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Sandra Gilardelli ha 100 anni, ne aveva 18 quando aderì alla Resistenza come staffetta partigiana sulle montagne nel Verbano. L’abbiamo incontrata a Milano, dove vive da sola dopo la morte del marito Michele Fiore, ex capo partigiano con il nome “Mosca”, conosciuto proprio nella stessa Brigata, la “Cesare Battisti”, nel 1944. Con Sandra Gilardelli c’era anche la figlia, Michela Fiore, che ha raccolto l’eredità storica dei genitori impegnandosi in prima persona nel tenere viva la memoria e gli ideali della lotta partigiana, anche come segretaria della sezione dell’Anpi Stadera-Gratosoglio. Sandra è una donna lucidissima, che non si perde una celebrazione e continua ad andare nelle scuole. La sua è la storia di una ragazza normale che, come tante altre giovani, nell’Italia occupata dai nazifascisti, scelse di dare il suo contributo alla lotta per la Liberazione. «Mio padre era un antifascista», esordisce Sandra Gilardelli, «e sin da piccola mi ha trasmesso il valore della libertà. Non aveva preso la tessera del Partito, malgrado i disagi che questo gli causò. Per lavoro, era socio di una cartotecnica, doveva viaggiare, ma gli sequestrarono l’auto, e non poteva fare l’abbonamento del treno. Mio fratello Giuseppe, che aveva sette anni più di me, voleva arruolarsi nella Resistenza francese, ma fu intercettato in Svizzera e chiuso in un campo di lavoro fino alla fine della guerra. Io vivevo a Milano e frequentavo il Liceo classico Parini. Era una situazione terribile, funzionava tutto male, anche gli allarmi erano tardivi e non si faceva in tempo a correre nei rifugi. La scena più terribile fu vedere un palazzo incendiato in piazza Cavour da cui la gente, per sfuggire alle fiamme, si buttava dalle finestre. Ancora oggi, se ci penso, mi manca il respiro». A un certo punto la famiglia Gilardelli decise, come molti milanesi, di sfollare, prima a Gorgonzola e poi in Piemonte, a Pian Nava, sui monti sopra il Lago Maggiore. «Già l’8 settembre abbiamo aiutato i soldati in fuga a cambiare le divise con abiti civili. La nostra strada portava in Svizzera ed era meno pattugliata del lungolago. Anche se al sicuro, vedevamo da lontano i lampi dei bombardamenti su Varese e Milano, in pena per mio padre e il suocero di mio fratello che facevano la spola con Milano tornando il venerdì. Capivamo che nei boschi c’erano dei ragazzi armati e, quando mi sono imbattuta in due di loro, timidamente mi avvicinai e chiesi: “Io voglio aiutarvi, cosa posso fare?”. Mi dissero di presentarmi l’indomani mattina presto al comando di Premeno, dove i capi partigiani mi fecero il terzo grado per verificare che non fossi una spia. «Lì c’era un medico, Paolo, che mi chiese cosa volevo fare. E io risposi: “Tutto!”. Come primo incarico mi ordinò di procuragli il disinfettante per le ferite. Io non avevo idea di come fare, ma lui disse “Arrangiati!”, una parola che mi ha accompagnato per un anno e mezzo. Portai tutte le confezioni di Streptosil che riuscii a rimediare nelle farmacie, ma erano un’inezia. Il medico aveva bisogno di grandi quantità. Mia cognata si mise allora in contatto con uno zio direttore di una casa farmaceutica a Milano che ci mandava su le scatole ospedaliere tramite mio padre. Avevo 18 anni e, pur non sapendo mettere nemmeno un cerotto, mi sono ritrovata persino ad assistere il medico durante un’operazione molto complessa». Nella villa dove viveva, anche le altre donne della famiglia davano una mano, realizzando calze per i partigiani: «I primi tempi nessuno sapeva a Pian Nava che ero entrata nella Resistenza», continua Sandra. «Per sicurezza mi muovevo al mattino presto e la sera tardi. A un certo punto fu evidente a tutti che non facevo più la vita dei miei amici però, sebbene nessuno avesse seguito il mio esempio, non ero stata denunciata, così iniziai ad andare in missione anche di giorno: oltre ad aiutare il medico portavo i dispacci agli altri comandi del Cnl attraversando i boschi». Il nome del tenente “Mosca” era già noto per il suo eroismo e Sandra era curiosa di conoscerlo. «Quando lo incontrai la prima volta mi trattò come una bambina, ma aveva gli occhi che ridevano e io di quel suo sguardo mi innamorai. Fu il primo e unico amore della mia vita. Anche lui, scoprii in seguito, non rimase indifferente». Mosca prese poi parte al tentativo di liberazione di Cannobio e partecipò alla Repubblica dell’Ossola. A un passo dall’impiccagione per mano dei fascisti, fu salvato dall’intervento di un ufficiale tedesco. Dopo un periodo in un campo in Svizzera, andò a Milano per lavorare per i servizi segreti alleati. Denunciato, finì a San Vittore e da lì nel carcere di Torino. Dopo la Liberazione rivide i suoi compagni partigiani e rincontrò Sandra, che non aveva dimenticato. E da quel momento non si lasciarono più. «Sono sempre stata fiera dei miei genitori», conclude la figlia, Michela Fiore, «ho partecipato sin da piccola ai raduni dei partigiani ed è stato naturale riconoscermi in quei valori e poi decidere di avere un ruolo attivo nell’Anpi, oltre a seguire le attività di mia madre nelle scuole. Dopo la morte di mio padre ho scritto un piccolo volume, basato sui suoi racconti, perché non andassero perduti. Ora più che mai è importante ricordare l’impegno degli uomini e delle donne nella Resistenza».






