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L'arrivo del feretro di Alex Zanardi all'interno della Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, dove si svolgono i funerali dell'ex pilota, 5 maggio 2026. ANSA/NICOLA FOSSELLA
Ci sono voluti la Basilica di Santa Giustina e il Prato della Valle la più grande piazza di Padova per accogliere sotto la pioggia le migliaia di persone arrivate a salutare, con un interminabile applauso, l’ultima corsa di Alex Zanardi. A celebrare insieme a padre Federico Lauretta, e al parroco di Noventa Padovana dove Zanardi risiedeva, don Angelo Scarabottolo, don Marco Pozza, cappellano del carcere Due pozzi di Padova, amico personale del campione. Sull’altare l’handbike con cui Zanardi conquistò l’oro alle Paralimpiadi di Londra 2012, poi donata al Museo della Medicina di Padova. La chiesa piena di familiari e amici, ma anche di tanto mondo dello sport olimpico e paralimpico che ha riconosciuto in Zanardi uno dei suoi più importanti simboli.
Il ricordo di don Marco è stato personalissimo e molto vivido. Ecco le sue parole.
È l'Autogrill che più adoro: Montefeltro Ovest, A14, Bologna-Taranto. Ha un'architettura di cortesia, rosso Ferrari, è un condensatore di relax, di relazioni. Lo percepisci al volo, a 130 km/h: è l'invito a fermarsi un attimo. Di quell'attimo, accaduto dieci anni fa, ricordo i minimi dettagli: un Bufalino, tre rustichelle, due Coca Zero, tre bottiglie d'acqua. C'è Alex, io, due ragazzi (del carcere): siamo di ritorno da un incontro pubblico. Quando mi siedo, gli stanno raccontando la loro storiaccia: entrambi hanno le mani sporcate di sangue, purtroppo. Tanti anni di galera alle spalle: me li sono portati con me, volevo sentissero dalla viva voce di Alex la storia di Alex. Lui li ascolta come pochi, forse, li avevano ascoltati: non si distrae, immobile, memorizza tutto nel suo sguardo felino. Finito, si alza, una mano nella stampella, l'altra nella loro: «Ragazzi - disse con quella cadenza che lo rendeva avvincente -: avete fatto un gran bel casino, porca vacca. Però: tanto di cappello per come state scavandovi dentro. Continuate a chiedervi il perché di quel gestaccio». Lui li abbracciò, loro lo baciarono. Poi, seduti, fece loro una domanda: «Posso chiedervi solo una cosa?». Braccia allargate, era un assenso. «Se poteste tornare indietro?». Giurarono di non volerlo rifare. «Vedete, ragazzi – disse -. Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. È un esercizio che non sempre ci riesce (me lo confermate), ma quei cinque secondi sono fondamentali. Sono dappertutto questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. È l'idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d'altro rispetto a quello che stai per fare. Se, per caso, quei cinque secondi ti faranno portare a casa l'orso, diventeranno una specie di droga della quale non potrete più fare a meno. Cercateli ovunque questi secondi! Solo questo mi sento di dirvi dopo il vostro racconto»
Le rustichelle erano fredde, i cuori bollivano. Quando li abbiamo lasciati davanti al carcere, Alex mi fece ripetizione perché non scordassi quella lectio magistralis in Autogrill: «A maggior ragione oggi, mi convinco che il problema non è se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Il problema è se hai sete o no. Guardami, don: se posso fare qualcosa per questi due ragazzi e non me lo dici, non è amicizia. Troppo facile applaudire i vincitori, ricordatelo!». Il mio Alex è tutto qui. Lascio a voi le medaglie, il rombo dei motori, l'odore della benzina. Le luci dei podi, il luccicchìo dei cimeli, il fruscio degli applausi. Mi tengo strettissimo l'uomo, con la sua avvincente umanità. Nessuno, più di san Paolo, l'atleta di Dio, poteva fare sintesi migliore di questa vita percorsa a mille all'ora, anche in carrozzina: «Ogni atleta è temperante in tutto. Ma io corro non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato».
