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Una bimba riceve l'ostia
Anche quest’anno, con la primavera, arriva il momento di celebrare le prime Comunioni e le Cresime. Un passo importante per i più piccoli e le loro famiglie; queste ultime però sono attanagliate da un grande dubbio: che cosa regaliamo a nostro figlio/a?
Troppo spesso la risposta a questa domanda è rappresentata dallo smartphone. Uno strumento che i bambini di dieci o undici anni già bramano: che sia perché ce l’ha il compagno di banco, o perché vede che i suoi genitori lo hanno sempre a portata di mano. Di motivazioni per cui bisognerebbe optare per un altro regalo ce ne sarebbero tante, noi abbiamo cercato di individuare le più importanti con l’aiuto di Stefania Garassini, scrittrice e giornalista, che si è occupata a fondo del tema nel suo libro Smartphone. 12 ragioni per non regalarlo alla prima Comunione e neanche alla Cresima.


Molti genitori giustificano la scelta dello smartphone come regalo per la Comunione o la Cresima dicendo che è un bene che i figli imparino subito a muoversi nel mondo digitale. Perché, in realtà, regalare uno smartphone a 9 o 11 anni non è una mossa educativa, ma piuttosto una delega che può rivelarsi pericolosa?
«È senz'altro giusto cominciare a muoversi nel mondo digitale, ma è ancora più importante imparare a muoversi bene nel mondo fisico. Tutto ciò che favorisce l'autonomia reale – le piccole commissioni o i primi spostamenti da soli – è molto più importante del possedere uno smartphone.
Nel mio libro paragono lo smartphone a una Ferrari: non la daremmo mai in mano a un neopatentato. Non è solo uno strumento, è la porta d’accesso a un mondo fatto da adulti e per adulti, che non contempla la presenza dei bambini e non è pensato per loro. Internet è un luogo dove vigono logiche di sovraconsumo e dipendenza, con algoritmi studiati per tenerti agganciato attraverso notifiche e dinamiche di gratificazione basate sui "like" e sui numeri.
Spesso i genitori obiettano: “Sì, ma io gli lascio usare solo WhatsApp”. In realtà, WhatsApp sta diventando un social media a tutti gli effetti, con canali e aggiornamenti che richiedono una maturità che i bambini non hanno. Se noi adulti facciamo spesso "pasticci" su questa app, figuriamoci un ragazzino. Per legge, in Italia, bisognerebbe avere 14 anni per usare pienamente i social e WhatsApp; regalare lo smartphone quattro anni prima significa esporsi a richieste continue di accesso ai social che saranno poi difficilissime da gestire.
Se la necessità è la sicurezza, esistono i cosiddetti «dumb phone» (chiamano e mandano messaggi) o gli smartwatch per bambini. Sono strumenti adeguati all'età. Dobbiamo anche sfatare un mito: i figli non diventano più intelligenti con lo smartphone. Ricerche come quella della Bicocca (iZAP), citata nel libro, dimostrano che l'uso precoce dello smartphone e dei social è correlato a risultati inferiori nelle prove Invalsi di italiano e matematica. Le vere competenze digitali non sono lo scrolling su TikTok, ma il pensiero critico e la capacità di distinguere il vero dal falso».
Una delle giustificazioni più comuni è il classico «ce l’hanno tutti». Il genitore teme che il figlio venga escluso dal gruppo. Come si risponde strategicamente a questo tormentone senza cedere al senso di colpa?
«Rispondo in due modi. Il primo riguarda un progetto a cui lavoro dal 2022, ora diventato una fondazione: i Patti Digitali. L’obiettivo è favorire alleanze tra genitori della stessa classe o scuola per stabilire regole comuni, a partire dall'età in cui consegnare lo smartphone. Se un gruppo di genitori si accorda per non regalarlo alla Comunione, l'argomentazione "ce l'hanno tutti” perde forza. In Italia ci sono già oltre 200 patti che coinvolgono 20.000 famiglie.
Il genitore che dice “no” allo smartphone non deve però limitarsi a un divieto; deve dire molti altri “sì”, impegnandosi a formarsi e ad accompagnare i figli verso il digitale usando strumenti condivisi, come il PC, il tablet o le console in luoghi comuni della casa. Bisogna prendere sul serio la sofferenza per l'esclusione, ma la soluzione è cercare alleati.
Una ricerca del Comune di Milano con la Bicocca ha rivelato un paradosso: la maggior parte dei genitori ritiene che l'età giusta per lo smartphone sia dopo i 13 o 14 anni, ma poi lo consegna a 11. Questo accade per la fortissima pressione dei pari e del mercato.
Infine, l'esclusione è un tema che riguarda anche la scuola. In un ambiente che promuove l'inclusione, non dovremmo accettare che un ragazzino venga emarginato solo perché non ha WhatsApp (e magari è l'unico che sta rispettando la legge). Questo "no" allo smartphone è solo uno dei tanti che dovremo dire come genitori; è una grande occasione per riscoprire l’importanza di essere una comunità educante, uscendo dall'isolamento in cui le piattaforme vorrebbero rinchiuderci».
Abbiamo detto che il "no" allo smartphone per Comunione e Cresima deve essere deciso. Quali sono allora le alternative per trasformare queste tappe in una vera occasione di crescita?
«Se vogliamo restare nell'ambito digitale, un'ottima alternativa è un PC condiviso da tenere in soggiorno, non in cameretta. Si può dire al ragazzo: “Adesso usiamo questo, aiutami a sistemare le foto delle vacanze”. Questo lo mette alla prova e lo spinge a un uso attivo della tecnologia, non allo scrolling passivo. È una vera crescita: il ragazzo si sente coinvolto e magari spiega a noi come funziona una certa app.
Anche i videogiochi possono essere positivi, se scelti in base all'età e usati insieme. Stimolano l'intelligenza e la creatività, ma serve sempre la presenza del genitore. Altre opzioni sono lo smartwatch che telefona, che può essere percepito come più “cool” rispetto al vecchio orologio tradizionale, pur mantenendo i limiti di sicurezza necessari.
Il segreto è allargare il campo. Non dobbiamo focalizzarci solo sullo smartphone, altrimenti diventa un terreno di scontro permanente. Esploriamo insieme altri prodotti digitali e non, inserendoli in un percorso di crescita graduale. È questo il modo migliore per accompagnarli nel mondo di oggi».








