È possibile insegnare la Resistenza? Ed è giusto farlo? Parte da questi due interrogativi brucianti, a poca distanza dall’anniversario della Liberazione, Sentieri partigiani (Einaudi), l’ultimo libro di Paolo Malaguti, classe 1978, insegnante di Lettere a Bassano del Grappa e scrittore. Un saggio tanto breve quanto ficcante, in cui l’autore – che non fa mistero della sua fede cattolica, senza per questo sbandierarla – afferma, fra l’altro: «In Italia è mancata un’elaborazione profonda del fascismo: non abbiamo mai superato il lutto del regime».

Parole forti: qualcuno forse le troverà esagerate.

«Speriamo! Alcuni problemi di gestione della memoria collettiva, che continuiamo ad avere, derivano dall’assenza di un momento formale e simbolico che facesse da “punto zero”. Credo che la costruzione della memoria della Resistenza abbia le sue responsabilità: è partita precocemente una narrazione escludente. Quel “noi abbiamo vinto” si è spesso identificato con una sola delle anime partigiane, impedendo ad altre parti della società di sentirsi incluse. In queste zone d’ombra, la nostalgia per il regime ha trovato terreno fertile».

Nel libro ringrazi i nonni Rino e Antenore – uno partigiano, l’altro repubblichino – perché con le loro parole e le loro scelte «mi hanno per primi insegnato l’estrema complessità della memoria». Come mai?

«La presa di coscienza familiare si è rivelata utile, specie se confrontata con la memoria ufficiale che, come spesso accade, pecca di monocromia e retorica. Quando cali certi messaggi nella dimensione privata, la narrazione rigida salta. Da un lato ci si chiede se solo chi stava “dalla parte giusta” abbia il diritto di raccontare; dall’altro, anche chi aveva ragione, messo a confronto con l’eroismo dei monumenti, ne esce in modo più dimesso: mio nonno, ad esempio, è stato partigiano, ma non ha fatto nulla di epico. Credo sia sano non bypassare la ricerca di verità comuni, ma altrettanto necessario è calarle nella dimensione umana. L’ideologia è sterile perché assolutizza; la natura umana è, invece, complessa e contraddittoria. Accettare la sfida della pietà e dell’amore per le persone (volevo bene a entrambi i miei nonni) è un buon viatico. Difendo i miei valori, ma questo non significa che oggi userei violenza contro mio nonno repubblichino».

Riese (Treviso), 4 aprile 2026. Paolo Malaguti con alle spalle il Monte Grappa. Riese (Treviso), April 4, 2026. Paolo Malaguti.
Riese (Treviso), 4 aprile 2026. Paolo Malaguti con alle spalle il Monte Grappa. Riese (Treviso), April 4, 2026. Paolo Malaguti.
Riese (Treviso), 4 aprile 2026.Paolo Malaguti con alle spalle il Monte Grappa.Riese (Treviso), April 4, 2026.Paolo Malaguti. (Stefano Dal Pozzolo/contrasto)

È giusto chiamare “martiri” i partigiani?

«In termini assoluti no; è un termine troppo stretto per includere l’intera Resistenza. Si rischierebbe di escludere quanti hanno compiuto azioni non coerenti con l’idea cristiana di martirio. Si può dire che i partigiani abbiano testimoniato (il martire è, appunto, un “testimone”) le proprie idee combattendo; tuttavia, l’esagerazione semantica del martirio rischia di consegnare una memoria parziale. La Resistenza fu anche lotta armata. Negli anni Cinquanta c’era bisogno di un’elaborazione veloce del lutto, ma oggi, se vogliamo stimolare la riflessione di un adolescente, presentare il partigiano esclusivamente come martire risulta storicamente incoerente e inefficace».

«Entrare nella storia», scrivi, «significa entrare nel labirinto del Minotauro, dove ogni risposta che raggiungi genera altre domande». Lo studio della Storia, quindi, è molto altro rispetto alla sterile conoscenza di date, luoghi, personaggi.

