Lino Stoppani, presidente di FIPE-Confcommercio, oltre mille comuni sono senza negozi alimentari. Che impatto ha questo vuoto sulla sicurezza e sulla tenuta sociale dei piccoli centri?
«La scomparsa del negozio alimentare specializzato nei piccoli comuni non è solo un dato economico: è un indicatore di fragilità sociale. In oltre 1.100 comuni italiani l’assenza di un presidio commerciale significa meno relazioni quotidiane, meno controllo sociale informale e maggiore isolamento, soprattutto per anziani e persone con mobilità ridotta.
Il negozio di prossimità è spesso un luogo di incontro, un punto di riferimento, talvolta l’unico spazio di socialità non istituzionale. Quando chiude, il paese perde vivibilità e attrattività, aumenta la dipendenza dall’auto e si riduce la capacità del territorio di “tenere insieme” la propria comunità. Anche sul piano della sicurezza, la presenza di attività aperte e illuminate contribuisce a contrastare il degrado e l’abbandono: la desertificazione commerciale, quindi, accelera dinamiche di spopolamento e marginalizzazione».

Abbiamo perso 72.000 botteghe in quindici anni. È un’evoluzione inevitabile o stiamo sacrificando un modello di servizio insostituibile?
«La perdita di oltre 72.000 micro-negozi sotto i 50 metri quadrati in quindici anni non può essere letta solo come un inevitabile processo di efficientamento. È vero che sono cambiati stili di vita e abitudini di acquisto e che la grande distribuzione ha introdotto economie di scala difficilmente replicabili, ma in questo processo stiamo sacrificando un modello di servizio che non ha equivalenti. I micro-negozi specializzati garantiscono competenza, personalizzazione, presidio urbano e valorizzazione del territorio: elementi che la grande distribuzione, per sua natura, fatica a offrire in modo strutturale. Non si tratta quindi di nostalgia, ma di una scelta di modello sociale. Se perdiamo queste attività, perdiamo anche diversità commerciale, qualità del servizio e capacità dei centri urbani e dei borghi di rimanere vivi. La vera sfida non è opporre piccolo a grande, ma riconoscere che senza politiche attive di tutela e innovazione della prossimità commerciale stiamo rinunciando a un asset strategico per la coesione sociale e territoriale, che rappresenta uno dei caratteri principali del modello italiano del pluralismo distributivo».

Perché la fascia tra i 150 e i 1.500 mq sta vincendo sulla bottega tradizionale? Cosa offre in più al consumatore moderno?
«Il formato medio, tra i 150 e i 1.500 metri quadrati, sta emergendo in questa fase storica come uno tra i più efficaci perché intercetta bene le esigenze del consumatore contemporaneo: assortimento sufficiente, prezzi competitivi, rapidità di acquisto e accessibilità. Rispetto alla piccola bottega tradizionale, offre una maggiore capacità di rotazione dei prodotti, integrazione con servizi digitali e orari più estesi. Tuttavia, questa diffusione non deriva solo da una presunta superiorità del modello, ma anche da un contesto normativo e urbano che ne ha favorito l’espansione. Il rischio è che questa evoluzione dell’offerta avvenga a scapito della prossimità, della specializzazione e della relazione personale, che restano bisogni reali, soprattutto nei contesti meno densi e più fragili».

Il presidente di Fipe Lino Enrico Stoppani in occasione del Forum Internazionale del Turismo in corso di svolgimento a Baveno sul Lago Maggiore, 24 Novembre 2023 ANSA / MATTEO BAZZI
Il presidente di Fipe Lino Enrico Stoppani in occasione del Forum Internazionale del Turismo in corso di svolgimento a Baveno sul Lago Maggiore, 24 Novembre 2023 ANSA / MATTEO BAZZI
Il presidente Lino Enrico Stoppani (ANSA)

In Sardegna e Basilicata calano sia i negozi che le superfici. Come si evita che intere aree restino prive di servizi minimi?
«In territori come Sardegna e Basilicata, dove diminuiscono sia il numero degli esercizi sia la superficie complessiva, siamo di fronte a un doppio arretramento: economico e territoriale. Per evitare che queste aree diventino deserti commerciali irreversibili è necessario trattare il commercio di prossimità come un servizio essenziale, al pari dei trasporti o della sanità territoriale.
Servono politiche mirate destinate prioritariamente alle aree periferiche del nostro Paese: incentivi selettivi per l’apertura e il mantenimento di attività nei comuni marginali, sostegno agli affitti commerciali, fiscalità di vantaggio locale, ma anche integrazione tra commercio, servizi pubblici e welfare. Parimenti, occorrono infatti anche politiche di ripopolamento dei territori poiché la presenza di una comunità stanziale costituisce il presupposto economico imprescindibile per qualsiasi iniziativa imprenditoriale. Senza un intervento strutturale, il mercato da solo non è in grado di garantire un presidio minimo».

La liberalizzazione del 2012 ha favorito GDO e online. A distanza di anni, abbiamo sottovalutato l’impatto sul volto delle nostre città?

