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Il conduttore Marco Mazzocchi posa in occasione della conferenza stampa per la presentazione del programma televisivo ''Novantesimo Minuto'', negli studi Rai di Saxa Rubra, Roma, 8 settembre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI


Volto storico di casa Rai, in questa stagione conduttore del Processo al 90° insieme a Paola Ferrari, Marco Mazzocchi è uno dei più apprezzati giornalisti sportivi per il suo modo sincero, ironico ed educato di approcciare. Le sue cronache non si accontentano di descrivere i fatti nudi e crudi: al contrario, sono sempre narrazioni che guardano all’umanità dei protagonisti e agli spettatori. Entra nel punto di vista altrui, lo osserva, si confronta e restituisce al pubblico un racconto esaustivo. «Rispetto, ascolto, attenzione all’ospite perché sia a proprio agio e solidarietà umana sono i principi cardine che mi accompagnano nella quotidianità e che provo ad applicare ogni volta anche sul lavoro», ammette. Ci riesce perfettamente, nonostante il compito sia tutt’altro che facile, interagendo con allenatori e giocatori nei momenti delicati subito dopo le partite. Mazzocchi, però, sa come farlo senza essere mai sgarbato e mostrando, anzi, una grande passione e sensibilità, le stesse di quando per un documentario seguì la scalata sul K2 di quattro alpinisti italiani, uno dei quali purtroppo mai più ritornato alla base.


Quei calci in oratorio
Sessant’anni compiuti lo scorso 13 aprile, figlio di Giacomo, anche lui famoso giornalista, Marco ha da sempre lo sport nel suo Dna. Il rugby lo ha frequentato anche a livello agonistico, prima di arrivare da cronista a Telemontecarlo e poi in Rai con numerose trasmissioni che ne hanno fatto uno dei più accreditati a parlare di quel mondo. «Lo sport per come lo intendo io da praticante e da giornalista è qualcosa che probabilmente non esiste nemmeno più: valori come onestà e solidarietà dovrebbero essere messi al centro, ma purtroppo oggi è tutto un grande mercato e si fatica a vederli persino a livello amatoriale. Il denaro, come al solito, sporca tutto», denuncia. Di quella passione pura, lontana dal business, lui ha un ricordo limpido: «Sono cresciuto a Roma in oratorio. Facevo il torneo di calcio a Santa Croce al Flaminio e al Cavalieri di Colombo di fronte allo Stadio Olimpico. Ogni domenica si andava a Messa alle 10 e, se non pioveva, si giocava a pallone. Il venerdì, invece, era la giornata di ping pong in parrocchia», ricorda con una certa nostalgia. «Furono anni di grandissimo valore e divertimento con il parroco, don Andrea».
«Sin da ragazzino», racconta, «ero molto attento alla morale, forse sentendomi un po’ troppo peccatore, anche quando non lo ero. Fu un’ottima base. Il cristianesimo, per essere compreso fino in fondo, richiede di essere strutturati e pronti per le sfide della vita». Oggi Marco dice di vedere tracce della morale cristiana negli atteggiamenti pratici di persone rette, capaci di andare controcorrente rispetto a ogni tentazione e imposizione sociale.
L’esempio di Kakà
Sfide diverse da quelle calcistiche, dove la Parola sembra trovare pochissimo spazio: «A volte, purtroppo, dal labiale, si vede che certi giocatori nominano il nome di Dio. E non certo per quello che pensiamo noi. Qualcuno quando entra in campo tocca l’erba e si fa il segno della croce, ma ormai anche quello è un gesto puramente scaramantico, in cui non vedo onestamente nulla di religioso. È rarissimo trovare nel calcio esempi di fede sincera». Pensandoci, però, gli viene in mente il nome di un ex milanista che dopo ogni gol esultava con le mani rivolte verso il cielo: Kakà. Secondo Mazzocchi, «quando lo incontravi potevi vedere in lui una luce diversa da quella dei suoi compagni. Anche la misura, l’educazione e la discrezione con cui si proponeva, sembrava stridere con il divertimento puro e spassionato di ogni altro giocatore. La fede dà una marcia in più a chi ci crede veramente».
Gesù, maestro di vita
«Sono un grande appassionato di filosofia e credo che Gesù Cristo sia anche un maestro di vita incommensurabile», afferma Mazzocchi. «È grazie a lui se religione e filosofia si toccano molto e possiamo parlare di Dio in un certo modo: è lui ad averlo spiegato. Devo ammettere che in particolare col Giubileo mi sono riavvicinato molto alla sua figura». A proposito dell’ultimo Anno Santo, il giornalista sportivo ricorda con una certa emozione l’addio a papa Francesco: «Lo avevo incontrato tempo prima per pochissimi secondi e mi rimane ancora oggi impressa nella mente la bontà del suo sguardo. Se osservo la foto di quel momento, vedo una scena di grandissima serenità. Quando morì, mi sembrava di aver perso una delle persone più care. Andai alle tre di notte a salutarlo, in una piazza San Pietro estremamente silenziosa e rispettosa: arrivati davanti alla sua salma, mia moglie scoppiò a piangere. Fu un momento molto intenso. La spiritualità che emanano certe persone è davvero potente: Francesco, e ancor più di lui Giovanni Paolo II, ci mostrò la sofferenza educandoci e dandoci un insegnamento di vita incredibile».
Credere oltre se stessi
Su cosa voglia dire credere, Mazzocchi ritiene che significhi «toglierci dal centro del mondo. Comprendere che siamo unici ma c’è qualcuno di più importante, grande ed eterno di noi. Lo comprendo bene nella natura e nei suoi quattro elementi. Non penso sia casuale se mi trovo al meglio delle mie facoltà quando sono nell’acqua, in mezzo a un bosco, vicino a un vulcano o pilotando un ultraleggero: il divino è là. Per me “credere” è comprendere la nostra piccolezza e abbracciare il bisogno di qualcosa di infinito che ci guidi».
Siccome nulla accade per caso, ora Marco sta anche frequentando un corso di recitazione che, in qualche modo, lo collega anche al divino: «Non ho ambizioni di diventare attore. Per me, però, è un arricchimento dell’anima: è un’introspezione dove devo seguire il mio respiro. Credo che anche qui ci sia un disegno».







