Erano in prima fila a combattere per la libertà. E poi a lavorare per la ricostruzione dell’Italia e la nascita della Repubblica. I cattolici e le cattoliche, nel nostro Paese, hanno dato un contributo non secondario alla lotta contro il nazi-fascismo e per lo sviluppo della vita democratica.

«Anche se nell’opinione pubblica la Resistenza è più legata all’immagine del partigiano comunista», spiega il professore Mario Taccolini, già direttore del Dipartimento di Scienze storiche e filologiche dell’Università cattolica del Sacro cuore e dell’Archivio storico della resistenza bresciana e dell’età contemporanea, «in realtà la componente cattolica non fu affatto minoritaria. Anzi, le diverse anime della resistenza sono state complementari, si sono compenetrate e completate a vicenda e l’apporto dei cattolici è stato fondamentale». «La resistenza cattolica», aggiunge il professor Taccolini, «ha alcuni tratti originali, come si vede dalle figure di tanti sacerdoti che si impegnarono in quegli anni».

Il 25 aprile festa che deve unire gli italiani. Il contributo dei cattolici. Parla il presidente dell'Azione cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano

Ci sono nomi noti e meno noti a sfogliare i grandi album verdi conservati nell’Archivio bresciano, uno dei più importanti e documentati tra gli istituti italiani che si occupano di quegli anni. Tra le pagine scorrono i volti di ragazzi e ragazze che hanno dato i loro anni migliori – spesso morendo – alla lotta partigiana. C’è don Giovanni Battista Picelli, della brigata G. Cappellini Valcamonica, ucciso il 20 maggio 1944; c’è Achilla Maria Morandini, della Brigata F. Lorenzini, uccisa il 10 ottobre 1944; c’è Romolo Ragnoli, comandante della divisione delle Fiamme verdi “Tito Speri”, c’è la medaglia d’oro Luigi Ercoli, animatore dei primi gruppi della Resistenza camuna, arrestato il 30 settembre 1944 e morto nel campo di concentramento di Melk il 15 gennaio 1945.

Nella lotta partigiana si distinguono molti preti, «sacerdoti tutti d’un pezzo», sottolinea Taccolini, «come don Giacomo Vender, che si aggrega subito ai primi gruppi di partigiani ed entra poi a far parte del Comitato di liberazione nazionale, o come padre Carlo Manziana, grande amico di Giovan Battista Montini, detenuto a Dachau». O come il padre filippino Luigi Rinaldini, uno dei più impegnati tra i padri della pace, per citare solo qualcuno.

Già i numeri parlano chiaro. Enrico Mattei, capo partigiano e poi presidente dell’Eni, al primo congresso della Democrazia cristiana nell’aprile del 1946 indicò in 65mila - poi giunti a 80mila nella fase finale della Resistenza - i cattolici che divisi in 180 brigate parteciparono attivamente alla Resistenza, su un totale di 130 mila persone, che divennero 200mila attorno al 25 aprile. «Brigate del Popolo», «Fiamme Verdi», «Volontari della Libertà», «Squadre Bianche», erano i nomi con i quali, in tutto il Centro-nord, si distinguevano le formazioni che facevano riferimento, spesso direttamente, al Vangelo. Senza contare i cattolici che in molte zone, come in Liguria e Romagna, erano cospicuamente presenti anche nelle Brigate Garibaldi di ispirazione comunista.

Ma non fu solo questione di cifre. Nel panorama settentrionale, dove spiccano i nomi di Gino Pistoni, Tina Anselmi, dello stesso Mattei, di Teresio Olivelli, di Benigno Zaccagnini, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Dossetti, Sergio Cotta, Mariano Rumor, Ermanno Gorrieri, Giovanni Marcora, c’è tutta una serie di preti, di cattolici “feriali” che diventano punto di riferimento per la liberazione.

L’Azione cattolica li ricorda in un sito che si chiama biografie resistenti.

Brescia, in particolare, si distingue per le sue peculiarità. «Non solo per la vicenda storica tra le due guerre, ma negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, negli anni difficili della ricostruzione e che precedono il concilio Vaticano II», spiega Taccolini, «si conferma l’opera fondamentale del clero. I sacerdoti hanno una coerenza sul piano personale evidentissima che li rende riconosciuti e autorevoli maestri e referenti. Sono preti colti, che leggono pur avendo giornate densissime di impegno e dedizione accanto ai giovani negli oratori e nelle parrocchie. Negli anni della Resistenza, la scelta di questi preti - che diventano anche operativamente delle vere e proprie guide - è ispirata da una incontenibile passione civile. Sono stati educatori e maestri e percepiscono come coerente e consequenziale al loro impegno di sacerdoti-educatori, quello di salire sulle montagne e di affiancarsi ai giovani che combattono».