«Misure di progressiva deregulation hanno certamente ampliato la concorrenza e favorito l’efficienza del sistema distributivo, ma a distanza di anni è legittimo affermare che si siano sottovalutati gli effetti sulla morfologia urbana e sulla tenuta dei centri storici. L’apertura indiscriminata di grandi superfici e le liberalizzazione senza strumenti compensativi hanno accelerato la polarizzazione dei consumi verso la GDO e online, indebolendo il commercio di prossimità. Oggi emerge con chiarezza che la libertà di mercato, se non accompagnata da una visione territoriale, produce squilibri che poi ricadono sulle comunità e sugli enti locali».

Con l’esplosione dell’e-commerce, su quale terreno il negozio fisico può ancora essere competitivo e attrattivo?
«Il negozio fisico può competere con l’e-commerce solo se smette di inseguirlo sul terreno del prezzo e della quantità e valorizza ciò che l’online non può offrire: relazione, fiducia, competenza, immediatezza e radicamento nel territorio. Inoltre, il punto vendita può diventare un nodo ibrido: luogo di servizio, ritiro, consulenza, esperienza. La competizione non è più tra fisico e digitale, ma tra modelli capaci o meno di ibridarsi in un ecosistema omnicanale che metta al centro tutti i bisogni del cittadino-consumatore».

Molte chiusure dipendono dalla mancanza di successori. Come si rende di nuovo stimolante per un giovane investire in una bottega di quartiere?

«La mancanza di ricambio generazionale è uno dei nodi più critici per i nostri settori. Per rendere attrattivo questo investimento per un giovane servono tre condizioni: redditività sostenibile, riduzione del rischio e riconoscimento sociale del ruolo. Ciò significa non solo credito generico, ma strumenti finanziari cuciti su misura per il passaggio generazionale, capaci di superare le attuali rigidità bancarie. Significa accompagnamento manageriale, semplificazione burocratica e politiche che favoriscano il subentro. Ma c’è anche una battaglia culturale da vincere. Dobbiamo smettere di raccontare la bottega come un’attività residuale. Oggi il negozio di quartiere è, e deve essere, un’impresa moderna e innovativa: un hub di servizi, un luogo di relazione insostituibile. Se restituiamo a questo mestiere il riconoscimento sociale ed economico che merita, i giovani torneranno a vederlo per quello che è: una straordinaria opportunità imprenditoriale».

Senza un’inversione di rotta, come immagina le città italiane tra dieci anni? Diventeranno solo dormitori e hub logistici?
«Se la tendenza non verrà corretta, tra dieci anni rischiamo città più anonime, meno vive e meno sicure: centri storici svuotati, quartieri dormitorio senza servizi e strutture commerciali ai margini dell’abitato che concentrano le funzioni di consumo e svago e che poco hanno da offrire in termini di cultura, bellezza e qualità architettonica. Questo impoverimento avrebbe un costo altissimo anche in termini di attrattività turistica ed economica. Il mondo cerca l'unicità dello stile di vita italiano, non l'omologazione: se spegniamo le luci delle nostre attività, perdiamo un asset competitivo formidabile, svalutando l'intero sistema-Paese. Non è uno scenario inevitabile, ma potrebbe essere lo sbocco naturale di una traiettoria lasciata senza governo. La qualità urbana non dipende certo esclusivamente dalla piacevolezza dello spazio pubblico, quanto piuttosto dalla presenza di attività che tengono quotidianamente accesi i territori e li rendono attrattivi. Senza imprese di prossimità, le città perdono identità, senso e valore».

In che modo questa iniziativa può trasformare i negozi in "infrastrutture sociali" per salvare i comuni dall'isolamento?
«Il progetto Cities di Confcommercio nasce proprio da questa consapevolezza: le imprese di prossimità non sono solo attività economiche, ma sono una vera e propria infrastruttura sociale urbana, in particolare nei piccoli comuni e nelle aree interne. Quando in un comune chiude l’ultimo negozio, non si perde solo un servizio, si spegne la luce su quella comunità. Per questo Cities – consapevole della complessità delle cause che hanno portato a questa situazione di crisi – lavora in tutti i territori, dal piccolo comune alla città metropolitana, su una serie di strategie di intervento: dall’uso dei big data per il monitoraggio dei flussi pedonali e per la programmazione strategica all’attivazione di politiche e alleanze per la gestione e il riuso degli spazi sfitti; dalla riqualificazione e cura dello spazio pubblico alla tutela e rigenerazione dei centri storici e delle botteghe storiche insediate; dalla rivitalizzazione delle aree residenziali, incentivando nuovi servizi di prossimità e formati temporanei all’innovazione della logistica urbana, in ottica sostenibile. Nei piccoli comuni questo approccio è particolarmente strategico: il negozio può tornare a essere un luogo di relazione, orientamento e supporto, contribuendo a ridurre l’isolamento sociale e a garantire una presenza quotidiana che rafforza le comunità. In questo senso, Cities propone un cambio di paradigma: non misure emergenziali per “salvare” le botteghe, ma un modello strutturale in cui l’economia di vicinato viene riconosciuta parte integrante delle politiche di coesione, rigenerazione urbana e contrasto allo spopolamento. Perché salvare un negozio significa, letteralmente, salvare la comunità e quel paese dal declino».