Un Paese che invecchia velocemente, dove la rete familiare si assottiglia e le disuguaglianze regionali pesano come macigni sulla salute dei più deboli. Per capire cosa sta succedendo e quali sono le soluzioni possibili, abbiamo incontrato Asya Bellia, la ricercatrice protagonista della nostra intervista odierna. Autrice di un'indagine che scatta un'istantanea cruda e necessaria della terza età in Italia, Bellia ci guida oltre i numeri, svelando le storie di fragilità e i limiti di un sistema che troppo spesso delega il peso dell'assistenza alle spalle dei singoli.

I dati della sua ricerca descrivono un’Italia che è il Paese più vecchio d’Europa. Dietro queste percentuali ci sono storie di vita. Perché oggi sembrerebbe che invecchiare faccia più paura rispetto al passato? È solo una questione di numeri o è venuta meno la rete che un tempo sosteneva gli anziani?

«Le persone che stanno invecchiando appartengono alla generazione dei baby boomers. In Italia abbiamo una piramide dell'età praticamente rovesciata: la rete di supporto manca perché mancano i giovani. La base è più ristretta rispetto all'apice occupato dagli anziani».

Dalla vostra indagine emerge un dato che interroga la coscienza nazionale: un italiano solo al Sud ha una probabilità tripla di essere fragile rispetto a chi vive con un partner al Nord. Quali sono le cause di questa sanità a due velocità che penalizza i più deboli?

«Le cause risiedono nel fatto che la sanità è un ambito di competenza regionale, quindi ogni Regione stabilisce i propri standard. Laddove le risorse mancano, come può accadere al Sud, le persone vengono lasciate indietro e rimangono in condizioni di fragilità. Certamente avere un partner o un coniuge fa sì che quel compagno — spesso anch'egli anziano e fragile — si prenda la responsabilità del caregiving. Questo però implica tutta una serie di difficoltà».

C’è anche una questione di limiti fisici per chi assiste, giusto?

«Sì. Le attività in cui c’è più richiesta di assistenza sono la cura della casa e il self-care (igiene personale, andare in bagno, alzarsi e andare a letto). Quando subentrano problemi di mobilità e bisogna sollevare o vestire la persona, serve una forza che un partner anziano potrebbe non avere più a un certo punto».

Oltre la metà degli over 70 fragili non riceve né assistenza né indennità di accompagnamento. Chi si prende cura di loro concretamente oggi? Stiamo delegando tutto alle famiglie o alle badanti?

«Nel concreto, la questione ricade sui familiari, come i figli, e su una serie di assistenti spesso migranti che svolgono questi lavori. Si tratta di un lavoro essenziale, ma pagato molto poco e quindi poco desiderabile da quel punto di vista».

Come possiamo sostenere le famiglie affinché l'assistenza non sia solo un sacrificio insostenibile per figli e mogli?

«In un'Italia che invecchia, dal mio punto di vista, dovrebbero esserci più fondi pubblici dedicati alla long-term care. Oggi l'assegno di disabilità è intorno ai 500 euro, una cifra insufficiente. Nella nostra ricerca classifichiamo come "fragile" una persona che ha difficoltà in quattro attività della vita quotidiana; è una soglia molto alta. In un mondo ideale, dovremmo iniziare con la cura già dai "pre-fragili", ovvero persone che hanno qualche difficoltà ma non sono ancora classificate come disabili e non hanno l’accompagnamento. Se il sostegno inizia prima, fa prevenzione: se una persona riceve aiuto in alcune attività, si evita, ad esempio, che cada rompendosi una gamba nel tentativo di farcela da sola».

Senior couple smiling while walking on path in park
Senior couple smiling while walking on path in park
Avere un partner è fondamentale quando si presentano problematiche legate all'anzianità (iStockphoto)

Lei parla di personalizzare le cure e potenziare la prevenzione in un'ottica di sussidiarietà. Come possono istituzioni, privato sociale e comunità collaborare per creare un modello che non sia solo erogazione di denaro, ma vicinanza umana?

«L'idea è quella del cosiddetto aging in place: le persone anziane vogliono vivere nella propria comunità, frequentando i luoghi di sempre come la parrocchia, i negozi, gli amici. La chiave per personalizzare l'intervento è far sì che chi assiste lo faccia nei tempi e nei modi che soddisfano le esigenze dell'anziano. In questo modo, pur nella fragilità, la persona può coltivare relazioni umane. Se chi assiste è aperto all'ascolto e al rispetto, si crea uno scambio che va oltre la semplice assistenza».

Se dovesse lanciare un appello alla politica e alle giovani generazioni — considerando che nel 2050 un italiano su cinque sarà over 75 — quale sarebbe la priorità assoluta per rendere l’Italia un Paese a misura di anziano?

«Pensando che i problemi di mobilità sono i più impattanti, metterei l’enfasi sull'accessibilità degli ambienti pubblici e privati, ma soprattutto delle case. Spesso si acquista un'abitazione senza pensare al futuro perché si sta bene, per poi ritrovarsi "bloccati" in una casa con due rampe di scale che non si possono più salire o scendere. Questa sarebbe una delle priorità fondamentali».