Ha corso tantissimo Alex, ma non l'ha mai fatto come un pugile che batte l'aria: ha corso come chi ha in testa una meta: "La potenza è nulla senza il controllo" recitava una pubblicità della Pirelli, anni Novanta, del secolo scorso. La potenza di un sorriso abbagliante, di un'anima cristallina, di un uomo cresciuto senza smarrire il bambino ch'è stato. Senza perder il sapore delle lacrime: perché se la vita ti strappa tua sorella sulla strada, devi avere radici profondissime per scegliere e (ri)scegliere la strada e l'asfalto come scenografia della tua esistenza. Per poi convincere il mondo che l'accaduto, qualunque esso sia, resta la più grande opportunità che la vita offre per rimettere a posto le cose. Radici-salvavita nelle quali è impresso il sorriso di mamma Anna, di Daniela e Nicolò che gli hanno impedito di vivere come di chi pettina le bambole: in ogni sua corsa, (rin)corsa o viaggio c'era sempre la sua Itaca ad aspettarlo. È dai tempi di Omero che Ulisse combatte, sprofonda, alza il pollice. Penelope, nell'intertempo, resta: tesse, attende, medita. Nessun podio o medaglia per lei, manco quando lo meriterebbe perché la sofferenza è brutta, selvaggia, spietata ma lei sceglie di restare. Di regolare la sua velocità al passo del più lento. Adesso, leggendo a ritroso, gradisco di più il libretto che un giorno Alex mi regalò: Il gabbiano Jonathan Livingston. Ebbe l'accortezza, animo fine, di farmi trovare sottolineata una frase. Parlava, ovvio, di velocità: «Raggiungerai il Paradiso quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all'ora, né un milione di miglia, neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perchè qualsiasi numero è un limite, ma la perfezione non ha limiti. Figlio mio, velocità perfetta vuol dire solo esserci, essere là». Esserci, perché, seppur in maniera diversa, in ogni cosa c'è sempre del bene, del male: vivere è trovare quel po' di bene e farlo diventare il tuo punto d'appoggio per sollevare la terra. Non gli ori di Londra, nemmeno la prestazione monstre delle Hawaii vale il guadagno d'avere conosciuto un uomo che, perdonatemi, sapeva maneggiare il congiuntivo tanto quanto la centralina dei suoi bolidi.
Quando parlava, avvertivi l'orgoglio d'esser figlio di una lingua, l'italiano, che, unica, ha il congiuntivo nella sua grammatica. L'indicativo lo sanno usare tutti, è il modo della certezza, della sicurezza: “Questa è la narrazione giusta!” Il congiuntivo è più una porta aperta: “E se questa non fosse (congiuntivo) l'unica interpretazione possibile?”. Tutti che sanno tutto, sono rimasti in pochi a sapere chiedere. Alex, per chi ha saputo far tesoro della sua amicizia, serbava la curiosità di chi sapeva chiedere. Se la sua storia fosse stata una casa, mai avrebbe giurato di sapere cosa c'era in fondo al corridoio, oltre la siepe: questo è vivere all'indicativo. Lui, uomo del congiuntivo, viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un'improvvisata, la mente spalancata. Non gli importava di sapere come finiva il corridoio di casa, voleva frequentare l'infinito. Mai detto: “Ciao mamma, sono arrivato uno!”. Ha sempre ribadito che, per lui, il congiuntivo è uno stile di vita: «Fosse tutto bello, sai che noia tremenda» era la sua filosofia spicciola. Piace poco il congiuntivo: siam un popolo di notizie sicure, nessun dubbio, le domande ci causano prurito. Il forse spaventa. Poi, però, beccavi in tv o per strada Zanardi e non riuscivi a staccare l'attenzione dal suo modo di riflettere, di gustarsi la vita, di abitare il limite. Chi ama l'indicativo, oggi rimpiange l'atleta che è stato. Chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l'uomo.
Anch'io - chiedo scusa della parzialità - ringrazio una persona. Dico grazie al dottor Costa, il guru della clinica mobile. Gli dico grazie perché, da uomo di scienza, in questi giorni ha osato parlare di anima parlando di Alex: «Con la sua amicizia ha ridisegnato i contorni della mia anima, sia di medico che di uomo" ha detto l'altra sera. La ringrazio per aver sintetizzato col genio che le riconosco, che l'atleta, senza l'uomo, è nulla. E' potenza senza controllo. Nessuno dica: “Vabbè: ma lui era Zanardi”. Il Vangelo userebbe la frusta. Alex, come tutti, ha avuto dei talenti. Non importa quanti: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, ad un altro uno». Il perché di un trattamento diverso? «A ciascuno secondo le sue capacità».. La differenza non la farà il numero, ma una legge dello sport che Mennea riassume così: «Ho ricevuto dei talenti in dono. Io, però, non mi sono addormentato sopra, ma li ho fatti fruttare». Questa è la pagina del Vangelo secondo Alex, una questione di talenti, di dormite o di sveglia. Perché anche con in dono soltanto un talento, se saprai leggere come nessun altro la traiettoria del Cavatappi, zona Laguna Seca, «mostrerai al mondo che non esiste nessuna curva dove non si possa superare».,parole di Ayrton Senna. Me lo immagino il mio Dio: «(Vieni) Alex buono e fedele, prendi parte alla mia gioia". Perché ero in carcere e tu, in Autogrill, sei stato ad ascoltarmi. Ero infermo e non solo sei venuto a trovarmi: mi hai addirittura regalato una handbike perché mi rialzassi». Dispiace per sorellaccia morte: pensava di averlo vinto, finalmente. Non ha fatto bene i conti neanche stavolta, accipicchia. Si è presa il corpo, ma l'anima (grazie dottore!) le è proprio sfuggita. In corsia di sorpasso, è andata ad infilarsi dritta nelle storie dei ragazzi/e di Obiettivo3. La beffa? Che l'Alex, anche da morto, continui a parlare di obiettivi. Però: Zanardi da Castel Maggiore.






