«Ho avuto paura che mi uccidessero. Mi hanno portato su una camionetta, in una strada di campagna, e lì ho pensato che sarebbe finita». Alberto Trentini pronuncia questa frase senza enfasi, nello studio di Che tempo che fa. La voce non trema, il volto resta immobile. Eppure in quelle parole c’è l’intero peso dei 423 giorni di detenzione arbitraria che il cooperante veneziano ha trascorso in Venezuela, senza accuse formali e senza diritti.

Per quasi tre quarti d’ora, intervistato da Fabio Fazio, Trentini racconta l’orrore con un tono pacato, quasi disarmante. A commuoversi è il conduttore. Lui no. Come se quella storia non lo riguardasse più, o come se il dolore fosse stato ormai ricondotto a una cronaca essenziale, spoglia di ogni eccesso. Una cella di due metri per quattro, condivisa con un’altra persona. Un solo bagno alla turca, usato anche come doccia. Nessun libro, nessuna penna, nessun foglio. Solo un gessetto, per segnare sul muro i giorni che passavano.

Nel carcere di El Rodeo 1, a Caracas, racconta, il personale girava con il volto coperto da passamontagna neri. A rendergli ancora più difficile la detenzione, il fatto di essere miope: gli avevano tolto gli occhiali e non riusciva a distinguere i volti. A salvarlo dalla completa alienazione, una scacchiera improvvisata, costruita da due detenuti colombiani con carta igienica, sapone e acqua. Piccoli gesti di umanità, dentro un sistema che – come denunciano da anni le Nazioni Unite e organizzazioni come Amnesty International – fa della detenzione arbitraria e delle pressioni psicologiche uno strumento di controllo e intimidazione.

Alberto Trentini con la madre Armanda nello studio di Che tenpo che fa
Alberto Trentini con la madre Armanda nello studio di Che tenpo che fa

Alberto Trentini con la madre Armanda nello studio di Che tenpo che fa

(ANSA)

I primi dieci giorni Trentini non li trascorre nemmeno in carcere, ma nella “pecera”, l’“acquario”: una stanza con un vetro unidirezionale dove, ha detto, «tu non vedi, ma sei visto». Dalle sei del mattino alle nove di sera, seduto immobile su una sedia, con l’aria condizionata gelida sparata addosso. Alla domanda se quella fosse una tortura, risponde con lucidità: «Torture fisiche no, psicologiche sì». E aggiunge: «Non hanno la nozione basica dei diritti. Per loro era normale».

Per sei mesi non ha notizie del mondo esterno, né della sua compagna, né dei suoi affetti. Poi la prima telefonata alla madre. Poi la consapevolezza più dura: «Ho capito che servivo come pedina di scambio». Un’intuizione confermata dal contesto internazionale, in cui i detenuti stranieri diventano strumenti di pressione diplomatica. Gli interrogatori, anche con la macchina della verità, avvengono in stanze volutamente roventi: «Quando sudi, vuol dire che menti».

Solo nell’estate del 2025, con il cambio del direttore del carcere, cominciano a filtrare informazioni. Fino ad allora, false speranze alimentate anche dalle guardie, che più volte annunciano liberazioni imminenti ai novantadue prigionieri stranieri: «Ci credevamo, anche se sapevamo che non spettava a loro dirlo».

Nel pubblico dello studio c’è la madre Armanda. Mani tremanti, questa volta di gioia. Era già stata ospite del programma, con uno striscione per chiedere di non dimenticare suo figlio. Fabio Fazio la invita a scendere, a cancellare idealmente quell’immagine e a sostituirla con un’altra: madre e figlio finalmente abbracciati.

Un’immagine che suggella un lieto fine a lungo sperato.