«La deterrenza porta alla guerra, ma un’alternativa alla violenza c’è sempre». Quando si parla di risoluzione dei conflitti Franco Vaccari, fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace, dove giovani di Paesi in conflitto trovano uno spazio e un tempo per incontrarsi, conoscersi e convivere, non fa tanti giri di parole. «È un delirio collettivo, mentre tutti potremmo costruire la pace»
Dall’Ucraina a Gaza all’Iran, la violenza dilaga. Come valuta questi giorni di escalation di attacchi in Medio Oriente?
«Stiamo vivendo un periodo delirante, e uso questa parola da psicologo, in maniera professionale. È un delirio collettivo, molto preoccupate».

Cosa la preoccupa maggiormente?
«In Toscana diciamo “cumbrugliume” per indicare la zona dove c’è luce e ombra, all’alba e al tramonto. Ecco, ora siamo in un periodo buio, al tramonto di un’epoca, di un’ordine mondiale e assistiamo a una violenza mal organizzata, mal giustificata: la conta dei morti è continua».
Sembra che non ci siano alternative alla sopraffazione…
«Ed è assolutamente falso. L’alternativa alla guerra c’è, c’è sempre stata e sempre ci sarà. Da noi a Rondine ci sono persone che nonostante le bombe e l’essere profughi, addirittura convivono con il nemico».
In Europa le voci contrarie alla guerra si contano sulla dita. Nei giorni scorsi il presidente francese Emanuel Macron ha detto che “per essere liberi bisogna essere temuti”. È così?
«No, per nulla. Per essere liberi bisogna sapersi difendere e difendere i deboli. Attenzione a non confondere i concetti di difesa e deterrenza: nessuno nega che ci si debba difendere e che si debba difendere il bene, custodire la vita. La deterrenza invece è l’escalation verso la guerra, quindi la negazione della pace. La forza non è quella che fa sopraffare l’altro, non è la violenza, ma è la forza della ragione, delle parole pensate, delle istituzioni, della cultura umana».

Franco Vaccari insieme ai ragazzi di Rondine

Anche il Papa, si è espresso per “cercare soluzioni senza armi”…
«Noi buoni cristiani, o che perlomeno ci definiamo così, dovremmo prendere sul serio le parole del Papa: i principi che enuncia valgono per la vita pubblica. È necessaria una nuova cultura politica della pace, una nuova visione di pace. Tutti noi dobbiamo scegliere di essere costruttori di pace, costruendo relazioni e non connessioni digitali. I costruttori di pace sono coloro che si prendono cura delle relazioni: amici, maestri, professori, catechisti. La pace si costruisce guardandosi negli occhi, elaborando un pensiero pulito e forte».
Dove si custodisce il seme della speranza?
«Le veglie di preghiera e le marce vanno bene ma dobbiamo dire a tutti che le relazioni vanno abitate senza fuggire dalle difficoltà. Si può stare dentro ai conflitti in maniera sana, generativa. Sono sicuro che la coscienza si risveglierà. La pace vive sempre nelle coscienze delle persone, mentre la guerra è una patologia».

Cosa insegna l’esperienza di Rondine?
«A Rondine ogni giorno ci arriva tanto dolore da tutto il mondo. Ma ogni giorno la meraviglia è non arrendersi al dolore e alla sua deriva, che è l’odio. Rimaniamo ostinatamente nelle relazioni, trasformiamo l’odio. Le relazioni si costruiscono non perché si è amici ma perché si decide di restare umani. Poi si può divergere su orientamenti, cultura, scelte religiose, ma la relazione è l’unità minima della vita sociale».
La pace, quindi, è possibile?
«La pace, dicevo, inizia quando le persone si guardano negli occhi. Servono indignazione e azione, ma non dobbiamo fare chissà che cosa. Al bar, in ufficio, cominciamo a dire parole di pace, a evitare chiacchiericcio stupido, parole avvelenate. La guerra non è ineluttabile, come dice anche il presidente Mattarella la deriva non è inevitabile. Il mondo è nostro, è di chi vuole la pace, non di chi soffia sui venti di guerra».