“La Repubblica degli ayatollah è ‘sotto attacco’ fin dal momento della sua fondazione, e proprio la retorica della difesa della nazione dai tentativi stranieri di dominarla è uno dei collanti della società iraniana, che ancor oggi riesce a unire seguaci del regime e suoi ferrei oppositori”. Così scrive Pier Luigi Petrillo, nel suo recente saggio “L’Iran degli ayatollah” (il Mulino).

Petrillo insegna Diritto pubblico comparato e Antropologia della globalizzazione presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, dove dirige la Cattedra UNESCO su “Patrimonio culturale e diritto comparato” e la Scuola di Alta Formazione in Culture, Politiche e Democrazia. Da diversi anni è professore a contratto di Teoria e tecniche del lobbying presso la Luiss Guido Carli.

Professor Petrillo, secondo lei gli Stati Uniti e Israele sono consci della complessità della società iraniana e della capacità di resistenza di un regime che governa un paese di 90 milioni di persone?

“No. Secondo me gli Stati Uniti e Israele hanno sottovalutato la situazione, non rendendosi conto che l’assassinio di Khamenei ha prodotto due effetti nell’immediato. Per prima cosa ha trasformato Khamenei in un martire e nella retorica sciita è molto avvertita la tematica del martire. Ricordiamoci che l'Iran per 10 anni dal 1979 al 1989 ha combattuto una guerra con l'Iraq, dove sono morti milioni di iraniani che il regime ha celebrato come simboli della rivoluzione islamica. Quindi la modalità con cui Khamenei è stato ucciso lo ha trasformato da sanguinario dittatore in un martire che la popolazione adesso osanna e venera come se fosse una fonte di emulazione. La seconda conseguenza immediata è quella di aver eliminato l'interlocutore col quale gli Stati Uniti e Israele, tramite l’Oman, stavano negoziando sul nucleare. Avendo eliminato il negoziatore ora non hanno più un soggetto con il quale col quale sedersi al tavolo, almeno nel breve periodo”.

Nonostante lo shock dell’uccisone della Guida Suprema, il regime ha subito avviato le procedure per la nomina di una nuova guida. La possibile eliminazione di Khamenei era stata preventivata?

“Sì, il sistema iraniano ha dimostrato immediatamente di reggere a questo colpo. Non è stato minimamente destabilizzato da questo assassinio, anzi si era preparato, perché la morte di Khamenei era nell'ordine delle cose. Per cui è stato subito attivato il meccanismo previsto dall'articolo 111 della Costituzione, è stato creato il comitato temporaneo di gestione ed è stata convocata l'assemblea degli esperti. Il regime ha dimostrato di essere perfettamente preparato a quanto è avvenuto”.

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Forse il figlio di Khamenei, Mojtaba, diventerà la nuova Guida Suprema dell’Iran, ma lei vede spazio per l’ala riformista del regime? Potrebbe giocare un ruolo l’ex presidente della Repubblica Mohammad Khatami, ora agli arresti domiciliari?

“Lo spazio potrebbe esserci, non solo per Kathami, ma anche per altri riformisti. L’attuale Presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, appartiene all’ala riformista, è un bravo mediatore perché è in grado di contemperare con efficacia interessi diversi. Ma è chiaro che più si bombarda e si inasprisce la guerra, più si dà spazio all’ala estremista del regime”.

L’Iran, nonostante le pesanti perdite che sta subendo e la distruzione di molte infrastrutture militari (compreso l’affondamento di una nave), è pronto anche a combattere una guerra lunga?

epa12786205 Mourners react following the death of Iranian Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei; at Enqelab Square in Tehran, Iran, 01 March 2026. According to a statement from Iranian state media issued on 01 March 2026, Khamenei was killed in an airstrike during a joint United States (US) and Israeli military campaign that began on 28 February 2026. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH (EPA)

“Mentre gli Stati Uniti, forse più di Israele, vogliono finire presto la guerra, l'Iran non ha alcun interesse a finire in tempi brevi. L'Iran ha accumulato in questi anni una grande quantità di missili e di droni, grazie anche al supporto della Cina, che intende utilizzare. E ha una quantità di uomini che è pronta a sacrificarsi e a perdere la vita proprio per questa retorica dei martiri. Nessun paese occidentale ha questa stessa dinamica, quindi noi ci troviamo adesso in una guerra in cui il principale artefice, cioè gli Stati Uniti, speravano che si concludesse in tempi rapidissimi. Invece il conflitto va per le lunghe e gli iraniani sentono di non avere niente da perdere”.

Trump continua a invitare la popolazione iraniana alla ribellione contro il regime, ma in queste condizioni, sotto le bombe e con il regime ancora in sella, la sensazione è che voglia mandare gli iraniani allo sbaraglio, che ne pensa?

“Questo è un aspetto ancora più drammatico emerso dalla campagna militare in corso: si invita la popolazione a scendere in piazza e a protestare mentre si fanno dei bombardamenti indiscriminati. I bombardamenti sulla scuola della città di Minab, con 165 studentesse morte, ha avuto un impatto psicologico fortissimo sulla società civile iraniana. A questo punto gli iraniani non si possono fidare degli americani per almeno due motivi. Primo: i bombardamenti sull’Iran non risparmiano i civili. Secondo: gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare l’Iran mentre erano ancora seduti al tavolo di un negoziato. Anche coloro che in Iran vedevano il regime come il nemico assoluto ora non possono considerare gli Stati Uniti il loro salvatore”.

epa12783589 An Iranian woman holds a picture of Iranian supreme leader Ayatollah Ali Khamenei during anti-US and Israeli protests in Tehran, Iran, 28 February 2026. A joint Israeli and US military operation targeted multiple locations across Iran in the early hours of 28 February 2026. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH (EPA)

Ora quali scenari possiamo immaginare?

“Gli scenari possono essere molteplici. Forse i paesi arabi prendono in mano la situazione e rendendosi conto che hanno tutto da perdere da questa partita, costringono gli Stati Uniti a fermarsi e danno il tempo all'Iran di individuare il nuovo negoziatore. A questo punto non solo l'Oman, ma la Lega Araba si fa garante del negoziato. Questo è uno scenario ottimistico. Poi c'è invece un secondo scenario. Trump per salvare la faccia e per non dare la sensazione di aver fallito, decide di mandare le truppe sul campo. Ma i rischi sono enormi e abbiamo visto come è finita in Iraq e in Afghanistan. Ci sarebbe una instabilità in tutta la regione con effetti a cascata molto negativi e i primi a subirne le conseguenze sarebbero i paesi arabi del Golfo, che non possono accettare di avere guerre e guerriglie ai loro confini”.