Nel settembre del 1944, in un opuscolo finito anche sul tavolo di Mussolini, don Giacomo Vender scriveva: «Se non vogliamo rassegnarci a perire o ad avere la vita in elemosina, urge la mobilitazione degli spiriti e di ogni virtù e forza civile. Si sappia che ciascuno concorre: o con il proprio peso di egoismo, di ignavia, di codardia, di assenteismo e di servilismo, a prolungare l’angoscia, a alimentare lutti e macerie, e ad estendere l’incenerimento della Nazione: o con l’intelligenza e magnanimità fino al sacrificio, correre a serrare o completare le fila dinnanzi alla demoniaca disperazione tedesca e fascista, a spegnere presto le vampate distruggitrici, a salvare dal furore teutonico e dalla virulenta putrefazione fascista quanto ancora è rimasto della libertà e dello spirito umano».

Autore, con padre Rinaldini e con don Giuseppe Almici, del Manifesto della resistenza cattolica, don Vender si interroga anche sulla scelta della nonviolenza. Tema che si pone fortemente per i credenti di fronte alla chiamata alla Resistenza. «La risposta dei cattolici», spiega il professor Taccolini, «può sintetizzarsi in quella felicissima immagine di Teresio Olivelli, “i ribelli per amore”, cioè persone che si oppongono al nazifascismo, e all’ideologia che connota il nazifascismo, nel segno di una fedeltà al Vangelo per la quale non possono non combattere contro una ideologia che ha effetti tragici».

Gli articoli che Olivelli, morto nel campo di concentramento di Hersbruck il 17 gennaio 1945, pubblica sul giornale del movimento rivendicano la ribellione come strumento di liberazione politica, sociale e spirituale.

La produzione editoriale, con riviste e libri ha una importanza fondamentale. Da questo punto di vista Brescia ha una connotazione tutta particolare: «Innanzitutto», sottolinea Taccolini, «va ricordata, negli anni Trenta, la nascita della casa editrice Morcelliana. Brescia è il luogo vitale e dinamico di una intellettualità cattolica che esprime con lo strumento dello studio, della coltivazione delle intelligenze e delle coscienze la propria opposizione alla ideologia nazifascista. Con questo spirito intraprende tutta una serie di percorsi editoriali». Questa impostazione poggia su un terreno che è già stato preparato da tempo. «Affonda negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento», spiega Taccolini «Quando, in seguito all’unità d’Italia, Pio IX con il “non expedit” prima esorta a non partecipare e poi vieta la militanza politica, i cattolici bresciani inventano la formula della “preparazione nell’astensione”. Giustificano così il loro grande impegno di quegli anni e si buttano a capofitto nelle attività sociali che al 90 per cento sono cattoliche».

Quando viene meno il “non expedit” e si profila una alleanza tra cattolici e liberali moderati, «e gradualmente matura anche una coscienza politica che trova poi corrispondenza nel famoso proclama di Sturzo ai liberi e forti, il terreno è ben fertilizzato e favorevole all’impegno. Il tratto originale è quello di un vero movimento organizzato, di un cattolicesimo adulto, con una cultura e una strategia. Gli anni della resistenza diventano allora una vera e propria fucina, il laboratorio politico culturale ed ecclesiale di questo cattolicesimo sociale».

Non stupisce dunque che in questo contesto il vescovo Giacinto Tredici dia mandato al padre della pace Luigi Rinaldini di accompagnarsi ai giovani e agli studenti come unico cappellano delle fiamme verdi sulle montagne, mentre la canonica di don Carlo Comensoli, prete camuno, diventa l’epicentro dell’azione strategica delle Fiamme verdi e della resistenza in Val Camonica. Un’azione che riscatta anche la tiepidezza, se non la connivenza, con la quale non pochi cattolici avevano accettato il fascismo. «Ci chiamavano a pregare e a benedire bandiere, gagliardetti, tombe, monumenti nelle date più fauste. Si aveva la nostra ora di religione nelle scuole. Siamo stati comodi e abbiamo scambiato la Provvidenza divina per una maneggiona», scriveva nel 1941 don Giacomo Vender.

Ma è una connivenza alla quale i cattolici non possono prestarsi perché, come sosteneva Gian Andrea Trebeschi, grande cattolico antifascista, amico di Montini, morto a Dachau-Gusen-Mauthausen il 24 gennaio 1945, «i cattolici possono essere vittime o ribelli, mai strumenti di violenza e sopraffazioni».