«Assolutamente. Resto convinto che la Storia sia più stimolante del presente, per sua natura confuso. È una lente utile per leggere l’attualità. La sfida, nel lavoro in aula, è non assumere un atteggiamento fideistico, ma accettare la complessità. Bisognerebbe riservare spazi annuali in cui far incontrare agli studenti i problemi irrisolti, mostrando che il manuale è solo la punta di un iceberg che nasconde grandi difficoltà storiografiche. È una grande occasione per i ragazzi per affrontare poi la realtà – compreso l’esercizio del voto – in maniera più consapevole».

Per quanto sembri strano, ci sono partigiani uccisi dopo la Liberazione, come il cattolico Aldo Gastaldi (“Bisagno”), eliminato il 21 maggio. Nel tuo libro ricordi il comandante “Masaccio” (ovvero Primo Visentin): chi era?

«Una figura di riferimento della Brigata “Martiri del Grappa”, un docente di liceo totalmente dimenticato. Si distinse per una Resistenza fatta più di sabotaggi che di uccisioni, fu attento a evitare ripercussioni sulla popolazione civile. Era, sulla carta, una figura “pulita”; eppure fu colpito a morte da una sventagliata di mitra nella schiena da ignoti. Nonostante le inchieste, non si è mai fatta piena luce, ma è certo che ad ammazzarlo, il 29 aprile 1945, non furono i nazifascisti: si trattò di un incidente o, più probabilmente, di un regolamento di conti interno al movimento partigiano (come nel caso di Gastaldi, ndr). Trovo interessante confrontare questo evento con la successiva costruzione della memoria di Masaccio come eroe “monocromatico”. Resta una pietra d’inciampo storica necessaria, così come lo sono gli esempi di eccessi, epurazioni o violenze contro le donne: fatti che spesso teniamo chiusi nel cassetto ma che andrebbero affrontati».

«Fare memoria» per un cristiano è ancora più pregnante: non il conservare un mero ricordo, ma…

«Credo ci sia la possibilità di uno “scandalo sano” in senso cristiano. Se anteponi l’idea all’uomo, questi diventa sacrificabile; se tieni al centro la dignità della persona, allora un sacerdote può arrivare a difendere persino chi è accusato di collaborazionismo, perché vede la persona, prima che un colpevole. Fare memoria significa considerare che la fede è carne e sangue, fatta di relazioni e di un Dio che si fa uomo entrando nella storia. Ricordare a me stesso, di fronte agli studenti o ai politici che non mi piacciono, che sono comunque persone che meritano rispetto e pietà, è una bussola difficile, ma fondamentale, per non cadere negli estremismi violenti».

La tua famiglia annovera due sacerdoti e due suore. Cosa ti hanno trasmesso?

«Le due zie suore, la dimensione domestica e umile della fede (“Quando ti svegli, fatti il segno della croce”). Dello zio don Giusto, missionario in Brasile e poi nelle Filippine, mi sono rimasti impressi gesti e aneddoti, nei suoi confronti provavo un’ammirazione sconfinata per quello che a me all’epoca sembrava un misto tra Jack London e Salgari. Un mondo per me lontanissimo: un po’ esotico, tuttavia affascinante».

In SicutErat racconti che da ragazzo, un Venerdì santo, ti è venuto in mente di provare a riscrivere il Vangelo, con un altro finale per Gesù…

«Durante la lettura del lungo racconto della Passione, al momento della morte di Gesù bisogna in inginocchiarsi e fare un momento di silenzio. In quella circostanza sentivo molto il senso di colpa di un’umanità tornata ad uccidere Gesù… a un anno di distanza. Così, mi sono detto: l’anno prossimo immaginiamo che arrivi una soffiata a Gesù (“Guarda che Giuda ti ha tradito, scappa!”) oppure che i discepoli riescano a respingere le guardie… Sognavo, insomma, che la storia finisse in maniera diversa e mi piaceva perdermi dentro a queste narrazioni parallele. Anni dopo, all’università avrei scoperto lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, soprattutto il suo Lettere di Nicodemo, un racconto del Vangelo fatto da un’altra prospettiva. Una narrazione capace di scrostare quell’effetto anestetico dato dall’aver sentito per una vita la stessa Parola, che quindi non graffia più come dovrebbe graffiare».

Come si concluse quel Venerdì santo?

«In barba al digiuno, con una bella cioccolata con la panna al bar, che mi offrì la mamma. Una piccola anticipazione della gioia pasquale, che ancora mi accompagna».