoli, ma interi nuclei familiari.
Qual è la vera urgenza che riscontrate oggi sul campo e come state orientando il vostro lavoro educativo?
«Tutto il lavoro educativo merita una nuova attenzione. Esistono programmi di educazione e di orientamento alla salute che si pongono come obiettivo di far sì che l'uso della sostanza venga in qualche modo ben compreso, affinché i giovani possano non cadere in questa che noi chiamiamo “una trappola della vita”. L'obiettivo è quello di educare i ragazzi nelle scuole, in strada, nei luoghi che i giovani frequentano naturalmente e dove incontrano per la prima volta la sostanza o l'alcol. Si tratta delle discoteche, dei luoghi di vita sociale che si trasformano in occasioni che, talvolta, trasformano anche drammaticamente chi fa uso di sostanza anche in chi fornisce la sostanza. Il problema è che non si parla più di questo tema perché lo si dà come governato da tutti i sistemi, anche di comunicazione e di informazione; invece, ci sono delle esperienze individuali o gruppali di uso della sostanza che ci stanno interessando tantissimo».
Quali sono, secondo la vostra esperienza, le cause profonde che spingono verso la dipendenza?
«L'esperienza ci dice che spesso, nei momenti di maggiore fragilità o di solitudine, la sostanza copre altre patologie come la depressione o l'incapacità di assumere un ruolo adulto rispetto alla propria evoluzione di personalità. Molti incontrano la sostanza nell'adolescenza: spesso si inizia con l'uso della cannabis e ci si può spingere oltre, anche se la cannabis non ha l'impatto devastante di altre sostanze. Nei racconti emerge sempre un momento di sofferenza, dove si pensa che la sostanza aiuti a uscire da un senso di inadeguatezza. Qualche ospite ci racconta l'idea che sia qualcosa di gestibile, ma la realtà drammatica è che il potere temporaneo di essere fuori dal sistema e dalle proprie responsabilità diventa l'elemento per cercare di ricreare quel benessere momentaneo, impattando poi con un bisogno fisico e psichico».


Com'è strutturata la vostra azione sul territorio milanese e quali servizi offrite?
«Da 30 anni lavoriamo su questo, anche attraverso il progetto IntegrAzione direttamente in strada. Abbiamo unità mobili che escono in rete con gli attori del terzo settore e col Comune di Milano. Attualmente siamo l'unica realtà milanese che ha un servizio notturno, accreditato ATS, in rete con i SERT e i CAD della città: per chi usa alcol o altre sostanze siamo un punto di riferimento. Abbiamo inoltre due centri di prima accoglienza, accreditati con ATS Milano, dove le persone possono permanere per 90 giorni per poi passare in comunità. Le persone che accogliamo arrivano attraverso il network regionale dei servizi per le tossicodipendenze con una certificazione clinica di stato di patologia».
Qual è il percorso che affrontano gli ospiti all'interno dei vostri centri di accoglienza?
«Offriamo due tipologie di presa in carico: il notturno è un’accoglienza residenziale che in quanto tale funziona dalle 19 alle 8; e la pronta accoglienza che funziona h24. Per quanto riguarda il notturno, quando entrano firmano un regolamento: non possono portare e consumare sostanze nel centro e devono sostenere dei colloqui "filtro". Possono cenare, fare la doccia, hanno un posto letto e sono seguiti da figure educative. Il nostro lavoro è prevalentemente educativo, ma anche di supporto psicologico o sanitario se necessario: ci facciamo carico della fatica di chi usa metadone o altri supporti farmacologici, perché nelle strutture la sostanza è abolita. Per quanto riguarda invece l’accoglienza residenziale degli altri centri: si firma un regolamento per entrare in rapporti con l’esterno e i familiari sono gestiti e valutati in collaborazione con l’equipe educativa nell’ambito di progetti personalizzati. L’obiettivo di questi 90 giorni è prepararsi all'ingresso in comunità. Non facciamo un trattamento disintossicante in termini di terapia medica, ma aiutiamo le persone a dare senso alla quotidianità: l'igiene, la cura del proprio spazio e la vita di comunità».
Qual è la fotografia della popolazione che accogliete? Si tratta solo di giovanissimi?
«La fascia d'età media va dai 35 ai 45 anni, ma ci sono sia persone molto giovani che persone di 50 o 60 anni. Nella cronicità è facile vedere persone adulte che sono passate da un servizio all'altro. Mi fa sorridere quando ci si appella esclusivamente ai ragazzi, perché nella realtà c'è anche chi ha superato i 60 anni. È importante ribadire che la sostanza non si muove per fascia di reddito o d’età: la cocaina, ad esempio, è usata sia in ambienti ricchi sia dove il disagio sociale è più avvertito».
In che modo sostenete le famiglie che si sgretolano sotto il peso della dipendenza?
«Il rapporto con la famiglia è fondamentale e non perdiamo mai di vista le figure di riferimento. Nonostante il contesto di parziale isolamento, prevediamo momenti concordati con l’ente inviante che la persona deve vivere con i propri figli, partner o genitori. Spingiamo molto su questo perché l'obiettivo è il reinserimento sociale. Spesso la famiglia non è in grado di mettere le regole indispensabili e si entra in una dimensione di supporto "malato" o di conflitto. Si creano dinamiche di manipolazione e ricatto: chi ha bisogno della sostanza le attiva verso i propri cari, che per sofferenza tentano di aiutare ma non sanno come farlo».
Qual è, in conclusione, la fotografia attuale del fenomeno rispetto al passato?
«Oggi forse non si muore di droga come un tempo, ma esistono altre forme di sostanza e altre modalità di cura. Il metadone e i farmaci sostitutivi sono in grado di compensare e dare più tempo alle persone per essere prese in carico attraverso progetti di comunità più strutturata. Tuttavia, il tema resta complesso e richiede ad esempio di avere il coraggio di uscire da contesti dove lo stare insieme passa necessariamente attraverso l'uso della sostanza».






